Colombia, per far vincere la pace la via da seguire è quella indicata da Francesco (e da Chàvez)

La battaglia di Bergoglio per ottenere dai vescovi locali un impegno 'pastorale' a favore del disarmo

Colombia, per far vincere la pace la via da seguire è quella indicata da Francesco (e da Chàvez)
La pace in Colombia (che ancora può essere paragonata a un embrione che ha bisogno di molte cure per  crescere e radicarsi) deve molto a due personaggi che si sono dati il cambio nel ruolo dei suoi “facilitatori”. Il primo dei quali è lo storico leader del Venezuela Hugo Chávez, un politico per molti versi non esente da contraddizioni, ma al quale non si può non riconoscere il merito storico di essere stato il primo sostenitore e promotore del processo di pace in Colombia, culminato l’anno scorso con la firma dello storico accordo con le Farc a Cuba. Il leader della Rivoluzione Bolivariana negli anni si era speso molto affinché si potesse giungere a un compromesso per porre fine al più lungo conflitto armato del continente americano, giura l’Alto Commissario per la Pace in Colombia, Sergio Jaramillo. “La verità - dice - è che noi colombiani possiamo pensarla come vogliamo su Chávez e il suo governo, ma fu Chávez a dare un forte sostegno al processo di pace, convincendo le FARC che era giunto il momento della pace”. E un argomento forte che ha spinto i guerriglieri alla resa è la riforma agraria che dovrebbe scaturire dagli accordi di pace, secondo quanto stabilito: un progetto molto vicino alla visione chavista. 
 
L’altro “facilitatore” è indubbiamente Papa Francesco, come ha riconosciuto il presidente colombiano Juan Manuel Santos, che ai giornalisti al seguito di Bergoglio nel suo 20esimo viaggio internazionale ha detto: “Siamo molto grati al Papa per questa visita, è stato il nostro quinto incontro e abbiamo parlato di come piano piano si è evoluto il processo di pace. Gli ho detto quanto ci ha aiutato con il suo incoraggiamento, anche in mezzo alle difficoltà. Il Papa è arrivato in Colombia proprio per continuare a incoraggiarci nella ricerca della pace”.
 
Ma come accaduto a Chavez (i cui meriti saranno certo riconosciuti dalla storia) anche l’azione di Francesco trova tanti ostacoli: gli si oppongono in fondo le stesse logiche che hanno condannato il Venezuela a una lenta agonia quando il comandante ha scelto di finanziare con il petrolio le riforme sociali e non le oligarchie locali e i loro alleati esteri. E che a Francesco danno del “comunista” perché vuole riportare l’azione della Chiesa alla lettera del Vangelo, per farne un “ospedale da campo”, capace di accogliere tutti, compresi gli irregolari (divorziati e gay), invece che una (losca) banca d’affari. Francesco purtroppo non è riuscito a chiudere lo lor per l’opposizione del cardinale George Pell, ora rientrato in Australia a difendersi da accuse infamanti. Ed è singolare il fatto che a Bogotà il Pontefice sia stato ospite di un nunzio apostolico, l’arcivescovo Ettore Ballestrero, che Benedetto XVI aveva allontanato precipitosamente da Roma proprio perché non condivideva la linea rigorosa imposta dal Papa tedesco riguardo allo Ior e alla legislazione sulla trasparenza. Una riforma affidata all’allora presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi che pagò con il suo posto la lealtà al Papa regnante, il quale pure, come è noto, poche settimane dopo si dimise.
 
Monsignor Ballestrero anche in Colombia ha svolto un ruolo non del tutto chiaro riguardo all’azione Francesco a favore della riconciliazione nazionale, alla quale del resto  si oppone in particolare la Gerarchia locale.

I mancati eredi di Simon Bolivar

Per la pace in Colombia il cammino è davvero in salita per molte ragioni che riguardano ad esempio la difficoltà dello Stato di raggiungere con servizi e sviluppo popolazioni molto isolate, che ancora nel 2017 mancano di acqua potabile, corrente elettrica, scuole. Erano fino ad oggi i “vivai” della guerriglia che vi arruolava i bambini sottraendoli alla condizione di assoluta povertà e arretratezza per condannarli però ad un destino ancora peggiore. Fino ad oggi i governi colombiani hanno considerato la lotta alle Farc e all’ELN una priorità, le risorse che ora saranno liberate dovranno servire (si spera) a raggiungere le zone rurali abbandonate a un destino che definire di sottosviluppo sarebbe ottimistico.
 
Il problema è che anche gli uomini migliori della classe politica colombiana, tra i quali certamente si può includere il presidente e premio Nobel per la pace Juan Manuel Santos, sono fautori di una visione neo-liberista che considera la povertà una condizione che il mercato riuscirà a eliminare, mentre evidentemente non è così. In effetti in Colombia, nel panorama politico, mancano gli eredi di Simon Bolivar: non lo è certamente l'antagonista Uribe ma nemmeno lo è Santos, che da ministro della difesa bombardò la Bolivia e di fatto fa parte dell'oligarchia, essendo nipote di un precedente presidente. E infine non lo è il candidato alla presidenza nelle elezioni del prossimo marzo, German Vargas Lleras, un trasformista che cerca di attrarre voti tra i fedelissimi di Uribe pur essendo stato eletto vicepresidente con Santos.
 
