Perché è così difficile trovare un accordo sulla Brexit

Dopo il successo dei Sì al referendum si è avviato il complesso processo di separazione che dovrà concludersi entro la primavera del 2019. A sei mesi da questa scadenza le parti non sono ancora riuscite a trovare un accordo e appare sempre più concreta la prospettiva di una separazione non consensuale e foriera di litigi e ripicche come in ogni matrimonio che finisce male

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L’opinione pubblica italiana, forse distratta dalle vicende interne, non presta la dovuta attenzione alla Brexit, cioè alla uscita del Regno Unito dall’Unione Europea a seguito del referendum del 2016. Eppure, si tratta di una vicenda destinata ad avere profonde ripercussioni sul piano economico, finanziario e geostrategico che sarebbe sbagliato ignorare.

Il Regno Unito non è uno dei fondatori della Comunità Europea. Coerentemente con la sua politica plurisecolare, ostile a un’Europa continentale unificata, essa vedeva con diffidenza la costituzione di questo organismo e promosse un’area di libero scambio alternativa, l’EFTA, cui aderirono Austria, i paesi baltici, il Portogallo e la Svizzera. Nel 1973, quando era divenuta evidente la progressiva crescente importanza del mercato comunitario, il Regno Unito decise infine di aderirvi. Come ha argutamente osservato lo storico Sergio Romano, lo scopo di questa adesione era probabilmente quello di sabotare l’Unione dal di dentro, favorendo attivamente un’estensione abnorme dei Paesi partecipanti volta a diluirne l’efficacia operativa.

Una storia travagliata

La partecipazione del Regno Unito è stata comunque sempre sofferta. Sono note le dure polemiche con cui la Thatcher negoziò e ottenne i cosiddetti rebate, cioè i rimborsi sui fondi comunitari di sua spettanza. Più in generale, i britannici hanno sempre mal sopportato la cessione di sovranità che l’adesione alla Ue comportava e la polemica su questo aspetto è stata sempre presente nel dibattito politico d’oltremanica.

Dopo il successo dei Sì al referendum, sul cui esito hanno peraltro influito anche altri fattori, si è avviato per la prima volta il complesso processo di separazione che, secondo le norme del Trattato, dovrà concludersi entro la primavera del 2019. Tuttavia, a sei mesi da questa scadenza, le parti non sono ancora riuscite a trovare un accordo e appare sempre più concreta la prospettiva, traumatica per molti aspetti, di una hard Brexit, cioè di una separazione non consensuale e foriera di litigi e ripicche come in ogni matrimonio che finisce male.

Ma quali sono i motivi che rendono difficile il raggiungimento di un nuovo accordo commerciale col Regno Unito? Per comprenderli, è necessario un breve ripasso degli Istituti comunitari, di cui purtroppo non vi è adeguata contezza.

L'unione doganale

I​​nnanzitutto, tutti i Paesi aderenti alla Ue fanno parte della Custom Union, cioè dell’Unione doganale, in base alla quale i beni possono liberamente circolare nell’area senza controlli e tariffe da pagare alle frontiere. Inoltre, i beni provenienti da Paesi non aderenti sono sottoposti a un’unica tariffa doganale, qualsiasi sia il Paese in cui sono importati. Corollario di questa impostazione, da tenere a mente quando si tornerà a parlare della Brexit, è l’accentramento presso la Commissione Europea delle trattative commerciali con i Paesi terzi. Forse sorprenderà qualcuno apprendere che fanno parte della Custom Union anche Paesi non aderenti alla Ue, quali Andorra, San Marino, Monaco e la Turchia, sia pure con limitazioni riguardanti in particolare la pesca e l’agricoltura.

Il single market

Tutti i paesi Ue inoltre fanno parte del Single Market (Mercato comune), il quale, oltre alla libera circolazione dei beni impone anche quella dei capitali, dei servizi e delle persone (le cosiddette quattro libertà). Ma il Single Market si pone anche il più generale e ambizioso obiettivo di plasmare un'Unione omogenea sotto il profilo delle libertà civili e soprattutto dell’integrazione economica. A questo scopo la Commissione europea gestisce un  bilancio comunitario e vigila sulle politiche economiche nazionali affinché le stesse siano coerenti con gli obiettivi di convergenza. Fanno parte del Single Market anche Paesi non appartenenti alla UE e non facenti parte della Custom Union, quali la Norvegia, l’Islanda e la Svizzera, i quali sono pertanto tenuti a rispettare le quattro libertà e la giurisdizione sugli eventuali conflitti della Corte Europea di Giustizia. Tutti aspetti che confliggono con gli obiettivi di autonomia impliciti nella Brexit.

