Come fa soldi un fondo attivista. Il caso Elliott

L'entusiasmo con cui è stato accolto l'ingresso del Fondo in Tim e Milan sembra non tenere conto di cosa è successo a Paesi come l'Argentina e aziende come Hyundai

fondo elliott
THOS ROBINSON / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
 
 Paul Singer, fondatore del fondo Elliott

Lo scorso dicembre il fondo Elliott ha acquisito partecipazioni di minoranza nella Pernod Ricard (hoding francese operante nel settore degli alcolici) e nella società chimica tedesca Bayer. La cosa ha destato grande allarme e preoccupazione negli azionisti di controllo delle due società che hanno subito cercato di predisporre delle contromisure. Analogo allarme aveva suscitato nel maggio scorso l’ingresso del fondo nel capitale della nota holding metallurgica tedesca ThyssenKrupp, descritto dal relativo CEO come un’operazione di “psicoterrore”.

Tanta agitazione deriva dal fatto che il fondo Elliott fa parte, anzi può ben dirsi è l’antesignano, di quella categoria di investitori (i cosiddetti “activist investors”) i quali sono poco interessati ai progetti e alle prospettive delle aziende in cui impiegano il proprio denaro. Per loro queste aziende sono un contenitore di ricchezza da aggredire per distribuirla agli azionisti. Come essi stessi affermano canditamente, la loro missione è quella di “estrarre valore” dalle imprese allo scopo di “premiare” gli shareholders.

La strategia del fondo Elliot

La stategia normalmente, anche se non in via esclusiva, adottata è quella di acquisire una partecipazione significativa ma minoritaria in un impresa e quindi, anche avvalendosi delle normative a tutela degli azionisti di minoranza, di ostacolare in ogni modo le iniziative degli amministratori in carica. Questi ultimi vengono incalzati affinché si adoperino per creare liquidità da destinare agli azionisti mediante un contenimento dei costi, tagli del personale, la cessione di un ramo d’azienda o della stessa impresa nella sua interezza.

Se la preesistente compagine amministrativa cerca di resistere, l’activist investor passa alle maniere forti, chiedendone la rimozione e la sostituzione con elementi di proprio gradimento. In questa azione esso trova spesso preziosi alleati in altri investitori tradizionali, quali i fondi comuni e i fondi pensione, i quali sono ben lieti di partecipare al banchetto lasciando ad altri il lavoro sporco.

Ogni strumento è lecito

Nel perseguimento di questa strategia nessuno strumento viene risparmiato: si passa dalle obiezioni di natura economico-finanziaria a quelle di tipo procedurale e giuridico, per pervenire, nei casi più “spinosi”, a quelle personali. Se “necessario”, la vita privata e i profili social degli amministratori vengono scandagliati alla ricerca di comportamenti che possano ritenersi inappropriati e non confacenti al ruolo ricoperto.

Queste iniziative si dimostrano vincenti il più delle volte, ma  nel caso del fondo Elliott, almeno sino ad oggi, lo sono sempre state, consentendogli di conseguire nell’ultimo ventennio un rendimento medio annuo del 14%. A monte di questa incredibile invincibilità vi è la figura, straordinaria e al contempo controversa, di Paul Singer, fondatore del fondo e deus ex machina di tutte le sue iniziative.

Chi è Paul Singer

Secondo quanto riporta Wikipedia, Paul Singer nasce a New York nel 1944 da una relativamente modesta famiglia ebrea. Negli anni ’60 si laurea prima in psicologia e quindi in Giurisprudenza, acquisendo due specializzazioni che gli torneranno utili nella sua attività futura. Nel 1977 crea il fondo Elliott e fin dall’inizio si concentra sull’acquisizione a prezzi di saldo di crediti deteriorati (scaduti e non rimborsati) dedicandosi poi con determinazione e cinismo alla loro riscossione. Particolarmente remunerativo si rivela l’operazione di acquisto di un’ampia porzione dei debiti rivenienti dal fallimento della Lehman Brothers, conclusasi dopo una lunga battaglia legale con un guadagno stimato in circa il 120%.

Ma il salto di qualità Singer lo compie quando decide di lucrare sui default dei Paesi emergenti. Il primo caso è quello del Perù nel 1996. Citato in giudizio in USA, il Perù eccepisce l’illegalità dell’azione ai sensi della cosiddetta “champetry law” che vietava l’acquisto di crediti al solo scopo di perseguire legalmente il debitore. Singer perde la causa, ma non si perde d’animo e promuove un’azione di lobby che conduce alla rimozione della legge. Alla fine il fondo incassa 58 milioni di dollari a fronte di un investimento iniziale di 11 milioni.

Il secondo caso è quello del Congo, il cui governo fu alla fine indotto a una transazione di 90 milioni di dollari ( a fronte di un investimento del fondo di 20 milioni) dopo che era stata fatta trapelare ad arte una vicenda di corruzione. Ma sicuramente la vicenda più eclatante, dalla quale derivò poi l’appellativo di “fondo avvoltoio” (vulture fund), è quella che lo ha visto contrapposto all’Argentina.

