Il giornalismo e i trafficanti di dati

Il 'cane da guardia dei poteri' oggi ha una nuova missione: se i dati sono la nuova moneta di scambio di un mercato in grado di influenzare la politica, le inchieste sulla protezione della privacy, sui modelli di business delle compagnie hi-tech, sulla trasparenza delle piattaforme e degli algoritmi sono tra le battaglie più importanti che l’informazione deve portare avanti

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JONATHAN NICHOLSON / NURPHOTO

Dovevamo capirlo subito, e non cascarci più: non tutto quello che non paghiamo è gratis. Lo aveva spiegato bene, dieci anni fa, Chris Anderson, ex direttore di Wired America, in un libro: Free. The Future of a Radical Prize. La tesi, sintetizzata, era: ciò che ci viene offerto come gratuito nasconde un prezzo in realtà molto più alto del valore del servizio al quale crediamo di avere libero accesso. Un valore radicale, appunto, come lo sono i nostri dati personali, ridotti a merce di scambio, che le aziende vendono e comprano.

Le nuove regole del gioco sono state inventate e sperimentate da Google all’inizio degli anni 2000. Un baratto (originariamente non esplicitato) tra azienda e utente: tu accedi ai servizi gratuitamente, ma in cambio mi cedi i tuoi dati personali e di navigazione che saranno poi accoppiati agli annunci pubblicitari targhettizzati.

Il “modello del baratto” è risultato talmente remunerativo per l’accumulo di capitali da essere oggi applicato da tutte le app e le startup della Silicon Valley. Il risultato è che queste piattaforme conoscono ormai tutto di noi, mentre per noi è impossibile sapere con esattezza quali e quanti dati conservino sulla nostra identità e sui nostri gusti.

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Dobbiamo aprire gli occhi: nell’era dei big data, chi possiede i dati, ed è in grado di gestirli e incrociarli, ha un’influenza enorme, sia dal punto di vista del mercato, sia da quello del condizionamento dell’opinione pubblica e, quindi, delle democrazie. Shoshana Zuboff ha definito questa fase “capitalismo della sorveglianza” (The Age of Surveillance Capitalism). Dovremmo tutti imparare a diffidare di chi promette grandi o piccoli servizi in cambio dei nostri dati.

Da questo punto di vista, il 2018 ci ha impartito più di una lezione. Già i numeri del fenomeno suonano come un campanello d’allarme: secondo DarkReading, comunità online di professionisti della cybersecurity, nei primi nove mesi dell’anno le violazioni di dati sono state 3.676. Una lunga strisciata di casi che ci hanno permesso di focalizzare due aspetti fondamentali dell’ecosistema digitale nel quale siamo immersi:

  • Le compagnie sono impreparate a garantire la sicurezza dei nostri dati;
  • In alcuni casi i dati sono stati utilizzati per influenzare le nostre democrazie.

Il più grande scandalo del 2018

Il 17 marzo 2018 The Guardian ‚Äče il New York Times hanno rivelato come l’azienda britannica di consulenza politica Cambridge Analytica, oggi chiusa, avesse raccolto i dati di almeno 87 milioni utenti di Facebook a loro insaputa. Le informazioni personali erano state quindi vendute, nel 2016, agli organizzatori della campagna per le presidenziali di Donald Trump, che le avevano utilizzate per elaborare messaggi elettorali personalizzati nei confronti degli utenti della piattaforma.

Al di là delle considerazioni che volessimo fare sulla reale influenza dell’operazione sull’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti, il caso ha mostrato con chiarezza alcuni aspetti dell’economia dei dati:

  1. Quanto sia stata negligente, debole, insufficiente, la protezione della privacy da parte di Facebook;
  2. L’importanza e il potere dei nostri dati personali;
  3. Il potenziale del loro utilizzo per manipolare le decisioni degli utenti e condizionare l’opinione pubblica la cui libera formazione dovrebbe essere la base delle democrazie;
  4. La disinvoltura con cui noi utenti siamo disposti a cedere la nostra privacy.

La difesa (che è anche una confessione)

In un commento firmato sul Wall Street Journal, il 24 gennaio 2019, “Fact About Facebook”, Mark Zuckerberg ha ribadito alcuni punti a difesa del suo operato:

  1. La piattaforma è gratuita e “lavora separatamente con gli inserzionisti per mostrare annunci pertinenti”;
     
  2. “Non vendiamo i dati degli utenti”;
     
  3. “Vendere le informazioni delle persone agli inserzionisti sarebbe contrario ai nostri interessi commerciali, perché ridurrebbe il valore unico del nostro servizio”;
     
  4. “L’unico motivo per cui i contenuti nocivi ci sono ancora è perché lo staff e i sistemi di intelligenza artificiale che utilizziamo per esaminarli non sono perfetti, non perché abbiamo un incentivo a ignorare il problema”.