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Alberto Pezzali / NurPhoto 
 Una manifestazione contro la Brexit nel gennaio del 2018

Le aree di libero scambio

Infine vi sono le Free Trade Area (aree di libero scambio) le quali sono meno vincolanti della Custom Union e si basano su accordi bilaterali focalizzati sulla rimozione della barriere doganali per un numero circoscritto di beni. Ne costituisce esempio il recente accordo commerciale della Ue col Canada. Questa è sicuramente la soluzione cui ambisce il Regno Unito, ma essa richiede lunghe e dettagliate trattative non compatibili coi tempi della Brexit e soprattutto, come subito vedremo, non risolve il problema del Nord Irlanda.

Tutte e tre le soluzioni descritte presentano pertanto delle controindicazioni agli occhi dei brexiters e pertanto le trattative con la Ue si sono subito rivelate complesse. E’ bene ricordare che il Regno Unito si presentò alle trattative con la Ue senza aver ben chiari gli obiettivi che intendeva perseguire. La stessa May si era pronunciata prima del referendum in favore della permanenza nell'Unione, salvo poi cambiare posizione dopo l’esito.

Dopo un avvio incerto, nell’autunno dell’anno scorso furono individuati tre principali punti critici su cui andava focalizzata l’attenzione: l’”assegno di divorzio” che i britannici avrebbero dovuto pagare, la sorte dei cittadini Ue stabilitisi in UK e la questione della frontiera fra EIRE e l’Irlanda del nord. Sui primi due fu presto raggiunto un accordo di massima, mentre molto più spinosa apparve sin da subito la questione del confine irlandese, aggravata dal fatto che la sopravvivenza del governo May è condizionata dall’appoggio determinante dei deputati nordirlandesi.

La questione irlandese

La questione irlandese ha origini remote, ma i meno giovani ricorderanno sicuramente la durissima lotta, sfociata nel terrorismo, che contrappose i cattolici nordirlandesi ai protestanti e al governo britannico. La fine del conflitto ebbe luogo nel 1998 con il Good Friday Agreement che devolveva maggiore autonomia all’Irlanda del nord, prevedeva forme di cooperazione politica con Belfast e soprattutto, per quello che qui interessa, l’eliminazione di un hard border fra le due Irlande. Quest’ultimo punto fu evidentemente favorito dal fatto che sia il Regno Unito sia l’Eire facevano parte dell’Unione.

Dopo vari ondeggiamenti, la May assicurò che sulla questione irlandese sarebbe stato introdotto un “backstop”, termine difficilmente traducibile in italiano che comunque indicava una soluzione ad hoc che avrebbe consentito il mantenimento dello status quo. Nonostante l’oscurità della soluzione, le trattative ripresero nella speranza che essa sarebbe stata chiarita in prosieguo di tempo.

Il problema che si poneva era soprattutto quello di evitare una frontiera e una dogana fra l’Irlanda del Nord e il resto della Gran Bretagna. In settembre la May presentò una soluzione, abbastanza fantasiosa, in base alla quale l’Irlanda del nord sarebbe rimasta nella Custom Union e nel contempo le procedure doganali con il Regno Unito sarebbero state automatizzate e sveltite (quasi eliminate) tramite la loro digitalizzazione. La UE scartò subito tale soluzione denunciandone l’impraticabilità almeno nel breve periodo. La controproposta fu quella di mantenere tutto il Regno Unito nella Custom Union in via temporanea, fino al momento in cui si sarebbe trovata una soluzione ad hoc per l’Irlanda del Nord.

Solo una settimana fa sembrava che questa soluzione fosse quella definitiva, ma tutto si è bloccato quando diversi membri del governo britannico hanno chiesto come condizione irrinunciabile che fosse fissato un termine certo alla permanenza nella Custom Union che, come si è visto, avrebbe impedito al Regno Unito di stipulare accordi commerciali con gli altri stati, Ue e non Ue, in completa autonomia,  facoltà questa che costituisce uno dei cavalli di battaglia dei fautori della Brexit. Ovviamente la Ue non ha potuto accedere a tale richiesta, posto che il termine era necessariamente subordinato all’acquisizione di una soluzione definitiva al problema irlandese.

A sei mesi dalla data di uscita dalla UE, le trattative fra la UE e il Regno Unito sono pertanto a un punto morto e diversi stati, come la Francia e la Germania, stanno avviando degli studi preparatori per fronteggiare il caos che seguirebbe una eventuale hard Brexit. Non si ha notizia che il governo italiano si stia preoccupando di avviare iniziative simili.

 

   



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