Quello che ci possono insegnare i cani

Quello che ci possono insegnare i cani

In questi giorni si sentono spesso lamentele contro il governo da chi non può uscire a differenza di chi possiede un cane. È invece infinitamente giusto che, fin dall'inizio del lockdown, sia stato lecito e doveroso portare a spasso i cani, che già Gesù utilizzava come esempio per indicare la misericordia allo stato puro
coronavirus passeggiata cani bambini

coppia con cani (agf) 

Sento ogni tanto qualcuno borbottare contro il governo perché "noi non possiamo uscire ma i padroni dei cani sì". Vorrei spendere due parole sul perché mi sembra infinitamente giusto che, fin dagli inizi, sia stato lecito e doveroso portare a spasso i cani in epoca di lockdown.

Al cane non importa che il suo sia un addestratore capace. Imparerà quello che l’addestratore gli insegnerà ma con un occhio e con il suo odorato controllerà sempre che tu, il suo padrone, sia lì vicino.

Non esiste il bene per il cane. Non ha una sua idea di bene.

Per lui esiste quello che il suo padrone chiama bene.

È facilissimo abbandonare un cane.

Il cane si fida del suo padrone.

Se lo fa salire in macchina, se lo fa scendere sul ciglio di un’autostrada, lui sa solo che il suo padrone è con lui.

E sale in macchina.

E scende sul ciglio della strada.

E aspetta che ritorni.

È solo un cane ma ha da insegnarci molto. O meglio. Diciamo che lui è come la spiegazione visiva, scodinzolante, di tanti altri principi e virtù e sentimenti che la mente umana, l’agire umano, il cuore umano, sa o dovrebbe sapere. Perché dal sapere al saper vivere c’è un vallo, un fiume, a volte un mare.

E il cane ci può aiutare a passarlo.

Gesù per parlare di misericordia allo stato puro, minimo, essenziale, ha indicato quel cane che passava fuori della casa del ricco Epulone (cfr Lc 16,19-31). Passava e si fermava a leccare le ferite. Lì dove tanti uomini erano passati e non si erano fermati, non avevano neanche visto.

Gesù per tirare fuori la fede, quella profonda, insistente, radicata, che si ciba anche solo di uno sguardo rubato, ha fatto dire a quella donna che anche i cani si cibano di quello che cade dalla tavola dei padroni (Mc 7,24-30). Briciole? Sì. Ma ad un cuore di cane, ad un cuore povero, aperto, bastano.

Abbiamo bisogno di immagini, oltre che di parole.

Perché i nostri occhi sono la porta del nostro cuore.

Per entrare in quella casa che è la nostra coscienza, Dio ci chiede di essere pronti, in veglia, cioè occhi aperti.

Cosa abbiamo negli occhi?

Quello troveremo nel nostro cuore. Quello troverà nel nostro cuore.

E i cani che c’entrano? C’entrano come c’entravano nel vangelo. Ci fanno vedere cosa diciamo.

Amore? Leccare ferite.

Fede? Attendere e chiedere e vivere di quello che cade dalle mani del tuo padrone.

Amore e fede. Primo gradino. Primo passo. Ma lo diciamo spesso anche noi, no? I grandi viaggi non si fanno con piccoli passi?

La fede più grande che Gesù ha incontrato non era di una donna che gli ha additato un cagnolino?

C’è nel cane quella capacità di farsi amare anche con una semplice carezza tra muso e orecchie che anche l’anziano più inacidito e stanco, che anche il più brutto e pauroso dei punkabbestia che posso incontrare per strada, che anche il  mendicante più sudicio e sfinito, può cogliere, può trovare e soprattutto può regalare ai nostri sforzi per amare, che può riempire i nostri occhi di quello che sappiamo come si chiama ma che a volte facciamo fatica a fare. Amare.

Se è vero, ed è vero, che in paradiso ci sarà solo la Carità e Gesù è andato a prepararci un posto ciascuno, allora forse i cani ci sono per far sì che anche le persone più difficili da amare o più incapaci di amare possano trovare e lasciare amore su questa terra ed entrare in paradiso.

E anche per noi, incontrare un cane può farci venire in mente il vangelo di Lazzaro, il vangelo della cananea: fede e amore mentre ci fermiamo a dare una carezza in una giornata di fretta.

È solo un cane lui, ma insieme a noi, è molto.