I reali effetti delle accuse di Viganò al Papa, dieci giorni dopo

Attacco mediatico organizzato dall'arcivescovo o un caso di reale malessere interno al mondo ecclesiale? Un bilancio sull'ultima tempesta che ha (forse) scosso il Vaticano

I reali effetti delle accuse di Viganò al Papa, dieci giorni dopo
 Afp
 Papa Francesco

Ma cosa sta succedendo nella Chiesa Cattolica? A dieci giorni dall'improbabile richiesta di dimissioni del Papa avanzata dall'ex nunzio in Usa, arcivescovo Carlo Maria Viganò si può tentare una analisi partendo da alcune certezze evidenti. 

Il primo dato originale di questa crisi sembra essere il suo carattere esclusivamente mediatico. "Un attacco ad orologeria", hanno fatto notare gli osservatori sottolineando la coincidenza della pubblicazione del memoriale con il difficile viaggio di Papa Francesco in Irlanda, che aveva due temi decisivi: la lotta agli abusi sui minori nella Chiesa e non solo e poi il cambio di passo nella pastorale familiare che Bergoglio sta finalmente realizzando con le sue aperture ai divorziati e alle coppie irregolari, che a ben vedere rappresenta uno dei motivi della opposizione che gli fanno, senza esclusione di colpi, come stiamo vedendo, i tradizionalisti.

L'altro riguarda il taglio dei benefici economici legati in periferia alle tariffe per i sacramenti e in Curia alla moralizzazione dello Ior, dell'Apsa e della Rota Romana. Attacchi la cui regia può essere attribuita ad alcuni cardinali e vescovi che nemmeno si vergognano più di combattere il Papa in nome della Tradizione, il che in effetti rappresenta una contraddizione in termini in quanto solo il Pontefice, in quanto erede di San Pietro, garantisce la Tradizione che altrimenti scade nell'archeologia dei pizzi e merletti che tanto piacciono al cardinale Raymond Leo Burke, il probabile ispiratore e sicuro difensore (in interviste bizzarre) dell'operazione Viganò.  

I reali effetti delle accuse di Viganò al Papa, dieci giorni dopo
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 Roma, San Pietro

Ma l'evidenza che sia un attacco mediatico e non ecclesiale emerge prima di tutto dalla ricostruzione che i giornalisti amici di monsignor Viganò hanno pubblicato sui loro blog descrivendo il "giro delle sette case" compiuto dall'ex nunzio in Usa per "piazzare" le sue rivelazioni, che i nostri colleghi raccontano di aver limato per renderle giornalisticamente più accattivanti. Essi si sono sentiti in questo modo co-protagonisti di quello che ritenevano un passaggio storico. Ciò spiega l'emozione di chi ha voluto raccontare aver baciato le mani al prelato dopo aver lavorato con lui alcune ore sul testo; e quella di chi gli ha presentato figli e nipoti come fosse una specie di eroe; di chi infine gli ha fornito consulenza giuridica: non un giornalista ma un avvocato e dirigente d'azienda che ha gettato discredito sulle testate di cui fa l'amministratore, quelle che facevano capo a Madre Angelica, la suora americana amica di Giovanni Paolo II che raccoglieva milioni di dollari per la sua emittente e il corollario di giornali che fanno capo a Ewtn (sigla che per inciso ha inspiegabilmente ottenuto il prestigioso box numero 1 nella Sala Stampa della Santa Sede, nonostante l'evidente opposizione a Francesco che alcuni suoi giornalisti perseguono). 

Accuse inconsistenti 

L'altro elemento che derubrica questa vicenda ad attacco mediatico escludendo che sia una legittima espressione di dissenso ecclesiale riguarda l'inconsistenza stessa delle accuse al Papa. Francesco infatti ha 'scardinalato' con una decisione clamorosa il cardinale omosessuale e pedofilo McCarry, ex arcivescovo di Washington. Un fatto storico e senza precedentii altri porporati ugualmente colpevoli dei medesimi crimini sono stati esclusi dal Conclave, come lo scozzese O'Brien per volontà di Benedetto XVI, o gli venne imposto di ritirarsi in monastero come San Giovanni Paolo II fece con l'austriaco Groer. Ma mai nessuno da un secolo a questa parte era stato cancellato dal Sacro Collegio.