Particolarmente significativo è il punto 3 perché esplicita con insolita chiarezza il modello di business del “capitalismo della sorveglianza”. Come dire: facciamo proprio questo, sfruttiamo le informazioni che raccogliamo su di voi per fare soldi, tanti soldi, perché il “valore del nostro servizio” è “unico”. Stando così le cose, dovremmo seriamente porci la domanda se non sarebbe più vantaggioso pagare il servizio, piuttosto che cedere un bene così prezioso e “unico” come i nostri dati. C’è anche una alternativa: se il “capitalismo della sorveglianza” è cosi remunerativo per le aziende che sfruttano i nostri dati, non sarebbe opportuno almeno partecipare al banchetto pretendendo una percentuale sui ricavi?

L’accusa

La famelica attrazione delle compagnie hi-tech per i dati non si è certo fermata dopo lo scandalo Cambridge Analytica. A fine gennaio 2019 Zuckerberg ha rivelato di voler integrare i dati di Facebook, Instagram e Whatsapp, creando di fatto un ecosistema in grado di raccogliere qualsiasi tipo di informazione sulla nostra vita.

L’annuncio non è piaciuto all’Antitrust tedesca, la General Federal Cartel Office (FCO), che il 7 febbraio 2019 ha chiesto a Facebook di non incrociare i dati degli utenti raccolti dalle sue diverse piattaforme, senza almeno il consenso esplicito di quest’ultimi.

Pochi giorni dopo, il 18 febbraio 2019, è stato il comitato Digital, Colture, Media and Sport del Parlamento britannico () a sferrare un duro attacco contro la piattaforma a conclusione di una indagine durata mesi e partita dallo scandalo Cambridge Analytica. Ecco alcuni punti del rapporto:

  1. La fuga di dati non sarebbe stata frutto di “condotte abusive” (delle quali il social network sarebbe stato comunque a conoscenza);
     
  2. Le azioni sono “intrinseche al modello di business”;
     
  3. Il fatto che le dichiarazioni di Mark Zuckerberg siano arrivate solo “quando le gravi violazioni sono diventate pubbliche”, è una dimostrazione di “malafede”;
     
  4. Affermare di “non aver mai venduto dati a nessuno è semplicemente falso”;
     
  5. “Il trasferimento di dati in cambio di denaro è il modello di business su cui Facebook si basa”;
     
  6. Alle aziende come Facebook, conclude il rapporto “non dovrebbe essere permesso di comportarsi come gangster digitali del mondo online, considerandosi al di sopra e al di fuori della legge”;
     
  7. Il Comitato raccomanda “ulteriori indagini” per valutare se il social network “stia sfruttando la propria posizione dominante per decidere quale business debba avere successo e quale fallire”;
     
  8. “La democrazia è messa a rischio dalla disinformazione diffusa attraverso i social media”;
     
  9. “Le grandi aziende tecnologiche non devono poter crescere in modo esponenziale senza alcun controllo normativo”;
     
  10. I social media “dovrebbero essere trasparenti”, mentre “la gestione di Facebook è opaca”.

 

 

L’importanza del giornalismo

Adesso sappiamo che quando si tratta dei nostri dati non possiamo fidarci di alcuno. Le big-tech hanno dimostrato di essere disinvolte e poco, o affatto, trasparenti nella gestione dei nostri dati. Un punto, soprattutto, le accomuna: tutti i maggiori scandali relativi ai traffici di dati sono stati ammessi sempre e comunque dopo che qualche giornalista impiccione aveva rivelato i fatti.

Il giornalismo, il cane da guardia dei poteri, oggi ha una nuova missione: se i dati sono la nuova moneta di scambio di un mercato in grado di influenzare la politica, le inchieste sulla protezione della privacy, sui modelli di business delle compagnie hi-tech, sulla trasparenza delle piattaforme e degli algoritmi sono tra le battaglie più importanti che l’informazione deve portare avanti. La formazione dell’opinione pubblica e la democrazia sono troppo importanti e vitali per lasciarne la gestione nelle mani dei trafficanti di dati.



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