L'insegnamento del Papa sul Libano "frutto dell'incontro di varie culture"

L'insegnamento del Papa sul Libano "frutto dell'incontro di varie culture"

Durante l''Angelus, Francesco ha parlato di una nazione, profondamente colpita in questi giorni, capace di far vivere insieme persone dai convincimenti radicati profondamente diversi. E non si tratta dell'unico caso nel mondo  
insegnamento papa libano angelus

Papa Francesco

AGI - Nel giorno in cui la Chiesa, nel suo vangelo domenicale, ricorda Gesù che è vicino a chi è turbato da una tempesta che pare sul punto di annientare tutto, Papa Francesco torna sul Libano per la catastrofe di martedì scorso. "Il Libano - dice - ha un’identità peculiare, frutto dell’incontro di varie culture, emersa nel corso del tempo come un modello del vivere insieme." Questo è il punto più importante. Il Libano è stato per secoli un paese che era la dimostrazione evidente della capacità di far vivere insieme persone dai convincimenti radicati profondamente diversi.

In questi ultimi anni ci sono forze che in quella terra si accaniscono per far credere che tutto ciò è impossibile, per rafforzare la convinzione che l'unica possibilità di vita comune sarebbe quella data da persone che erano già d'accordo su tutto. Ma la verità non è questa. La storia ci dice qualcosa di molto diverso. Ci sono mol­ti Paesi a maggioranza musulmana dove si trovano tantissime chiese cristiane che operano da secoli.

A Istanbul, per esempio, ci sono strade dove si trovano moschee, chiese e sinagoghe nella stessa via. A Tehe­ran c’è un incrocio che si chiama “delle quattro religio­ni” perché in un lato c’è una moschea, in un altro una chiesa cristiana, in un altro la sinagoga e nel quarto il tempio di Zoroastro. In alcuni paesi musulmani, come l'Arabia Saudita per esempio, tutto ciò manca ma in molti paesi del mondo si dimostra che la convivenza è possibile, e il Libano era uno di questi paesi: tra quelli vicino a noi era l'esempio più fulgido. Non l'unico però.

Anche in Africa ci sono tanti esempi di nazioni a maggioranza musulmana dove ci sono dialogo e integrazione tra cristiani e musulmani. So di uno studente della Gregoria­na, l'università dei gesuiti a Roma che, tornato sacerdote nel suo paese (la Nigeria, se non ricordo male), aveva trovato una lunghissima fila di musulmani che desideravano acco­glierlo con gioia e festa per fargli gli auguri per il suo nuovo ruolo religioso.

Il vero problema, purtroppo, è che molti in occidente desiderano trascurare esempi come quelli che ho appena enumerato e che sono molti. Il Papa sottolinea ieri che "questa convivenza ora è molto fragile"  ma auspica che "con la leale partecipazione di tutti, essa possa rinascere libera e forte".     

L'inizio di una collaborazione leale non può essere altro che il sapere chi è ciascuno di noi: rispettare il proprio dogma interno, trovare punti di contatto (come quello di scoprire per esempio che Allah è semplicemente il modo arabo di chiamare lo stesso Dio in cui credono i cristiani), le differenze, e decidere di lavorare assieme per il bene possibile.

Ciascuno di noi ha il compito es­senziale di far cadere le paure piccole e grandi che insorgono nella nostra vita quotidiana, facilitando elementi di informazione e di chiarezza. L’unico modo di vincere la paura e di far cadere i pregiudizi è quello di conoscersi. In questo modo costruiamo una convivenza più pacifica. Con le paure ci facciamo male tutti. La paura ci fa ammalare.