A fronte di questo le contestazioni dettagliate di Viganò riguardano dettagli tutto sommato secondari di questa scomoda vicenda. Non solo: egli, accusando il Papa, accusa se stesso, essendo stato il suo braccio operativo, evidentemente assai poco operativo. Ugualmente l'attacco sull'incontro con Kim Davis a Philadelphia nel settembre 2015 non ha molto senso dal momento che il Papa ricevendo l'attivista anti gay non gli aveva certamente proibito di diffondere la notizia e le parole che gli disse per incoraggiarla. Certo la Sala Stampa scelse di limitarsi a confermare l'incontro senza fornire particolari, ma si tratta appunto di dettagli poco importanti. 

Accuse dunque pretestuose e non fondate su ragioni ecclesiali ma solo sul livore di chi ha perso i privilegi del suo status, in quanto prepensionato e non inserito, come Viganò sperava, nel Collegio Cardinalizio. Eppure la galassia dei blog tradizionalisti presente su Internet ha potuto narrare la storia (falsa) di "scheletri nell'armadio" di Bergoglio, che non ci sono.  

I reali effetti delle accuse di Viganò al Papa, dieci giorni dopo
Papa Francesco 

Lo sconcerto del popolo di Dio

“Tra la gente, anche delle nostre comunità parrocchiali, si respira lo sconcerto per la confusione e per gli attacchi che vengono all’interno dalla comunità ecclesiale”. Lo ha detto il direttore dell’Ufficio Nazionale Comunicazioni Sociali della Cei, don Ivan Maffeis, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei.

Sottosegretario e portavoce dei vescovi italiani, commentando il caso riguardante le accuse rivolte a Papa Francesco dall’ex nunzio apostolico negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò, ha ribadito l’affetto e la vicinanza della Chiesa italiana verso Papa Francesco e l’unità dell’Episcopato a sua difesa.

“Non hanno mai creato problemi le tensioni – ha aggiunto il portavoce della Cei – che nascono fuori, le persecuzioni e le ostilità che la Chiesa ha incontrato nel mondo. Questa stagione ci sta portando, forse più di altre, a misurarci con tensioni che implodono dentro la Chiesa e dividono". 

Una equilibrata chiave di lettura di quanto sta accadendo è offerta anche dal vaticanista Gianni Valente, che ha un consolidato rapporto con Papa Francesco. “L’operazione-Viganò – ha spiegato su Vaticaninsider – è stata anche un maldestro tentativo di sabotare il Papa regnante giocando di sponda proprio con la guerra alle corruzioni clericali che la vulgata mediatica ha accreditato come tratto distintivo del pontificato in corso, colorandola quasi sempre con venature di auto-compiaciuto moralismo. La vicenda, in questo senso, può addirittura aiutare a cogliere e sciogliere equivoci e stereotipi confezionati e coltivati intorno ai malanni diffusi nella compagine ecclesiale e ai loro possibili rimedi”.

La "pistola fumante" che non c'era

Secondo Valente, “nel tempo presente, il mistero della Chiesa sopporta anche l’enigma di chierici e laici che avvelenano i pozzi del popolo di Dio travestendosi da angeli della purificazione, atteggiandosi a emissari del giudizio celeste”. Tutto questo senza nessun riscontro nella realtà, mancando difatti del tutto quella "pistola fumante" la cui esistenza era proclamata sui blog dei colleghi della galassia tradizionalista. 

Per Valente, infatti, “l’ex nunzio lombardo ha abusato della sua posizione di potere – che gli garantiva accesso a notizie riservate circolanti negli apparati ecclesiali – violentando il sensus fidei di tanti battezzati. Lui e i suoi sponsor mediatici agiscono con ostentato disprezzo dell’intelligenza altrui, trattando tutti da gonzi narcotizzati, sfornando una pseudo informativa all’altezza del peggior dossieraggio da servizietti segreti deviati. Un testo grottesco per chiunque abbia una minima dimestichezza con gli eventi e i fenomeni ecclesiali degli ultimi decenni. Infarcito di dettagli selezionati e amplificati ad arte, teoremi inattendibili, allusioni tanto maliziose quanto gratuite, conversazioni private manipolate e reinterpretate, attacchi personali, omissioni mirate”.



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