L'attacco all'Argentina

Nel 2001 l’Argentina non è più in grado di mantenere la parità, a suo tempo decisa, della propria valuta col dollaro e fa default. La crisi economica che ne segue è terribile, tenuto conto che non solo il debito pubblico, ma anche gran parte di quello privato era espresso in dollari. Il Paese si vede costretto a negoziare col Fondo Monetario Internazionale una ristrutturazione del debito (comportante una sua riduzione del 70%) in cambio dell’impegno a una serie di misure di austerità. All’accordo aderisce il 93% dei creditori. Dopo qualche tempo Singer acquisisce da coloro che non avevano aderito (i cosiddetti “holdouts”) un pacchetto dei relativi crediti a circa un sesto del loro valore facciale. Da lì comincia una battaglia senza esclusione di colpi che si protrarrà per oltre un decennio.

Il fondo promuove azioni legali in tutte le aree del mondo dove sono presenti asset argentini, cerca di aggredire le riserve della banca centrale, gli investimenti dei fondi pensione e infine, con un’azione eclatante, riesce a far sequestrare nel 2012 una nave militare ormeggiata nel porto di Tema in Ghana. Nello stesso anno, dopo una lunga ma fruttuosa azione di lobby, Elliott riesce a ottenere un dispositivo da un tribunale di New York in base al quale ogni pagamento dell’Argentina a coloro che avevano aderito alla ristrutturazione doveva essere accompagnato da un pagamento pro rata al fondo. La mancata osservanza di questo precetto avrebbe inevitabilmente condotto alla dichiarazione di nuovo default del paese che infatti ha luogo nel 2014. Pochi mesi dopo l’Argentina cede e accetta di pagare 2,4 miliardi di dollari per chiudere la vicenda e riacquisire l’accesso ai mercati internazionali. Il guadagno di Elliott in questo caso si è approssimato al 2.000%.

I privati su cui ha operato Elliot

Queste iniziative sui debiti pubblici non hanno impedito al fondo di continuare a interessarsi del settore privato, operando anche in questo caso a livello globale, senza limiti geografici. Volgendo l’attenzione solo ad alcuni dei casi più recenti, esso ha operato “con successo” nelle seguenti imprese:

  • l’americana Arconic (operante nel settore dell’alluminio) il cui capo Klaus Kleinfeld è stato costretto a dimettersi dopo una lunga battaglia che l’aveva condotto a un cedimento nervoso;
  • la Bezeq (principale compagnia di telecomunicazioni israeliana) il cui fondatore Shaul Elovitch è stato “convinto”  a cedere la sua partecipazione di controllo;
  • l’americana Athenahealth ( tecnologia medicale) il cui CEO, Jonathan Bush, che aveva opposto una lunga resistenza, si è dimesso  dopo che il giornale inglese Daily Mail ha pubblicato gli atti processuali di un suo burrascoso divorzio;      
  • la giapponese Hitachi che dopo tre anni di duro contenzioso accetta di “liquidare” il fondo, acquistando a un prezzo esorbitante la quota minoritaria che esso deteneva nella da lei controllata Ansaldo STS;
  • La coreana Hyundai che lo scorso anno è stata costretta a rinunciare al suo piano di ristrutturazione societaria ed è ora sotto la pressione del fondo affinché crei maggior valore per gli azionisti;
  • l’americana Compuware, ai cui amministratori  un “delegato” del fondo comunicò di essere a conoscenza di particolari della loro vita privata, compresa quella dei loro familiari. Dopo una breve resistenza, la società è stata venduta a una società di private equity. Stessa sorte subiscono altre softerhouses statunitensi, quali Novell, BMC, EMC con la sua nota controllata VMware, Riverbed Technology. A sua volta, Juniper Networks riesce a evitare la cessione a terzi, ma viene “convinta” a un riacquisto di 2 miliardi di dollari delle proprie azioni e a un taglio significativo del proprio personale.

Dati questi precedenti, è singolare che le iniziative del fondo Elliott in Italia (Tim e Milan, in particolare) non solo non abbiano destato preoccupazione, ma siano anzi state accolte quasi con entusiasmo.  I fatti sono noti e quindi ci limiteremo a ricordarli in sintesi.

Elliot e il Milan

Nel 2017 Berlusconi vende il Milan a un oscuro finanziere cinese, Yonghong Li, per circa 700 milioni di euro, di cui 280 vengono acquisiti in prestito dal Fondo Elliott. A garanzia del credito vengono date in pegno le azioni della società e, ciononostante,  il prestito viene gravato da un esoso tasso del 9%.

