Oggi tutti i quotidiani, online o cartacei, chiedono ai propri lettori di cambiare le password ma io non l'ho ancora fatto. Uso tre device, sono su diversi social, ho tre indirizzi email, un conto in banca online, ma ho anche cinquant'anni e cambiare una password mi genera un'irragionevole stato d’ansia. Per cui aspetterò che nel pomeriggio si liberi l'amico che pazientemente, ormai ogni 15 giorni, mi aiuta nel fare quest'operazione. Nel frattempo io mi sorprendo a invidiare Bin Laden e Provenzano che comunicavano con pennette USB portate a dorso di cammello o con "pizzini" che avevano come codice criptato i versetti della Bibbia.                      

Un sistema bancario può reggere solo finché siamo certi che i nostri soldi verranno ben custoditi, altrimenti si tornerebbe a nascondere il denaro nel materasso; allo stesso modo torneremmo a carta e penna se dovessimo convincerci davvero che non c'è protezione quando mettiamo on line i nostri dati sensibili.          

Le nostre parole scritte in una mail, sussurrate in una telefonata, dette in una chat, sono nostre e solo nostre e abbiamo il sacrosanto diritto che rimangano solo nostre. Solo la persona a cui sono indirizzate ha il diritto di ascoltarle, leggerle. Solo lei, quella per cui sono state pensate, sa che significato hanno. Solo lei ne conosce il contesto, lo sfondo.                    

Siamo tutti d’accordo che nel caso di un crimine si debba poter accedere alle conversazioni di chi delinque, ma legiferare in questo campo è difficilissimo proprio perché tutti vogliamo che le nostre relazioni private rimangano così, private. Per questo i limiti, i confini, i termini, le condizioni, i modi di una intercettazione telefonica devono essere severissimi. Nessuno di noi tollera approssimazione. Ne va della nostra intimità, cioè della nostra umanità.      

Uno dei conflitti classici tra genitori e figli è quando arriva il momento dell’adolescenza e, nel dubbio di qualche guaio combinato dal figlio, il padre o la madre sentono il diritto di aprire il cellulare e di controllare foto, chat e telefonate. Forse, non voglio generalizzare, qualche volta (raramente) è necessario ma, in ogni caso, è sempre un momento imbarazzante, doloroso, che spessissimo non conduce a nulla di buono perché quel gesto vuol dire – sempre – entrare nell’intimità di un’altra persona e così, in qualche modo, violentarla. In casi estremi di figli minorenni può essere necessario, ma è sempre ferire. I figli, seppur colti in flagranza, anche se trovati con le mani nel sacco, sentono sempre fortissima la violenza del gesto, si sanno violati e quasi mai quel che ne segue può essere sano e costruttivo.                        

Quando, nel discutere con un figlio, parti da quello che hai “rubato” dal suo cellulare, anche se sai tutto e hai ragione tu genitore, il dialogo è compromesso e nel 99,99% dei casi non si arriva da nessuna parte anzi, arrivi alla rottura. Idem nel rapporto tra adulti.  Il nostro diritto alla privacy è così forte da vincere sul diritto che abbiamo tutti di cercare di capire se chi amiamo ci è fedele. L’amaro che lascia in bocca – e in coscienza – aspettare che il telefonino sia incustodito per spiare, attendere che l’altro dorma per leggere le sue cose, è un sapore acre e pieno di fiele. Un amaro mortale. Perché, anche fossimo sposati, le cose del coniuge, sono prima sue. Il copyright sulle nostre parole è solo nostro, Internet deve imparare a garantircelo in modo assoluto e siamo ancora molto lontani dall'aver raggiunto questo obiettivo. Cambiare tutte le password ogni pochi giorni è come portare ogni settimana l’auto dal meccanico: vuol dire che il modello non è ben riuscito.