Colombia, per far vincere la pace la via da seguire è quella indicata da Francesco (e da Chàvez)
 Papa Francesco in Colombia (AFP)
 
Ma in Colombia, mancano anche, a livello della leadership ecclesiale, gli eredi dei gesuiti delle reduciones: fedeli al messaggio di liberazione e giustizia del Vangelo ci sono solo alcuni vescovi, una manciata di preti e i gesuiti dell'Università Javeriana di Bogotà, con i quali Francesco ha voluto incontrarsi in privato. "Bergoglio, che era già stato qui da superiore dei gesuiti di Argentina e poi da arcivescovo di Bogotà - dice all'Agi una fonte delle comunità di base - è a conoscenza delle ambiguità della chiesa locale, che sembra parteggiare apertamente per la destra di Uribe: la speranza è che nel viaggio possa affrontare con piena libertà i diversi temi relativi al processo di pace, offrendo le linee per il cammino che attende il paese. La questione della riconciliazione è molto delicata in quanto ci sono crimini efferati compiuti dalla guerriglia che alla fine non saranno pagati, e su questo aspetto fa leva Uribe". L'ex presidente, che gode dunque dell'appoggio della gran parte della gerarchia ecclesiastica in apparenza rappresenta quanto di più lontano ci sia dalla causa del Vangelo, essendo diretta espressione dell'oligarchia terriera (e oggi anche industriale) che non vuole riforme sociali che possano ridistribuire le ricchezze del paese e i frutti del lavoro dei contadini e degli operai.
 
Colombia, per far vincere la pace la via da seguire è quella indicata da Francesco (e da Chàvez)
Fidel Castro con il presidente venezuelano Hugo Chavez (Afp) 
 
Secondo la fonte consultata dall'Agi, "il cammino avviato, con l'evidente fatica che comporta, perchè i 200 mila uccisi nella guerriglia e i quasi 8 milioni di 'feriti' (sequestrati, colpiti da attentati, parenti degli assassinati e rapiti, sfollati e  vittime di violenze che andavano dalle rapine agli stupri, ndr) sono una realtà dolorosa e ben presente alla popolazione, consentirà tuttavia al paese di riprendere una vita normale, restituendogli la possibilità di crescere dal punto di vista economico e sociale". Un argomento molto spinoso, spiega ancora la fonte, riguarda in particolare i bambini soldato, "perchè i numeri sono più alti di quelli ammessi dalle Farc: nessuno voleva fare la guerra e loro arruolavano i ragazzi delle campagne rapendoli e drogandoli. Sono crimini contro l'umanità che almeno debbono essere portati alla luce se, come stabilito dagli accordi, si vuol poi far sedere in Parlamento, con un minimo di credibilità i capi delle Farc".

Il grave errore della Chiesa in Colombia

“Sappiamo cosa significa l’esperienza di lavorare senza nessun risultato. Anche questa nazione conosce questa realtà”, ha detto a Bogotà Papa Francesco, che pur senza citare direttamente il “Libertador” ha reso omaggio al suo sacrificio umano e politico ripercorrendo la storia della Colombia, “quando per un periodo di sei anni, al suo inizio, ebbe 16 presidenti e pagò caro le sue divisioni”. E subito dopo è arrivata una chiara bacchettata all’episcopato locale, che nei mesi scorsi ha opposto una sorta di resistenza passiva al processo di pace in corso dopo 60 anni di guerra civile, caldeggiato invece da Papa Francesco. “Anche la Chiesa in Colombia ha fatto esperienza di impegni pastorali vani e infruttuosi – ha osservato Francesco – però come Pietro, siamo anche capaci di confidare nel Maestro, la cui Parola suscita fecondità persino là dove l’inospitalità delle tenebre umane rende infruttuosi tanti sforzi e fatiche”.
 
“Non siete tecnici ne’ politici, siete pastori” e avete il dovere di servire il bene comune senza “alleanze con una parte o con  l’altra”, impegnandovi a “sostenere una inversione di rotta” e “fuggendo le lusinghe dei potenti di turno”, ha detto il Papa senza giri di parole, per richiamare i vescovi della Colombia al loro dovere di servitori del popolo e non delle oligarchie locali. E il Papa se l’è presa anche con i preti che “continuano a portare avanti  la comoda neutralità di quelli che non scelgono nulla per rimanere soli con se stessi”. Nonché con quei “fedeli laici sparsi in tutte le Chiese particolari, che resistono faticosamente nel lasciarsi radunare da Dio che è comunione, anche quando non pochi proclamano il nuovo dogma dell’egoismo e della morte di ogni solidarietà”.
 
