Come si vive davvero in carcere

L'ammirevole iniziativa del presidente Mattarella di cenare nell'osteria dei detenuti a Rebibbia non deve far dimenticare che nelle case circondariali le difficoltà nella vita quotidiana sono tante, spesso anche per esigenze basilari come un paio di mutande decenti 

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Giandotti/ Ufficio Stampa / AGF
Mattarella in visita a Rebibbia

Sergio Mattarella decide di festeggiare i suoi 78 anni cenando nel carcere di Rebibbia e su alcuni media il carcere diventa una pensione di lusso a spese degli italiani. La deformazione avviene attraverso il racconto di tanti elementi tutti veri che però alla fine non raccontano la verità. Diciamola dunque questa verità, visto che il senso della visita del Presidente è fare in modo che la società sappia la verità sulle condizioni dei detenuti.

Il Presidente della Repubblica ha cenato con i detenuti presso “L’Osteria degli uccelli in Gabbia” nell’area verde all’interno della Casa Circondariale. L'osteria è esistita davvero, ma il solo venerdì sera dei mesi di giugno e di luglio, e ci si poteva mangiare un menù fisso prenotandosi tre giorni prima, perché i posti  erano pochi e, soprattutto, per accedervi servivano i dovuti controlli da parte delle autorità.

Anche l'Area Verde esiste. È lo spazio antistante la chiesetta del carcere ed è un prato, in genere giallo e pieno di cartacce, giustamente ripulito e messo in ordine - come tutta la zona - per l'occasione, come ha raccontato la volontaria Alessandra Bialetti, in vista dell'arrivo della nostra massima autorità.

È vero poi che i detenuti del complesso più grande, quello dove è avvenuta la cena, sono circa 1.600: ad essi, dentro Rebibbia, bisogna aggiungere altre tre strutture, per un totale di circa 2630 "ospiti" (il numero totale è fatto da don Roberto Guernieri in un'intervista del gennaio 2019).

È vero poi che poche decine di detenuti frequentano diverse facoltà universitarie, oppure 15 partecipano a un corso di teatro, c'è qualcuno - ancora - che può arrivare fino alla biblioteca, ricevere degli aiuti per l'alfabetizzazione, e altri detenuti svolgono dei lavori necessari all'interno del carcere e qualcosina anche all'esterno.

Ma questa non è la normalità. La normalità, per l'assoluta maggioranza dei detenuti (se il totale del Nuovo Complesso è di 1.600, i conti sono presto fatti), è di vivere, con parole di don Roberto, in "sei persone in una cella di tre per quattro metri, con annesso bagno comune, dove cucinano, mettono le loro cose e fanno i loro bisogni".

Io, che sono sacerdote volontario ex art 17, ho già potuto raccontare per AGI che l’alimentazione passata dall’istituto è quelle minima per la sussistenza. A me raccontano che quasi sempre la cucina passa per pranzo un pezzo di carne immangiabile, un po' di pasta, la sera una minestra, e la mattina un bicchiere di latte o di caffé con poco altro, spingendo praticamente tutti ad integrare facendo “la spesa” e cucinando nella propria cella con un fornello precario a pochi centimetri dalla “turca”. Alcuni detenuti sono benestanti e possono acquistare cibo a volontà, ma moltissimi non hanno nulla e il cibo in carcere costa. 

E questa è la verità più misconosciuta in Italia: non solo non è vero che i detenuti in carcere "li manteniamo noi con i soldi dello Stato" ma sono loro a dover pagare. Quasi nessuno lo sa ma la legge stabilisce che ogni detenuto debba versare allo Stato una "quota di mantenimento" di 108,60 euro al mese se il mese è di 30 giorni, o di 112,22 euro al mese se i giorni sono 31. Sono così minuzioso nel racconto perché la vita del detenuto è fatta di infinite insopportabili minuzie (basti pensare a come si vive con questo caldo stando tutto il giorno in una cella di 3 per 4 in 6 persone senza avere neppure lo spazio per camminare). 

I 120 euro al mese (arrotondo) vengono prelevati direttamente e chi, una volta uscito, non ha pagato si vede pignorare tutto da Equitalia. Con questo denaro al detenuto dovrebbe essere garantito il minimo necessario per vivere, cioè vitto, vestiti, necessario per l'igiene ma questo, forse a causa del sovraffollamento, in moltissimi casi non è possibile.

Lo so bene io che, all'inizio di giugno, su richiesta dei Cappellani del carcere, ho promosso una raccolta di mutande (meglio essere specifici: "mutande" è più eloquente di "biancheria intima") perché a moltissimi detenuti - ai più poveri ovviamente - mancavano proprio quelle.

Grazie a Internet la notizia ha fatto il giro del web e, non da aziende o da enti ma da singole persone, ai detenuti sono arrivati quasi un migliaio di mutande. Così quel giorno i carcerati di Rebibbia hanno potuto avere un po' di dignità anche se non hanno mangiato menù di pesce.



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