Cosa ci dice il voto in Sicilia sulle elezioni nazionali

Cosa ci dice il voto in Sicilia sulle elezioni nazionali

Il centrodestra unito che vince, con Silvio Berlusconi ancora determinante; il M5S che cresce ma non straripa; il centrosinistra diviso che perde con il Pd senza più il potere di attrazione di tre anni fa. E’ questo il quadro che i sondaggi sul voto in Sicilia ci consegnano, insieme a un dato di affluenza, questo sì reale, che non supera il 50%. In attesa delle prime proiezioni e dello spoglio delle schede in carta e matita copiativa, i partiti tirano i primi bilanci, così come tutti i commentatori. E l’analisi non lascia spazio a valutazioni troppo diverse l’una dall’altra.

Perché il testa a testa del centrodestra con il M5S segna ovviamente e senza appello una sconfitta del centrosinistra che, divisosi tra due candidati, non porta alla vittoria nessuno dei due. A inasprire i rapporti tra Pd e Mdp l’attacco a caldo, a urne appena chiuse, lanciato dal renziano Davide Faraone a Pietro Grasso, ‘colpevole’ di non aver accettato la candidatura alla presidenza della Sicilia per il centrosinistra a guida dem. Una critica respinta da Mdp, ma che dà il segno dei pessimi rapporti tra i due partiti che, solo se uniti, potrebbero rendere nuovamente competitivo il centrosinistra. Matteo Renzi si mostra disponibile a dar vita a una coalizione, anche a costo di non correre come candidato premier, ma fa sapere di non voler lasciare la guida del Pd. I suoi avversari fuori dal partito, ma anche quelli interni, affilano le armi e valutano le prossime mosse. Ma quel che è certo è la partita a scacchi è appena iniziata.

Il centrodestra si rivela in Sicilia il vero competitor del Movimento Cinque stelle. Nella coalizione la vittoria, o anche solo il secondo posto con percentuali alte, stempera le frizioni degli ultimi tempi sulla leadership e consegna una fotografia con Berlusconi ancora determinante, Matteo Salvini necessario anche al Sud insieme a Giorgia Meloni, vera queen maker della candidatura di Nello Musumeci. Dopo un successo, se verrà confermato, è ovvio che le divergenze si appianano più facilmente, ora si tratterà di trattare sulle condizioni, ma le elezioni siciliane, e anche quelle di Ostia dove il centrodestra va al ballottaggio contro il M5s, rendono chiaro che l’accordo si deve fare, anzi è già stato fatto. E difficilmente la leadership di Berlusconi potrà essere messa in dubbio. Vince dunque l’ala più istituzionale e moderata della coalizione mentre quella antieuropea toglie spazio al M5s ma non sfonda.

Il M5s cresce, ma non travolge gli avversari come si era ipotizzato prima dell’estate. Se anche arrivasse primo, infatti, non avrebbe percentuali clamorose e comunque non contribuisce assolutamente a sconfiggere l’astensionismo di chi resta a casa deluso dalla politica. Ora si aprirà il dibattito nei grillini tra l’ala più istituzionale e quella movimentista e antisistema. Il dato di fondo però è che la forza più nuova del panorama politico pur ponendo al centro dell’agenda molti temi dirompenti diventa solo raramente interlocutore per il governo del Paese.

Al di là di vinti e vincitori, il quadro che si apre ora è di un tripolarismo che, dopo le elezioni, rischia di consegnare il Paese a una situazione bloccata e quasi antica: un centrodestra di nuovo competitivo ma con una leadership che non si è saputa rinnovare, un centrosinistra diviso e con il principale partito senza più l’ambizione maggioritaria, un terzo polo che impedisce la vittoria degli altri ma non prevale. La scommessa di tutti, ovviamente, è vincere anche in primavera, ma i dati della Sicilia, per affluenza e percentuali, non fanno ben sperare.

 



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