Colombia, per far vincere la pace la via da seguire è quella indicata da Francesco (e da Chàvez)
Foto: GABRIEL E APONTE / NOTIMEX  
Santa Messa di Papa Francesco (AFP) 
 
Bergoglio, che fin dall’inizio del Pontificato si è speso in ogni modo a favore degli accordi di pace con le Farc e ora con l’ELN, non può mandare giù che i vescovi di fatto abbiano voluto  boicottarli quando hanno affermato il diritto dei credenti a votare “no” al referendum di ottobre se ritenevano fossero ingiusti. La condanna di Francesco per questo grave errore politico della Chiesa Colombiana è stata molto netta, sebbene in forma di esortazione: “non fate tacere la voce di Colui che ci ha chiamati, e non pensate che siano la somma delle vostre povere virtù o le lusinghe dei potenti di turno ad assicurare il risultato della missione che Dio vi ha affidato”.

Il problema della ridistribuzione segue quello della riconciliazione

Nel viaggio Papa Francesco ha insistito con forza sulla necessità che si faccia strada nelle coscienze di tutti la virtù cristiana del perdono. “Riconciliarsi è aprire una porta a tutte e ciascuna delle persone che hanno vissuto la drammatica realtà del conflitto”, ha detto nell’omelia della grande celebrazione presieduta a Villavicencio per la beatificazione di due martiri della violenza: il vescovo Jesus Emilio Jaramillo Monsalve, ucciso dall’ELN nel 1989, e padre Pedro Maria Ramirez Ramos, linciato in piazza nel 1948 a seguito di un esplosione di violenza provocata dall’uccisione di un leader politico. “Quando le vittime vincono la comprensibile tentazione della vendetta, diventano – ha scandito Francesco – i protagonisti più credibili dei processi di costruzione della pace. Bisogna che alcuni abbiano il coraggio di fare il primo passo in questa direzione, senza aspettare che lo facciano gli altri”.
 
E nel pomeriggio dello stesso giorno, all’incontro più atteso del viaggio, la preghiera per la riconciliazione nazionale a Villavicencio, con le testimonianze delle vittime della violenza e di alcuni ex guerriglieri, Bergoglio aveva le lacrime agli occhi quando ha ascoltato le storie, a cominciare da quella di una vedova che con grande misericordia ha curato i carnefici dei suoi familiari. Erano lì, insieme su quel palco, testimoni, ha detto il Papa, di “una terra irrigata con il sangue di migliaia di vittime innocenti e col dolore lacerante dei loro familiari e conoscenti”. “Vorrei dire - ha confidato Francesco - come fratello e come padre: Colombia, apri il tuo cuore di popolo di Dio e lasciati riconciliare. Non temere la verità nè la giustizia. Cari colombiani: non abbiate timore di chiedere e di offrire il perdono. Non fate resistenza alla riconciliazione che vi fa avvicinare, ritrovare come fratelli e superare le inimicizie”.
 
Ma non è solo il “pantano della violenza e del rancore”, come lo ha descritto il Papa, che rende problematico il cammino della pace in Colombia. C’è accanto a questo la necessità di una ridistribuzione delle ricchezze, a cominciare dalle proprietà terriere. Un tema che era caro a Chàvez e prima ancora fu la causa per la quale si immolò Camilo Torres, il sacerdote che 50 anni fa si fece guerrigliero ma non uccise mai nessuno, il cui ricordo è un simbolo del riscatto dell'America Latina accanto a quello di Ernesto Che Guevara. Nelle trattative con le Farc, il governo si è impegnato a varare in tempi rapidi la riforma agraria assicurando alla legge un “canale privilegiato” in Parlamento. Ma ad un anno dall’impegno siamo ancora solo al livello delle buone intenzioni.
 
In un paese in cui la distribuzione dei terreni agricoli è una delle meno egalitarie del mondo, con l’1% della popolazione che possiede il 52% delle terre, secondo gli ultimi dati del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, il nuovo accordo prevede l’accesso per i campesinos alle terre incolte, la creazione di un fondo specifico, e la costruzione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo economico e sociale nel nuovo piano agricolo colombiano. Inoltre, saranno avviati investimenti nello sviluppo sociale come salute, educazione, casa e sradicamento della povertà. Altro punto fondamentale, come spiegato dalle Farc, è “il risarcimento delle vittime delle espropriazioni e delle deportazioni forzate”. Sempre secondo i dati delle Nazioni Unite, infatti, solo il 22% della terra disponibile è coltivata, e ben 6,5 milioni di ettari sono stati espropriati, rubati o confiscati durante il conflitto tra il 1985 e il 2008.
 
Proprio dalla riforma agraria passa l’unico “treno”  che può rendere permanente la pace in Colombia e sconfiggere definitivamente il narcotraffico il cui cartello più temibile, quello del Golfo, ha in qualche modo aderito al cessate il fuoco dei guerriglieri dell’ELN in occasione della visita del Papa: un’occasione storica che questo paese non può permettersi di sprecare


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