Cosa succede se il coronavirus arriva a Rebibbia?

Cosa succede se il coronavirus arriva a Rebibbia?

La promiscuità assoluta delle prigioni renderebbe rapidissimo il contagio. E non si può evacuare un intero carcere. L'opinione di Mauro Leonardi, prete della casa circondariale
Coronavirus contagi italia rebibbia


Cosa accadrebbe a Rebibbia se arrivasse il Coronavirus? Anzi, formulo la domanda all'indicativo, cosa accadrà a Rebibbia quando arriverà il Coronavirus?

Da quando sono prete ex. art 17 nella casa circondariale della capitale - all’interno delle mura di cinta, quattro carceri per un totale di detenuti che varia tra i 2000 e i 3000 - non mi era mai capitato di sentir crescere l’angoscia dentro di me entrando e di sentirla ancor più uscendo. Mi è accaduto ieri, per la consueta Messa dove offro il mio servizio, il reparto dei detenuti "precauzionali": pedofili, autori di femminicidi, ex carabinieri, ex-poliziotti, e così via. Tanti nomi che a loro tempo hanno preso le prime pagine dei giornali e che non vale la pena ripetere ora perché, quando sei lì, quando siamo lì, siamo tutte persone qualsiasi, uomini con il corpo e l'anima nuda.

Cosa avviene al Nuovo Complesso, il carcere dove sono volontario, 1700 detenuti circa, quando arriva l'influenza? Che la prendono immediatamente tutti. Celle da sei con promiscuità assoluta, quasi completa assenza di farmaci, una piccola infermeria, un reparto "protetto” per poche unità al Pertini per i casi più gravi.

Tanto per essere chiari, a Rebibbia è persino complicato misurarsi la febbre, tanto scarseggiano i termometri. In genere si conta sulla buona salute degli "ospiti" e ce la si cava, ma se arrivasse il Coronavirus non ci sarebbe scampo. Né per i detenuti, né per le guardie carcerarie, né per i volontari. Quando arriva l'influenza la prendono tutti: tutta la cella, tutto il corridoio, tutto il reparto. Diciamo la verità, in genere non è un enorme problema: passare la maggior parte del tempo in branda purtroppo è per un detenuto una deprecabile consuetudine. Farlo con un po' di febbre e qualche sintomo è un fastidio, non una tragedia.

Ma se e quando dovesse arrivare il Coronavirus (se e quando il Coronavirus arriverà) sarà una tragedia dalle enormi proporzioni. Rischia di essere una carneficina, non esagero. Se si ammalano tutti o quasi tutti i detenuti non c'è alcuna possibilità di isolamento e di cura. Non si può evacuare un intero carcere per evidenti motivi: primo dei quali la necessità che per ogni detenuto ci siano parecchie guardie. E poi dove li porti? Si aprono scenari apocalittici.

È urgente che le autorità prendano delle misure affinché il Coronavirus non entri in carcere: a Rebibbia e in ogni altro carcere. Al momento, non esiste alcun controllo sul personale, sugli avvocati, sui parenti che vanno ai colloqui, sui fornitori, sui preti, sui volontari. Non esiste, ancora più grave, alcun controllo sui nuovi arrivi. I nuovi arrestati che, presi ovunque, spesso per strada e sotto i ponti, non sono sottoposti ad alcun tipo di controllo, vengono da vite assolutamente improbabili e potrebbero benissimo essere stati in contatto con il virus.

Nessuna di quelle precauzioni che, per dire, sono messe in atto negli aeroporti di Fiumicino e di Ciampino, vengono adottate a Rebibbia. Chiunque di noi arrivi a Rebibbia potrebbe, inavvertitamente, essere il protagonista di una strage. Prima che sia troppo tardi, urge, assolutamente urge, che le autorità prendano dei provvedimenti. Sarebbe bello che qualcuno mi smentisse e dichiarasse che proprio questa mattina, la mattina di domenica 23 febbraio 2020, a Rebibbia sono iniziati dei controlli rigorosi su tutti coloro che varcano la soglia del carcere. Sarebbe bellissimo. Ieri pomeriggio alle 18 non era così. Non aspettiamo.