La lezione da imparare dal caso di Pierre Webò e dell'arbitro Coltescu

La lezione da imparare dal caso di Pierre Webò e dell'arbitro Coltescu

Non siamo tutti obbligati a saper snocciolare gli episodi che si dipanano lungo i secoli ma a conoscere almeno che certe espressioni offendono, siamo tutti obbligati. Più ancora se siamo nel ruolo di un arbitro internazionale
Psg Basaksehir episodio razzismo arbitro negro webo

© Julien Mattia / ANADOLU AGENCY / Anadolu Agency via AFP  - Pierre Webo
 

La partita di Champions League tra Psg-Basaksehir, decisiva per il prosieguo del torneo, viene sospesa per un episodio di razzismo: ma il razzismo (come racconterò) è duro a morire. Prima i fatti, secondo la ricostruzione dei giornali.

Al minuto 14esimo del primo tempo il quarto uomo, il romeno Sebastian Coltescu, rivolge un insulto razzista al vice allenatore della squadra turca Pierre Webò (anche ex attaccante del Camerun) chiamandolo "nero". Bastano sei minuti perché tutti i giocatori abbandonino il campo con la precisa condizione che, per riprendere la partita, il quarto uomo venga allontanato dallo stadio. L'Uefa non riesce a decidere per tempo e così l'incontro viene sospeso.

Il razzismo però è duro a morire. Non sono poche le persone che, nel loro intimo, ritengono eccessivo l'accaduto e si schierano borbottando con il quarto uomo che ha sostenuto non essere offensiva, nella sua lingua, la parola "negru". Dello stesso parere, per esempio, era il conducente del taxi che ho preso oggi. "Se mi danno del bianco, mica mi offendo" argomenta. E invano cerco di fargli capire che oggi, per esempio anche secondo l'Accademia della Crusca, l'espressione "negro" appartiene indubbiamente al novero dei "vituperi".

"E allora come si deve dire? Nero? Di colore?" ha insistito infastidito il mio tassista senza rendersi conto che, quando io ero salito sul suo automezzo non mi ero rivolto a lui chiamandolo "bianco" ma gli avevo chiesto semplicemente se era libero. Perché il punto è proprio questo: siccome gli uomini sono tutti uguali a prescindere dalla pelle, denotare qualcuno secondo il colore significa discriminarlo. E questo anche se chi le pronuncia non ha intenzione di offendere. Perché il senso delle parole dipende prima di tutto dal contesto, e solo in un secondo momento dalle intenzioni. Se io entro in una moschea senza togliermi le scarpe offendo i musulmani, ma questo non avviene in una chiesa cristiana. Se pronuncio il nome di Dio davanti a un ebreo bestemmio, ma questo non vale per un cattolico.

E così, per motivi storici, nella nostra società attuale la parola "negro" veicola giudizi di inferiorità sia psicosomatica che morale, evoca secoli di razzismo e di crimini commessi in suo nome. Non siamo tutti obbligati a saperne snocciolare gli episodi che si dipanano lungo i secoli ma a conoscere almeno che certe espressioni offendono, siamo tutti obbligati. Più ancora se siamo nel ruolo di un arbitro internazionale.

La partita si giocherà, ripartendo dal 14esimo, con arbitri totalmente diversi, il 9 dicembre alle 18.55 "a titolo eccezionale", ha spiegato l'Uefa. Speriamo che questa partita passi alla storia non solo per il risultato ma anche per la lezione di civiltà impartita a tutti dai calciatori. E questa, per noi che tante volte ci lamentiamo del loro comportamento perché lo vorremmo esemplare, è una bella notizia.