​“Un monologo penoso e paraculo”. Quelli a cui Favino non è piaciuto (e che non hanno capito la bellezza di Koltès)

C’è una parte di Twitter che il monologo di Pierfrancesco Favino non è riuscito proprio a mandarlo giù. Per il tema trattato, certo. Per quella parola, paraculismo, che è stata pronunciata troppe volte a Sanremo

​“Un monologo penoso e paraculo”. Quelli a cui Favino non è piaciuto (e che non hanno capito la bellezza di Koltès)
Maria Laura Antonelli / AGF 
 Pierfrancesco Favino a Sanremo durante il monologo di Koltes 

Penoso. Altro che strepitoso. C’è una parte di Twitter che il monologo di Pierfrancesco Favino non è riuscito proprio a mandarlo giù. Per il tema trattato, certo. Per quella parola, paraculismo, che è stata pronunciata troppe volte a Sanremo. All’Ariston come in sala stampa; per le strade della cittadina della Riviera come in rete e sui social; per i brani di Meta e Moro e di Mirkoeilcane, per la conduzione di Claudio Baglioni.

C’è chi ha visto in quella recitazione, quasi perfetta, una presa di posizione netta. E politica. Una violazione della “par condicio” in tempo di campagna elettorale. Nonostante il testo, datato 1977, sia un piccolo capolavoro di un autore, Bernard-Marie Koltès, così poco conosciuto alla platea italiana e così incredibilmente capace di raccontare, su un palco e sulla carta, lo smarrimento, la solitudine e il senso di oppressione degli esseri umani di fronte alla deriva del mondo.

E allora, sui social, quel grido di dolore di chi non può chiamare casa nessun luogo, di chi viene sempre preso a calci, di chi vorrebbe stare bene, sdraiato sull’erba, a raccontare la proprio storia, invece che essere costretto sempre a fuggire, diventa una sorta di difesa dei migranti di oggi. “Ti mandano via. Il lavoro sta sempre più in là, più lontano. Senza sorrisi e senza nessuno che ascolti. Ti senti sempre più straniero, più solo e abbandonato”. Frasi che vengono recintate dalla politica, soggiogate dall’attualità, incatenate in un contesto ben preciso che ci conduce, come dentro a un imbuto, verso il 4 marzo.

E su Youtube la situazione non è certo diversa. Sotto il video del monologo, pubblicato sul canale della RAI, ci sono quasi 2500 commenti. Molti difendono Favino e la sua interpretazione. Altri, invece, traslano il messaggio di Koltès per colpire il loro unico bersaglio. Senza concessioni o aperture. E con molta, moltissima, rabbia.

  • “Questa cazzata è la scusa giusta per accogliere accogliere e accogliere e far diventare questo paese sempre più un immondizia”;
  • “Favino il tuo paese è AFFANCULO”;
  • “Con i 300.000 euro che hai preso a San Remo paga gli avvocati degli stupratori immigrati”; “Realtà ben diversa dal monologo....Per me solo propaganda elettorale...no agli ingressi indiscriminati....ormai l'Italia è invasa”. 
  • “A me ha fatto cagare..solito comunista pagato milioni di euro che parla dei soliti immigrati in una serata che dovrebbe essere degli italiani, ma a quanto pare a lui dell'italia e degli italiani che si suicidano per mancanza di lavoro salute e futuro frega poco..bene..esplodi”.

Se abbiamo paura persino delle emozioni

Ospite di Fabio Fazio a “Che Tempo Che Fa”, l’attore ha raccontato che quello di Koltès “è un testo sull’estraneità in generale. La mia politica è solo quella di capire le emozioni. Quella paura lì che se ti muovi ti sparano addosso era anche la mia nello scegliere di fare Sanremo”. Quelle stesse emozioni a cui molti non credono più. Come se quello che ci circonda fosse tutto di cartone, tutto artefatto, tutto frutto di soldi o di opportunismo mediatico. Come se avessimo paura di accettare che qualcosa venga fatto per pura bellezza.

Può il teatro perdere la sua universalità per colpa della politica? Viviamo davvero in mondo dove tutto è frutto di una strumentalizzazione, dove niente è autentico? Forse sì. Almeno secondo una parte della rete. Così il protagonista del pezzo, un vecchio generale nicaraguense, diventa il migrante ospitato negli alberghi. E chi dà voce a un sentimento che tutti, prima o poi nella vita, siamo destinati a provare, diventa uno “stronzo”, un mercenario. In generale, un paraculo

Un monologo “penoso”. Per fortuna

Penoso. Il dizionario Treccani definisce l’aggettivo come un qualcosa “che arreca pena, affanno, intima sofferenza”. E allora, forse, quasi inconsapevolmente, anche chi ha deciso di attaccare in questo modo la scelta di Favino di recitare il brano di Koltès, non è andato lontano dalla verità. Perché in quei cinque minuti scarsi, la maggior parte di noi, ha provato davvero un senso di affanno e di intima sofferenza. Qualcosa che, per una volta, non ha riguardato una posizione politica, una strumentalizzazione, un paraculismo ma il nostro comune, e sempre più diffuso, senso di vuoto. 



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