Nel luglio scorso Li non restituisce alla scadenza stabilita una tranche di 30 milioni e il giorno dopo Elliott diviene il nuovo padrone del Milan e subito viene insediato un nuovo consiglio di amministrazione. Tre giorni dopo Il Milan vince il ricorso d’appello all’UEFA riottenendo l’ammissione alle coppe europee da cui in primo grado era stato escluso per problemi di faiplay finanziario.

Elliot e Tim

Meno folcloristica è la vicenda Tim che la società Vivendi, facente capo al finanziere francese Bollorè, controllava sino all’anno scorso con una partecipazione del 24%. Tale situazione non era gradita al governo italiano che temeva una “colonizzazione” francese del settore, con particolare riferimento alla strategica rete infrastrutturale che purtroppo non era stata esclusa in occasione della sciagurata privatizzazione dell’azienda nei primi anni ’90.

E’ a questo punto che interviene, acquisendo una quota del 9%, il fondo Elliott, il quale aveva annusato l’affare di una possibile cessione allo Stato della rete. Nel giro di pochi mesi Elliott, alleandosi con altri investitori istituzionali e con l’appoggio determinante dell’italiana Cassa Depositi e Prestiti, prende il controllo del Consiglio di amministrazione battendo sul filo di lana nel voto assembleare Vivendi. Del tutto casualmente, pochi giorni prima dell’assemblea Bollorè era stato fermato con l’accusa di aver corrotto funzionari governativi di due Paesi africani. Date le premesse, non resta che augurarsi che il governo italiano, dopo aver usato la tattica del “chiodo scaccia chiodo”, si riveli capace di sfuggire alle grinfie del fondo, che non fa beneficenza e vorrà sicuramente monetizzare l’operazione.

Cosa ci insegna il modus operandi di Elliot?

Quali considerazioni possono essere svolte circa il modus operandi del fondo Elliott e in generale di tutti gli investitori attivisti che adottano le medesime strategie? Al di là del giudizio morale, rimesso alla sensibilità di ciascuno, ciò che più conta è la valutazione necessariamente negativa degli effetti sociali ed economici delle loro iniziative.  Sotto questo profilo essi costituiscono la perversa degenerazione di un sistema finanziario che, soprattutto nella sua componente dei mercati, è sempre più ipertrofico e autoreferenziale e sta smarrendo la sua delicata funzione originaria al servizio dello sviluppo economico.

Quando un “delegato” di Elliott mostra agli amministratori di Athenahealth le foto di un party organizzato per i dipendenti come prova della carenza di governance, il messaggio è chiaro: risparmiate quei soldi e dateli a noi. Quali benefici ricava la società civile da un’operazione di questo tipo, così come da un taglio dei dipendenti volto solo a creare liquidità da destinare agli azionisti?

Analogamente, quando viene aggredita la ricchezza delle aziende imponendo operazioni di riacquisto di azioni proprie anziché utilizzarla per investimenti è evidente che viene minato il processo di crescita dell’economia e del benessere collettivo. E che dire poi dei 2,4 miliardi sottratti al popolo argentino da chi non aveva subito un danno dal default, ma aveva solo svolto un’operazione speculativa su di esso?  

Ma le iniziative di Singer e dei suoi sodali non solo erodono la funzionalità e quindi la stessa legittimità del capitalismo, ma come conseguenza secondaria minano anche le regole che sovrintendono al funzionamento dei regimi democratici. La montagna di soldi “guadagnati” con le loro operazioni, infatti, è poi in gran parte utilizzata per promuovere azioni di lobby destinate a orientare a favore dei propri interessi le decisioni politiche.

La vicinanza di Singer a Trump

Singer è uno dei primi tre finanziatori del partito repubblicano e come tale ha ampia udienza nei piani alti dell’amministrazione americana, compreso il presidente Trump, di cui ha finanziato la cerimonia inaugurale. Ovviamente è in buona compagnia; tutti i maggiori gruppi finanziari statunitensi si avvalgono di generose elargizioni per esercitare la loro influenza sul Congresso ed è prassi normale che loro esponenti vengano nominati ministri. 

Tuttavia, Singer ha spesso agito da capofila e, come è ben noto agli insider della Casa Bianca, è incontrovertibile il suo ruolo dietro le decisioni di Trump di ritirarsi dal trattato con l’Iran, di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, di procedere a un taglio delle tasse che ha beneficiato soprattutto i più ricchi, di nominare Neil Gorsuch a giudice della Corte Suprema, giusto per fare qualche esempio della diversificazione tentacolare dei suoi interventi.

Non dovremmo adagiarci sul fatto che così va il mondo e bisogna farsene una ragione. E’ evidente che il funzionamento dei mercati finanziari necessita di un serio intervento di riforma volto in primo luogo a depotenziarne il ruolo e quantomeno a non consentire comportamenti che in altri contesti vengono sanzionati penalmente. Se non è possibile farlo a livello globale, occorrerebbe agire almeno a livello di Unione Europea, che ancora una volta appare come l’ultimo rifugio in cui ripararsi.

 

 



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