Piango per Victory, venduto per 800 dollari se non arriverà il riscatto

In Libia si finisce schiavi venduti al mercato. L'Occidente non ti vuole e paga anche questo prezzo per non farti arrivare

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Oggi sarei stato tanto felice di poter parlare di calcio. Avrei tanto desiderato avere uno spazio libero, nel cuore, e commuovermi per le lacrime di Buffon. Ma sono costretto a inorridire per Victory, un 21enne detenuto al Treeq Migrant Detention Center di Tripoli e venduto all'asta come schiavo "più volte". Le mia dita sono costrette a correre sulla tastiera per le aste di essere umani che avvengono in Libia. Piango. Non per l'Italia che non va ai mondiali ma per un ragazzone forte, adatto al lavoro dei campi, che viene venduto per 800 dinari. Anzi no, mi correggo, per 1200 dinari. Cioè per 800 dollari: 800 dinari era il primo prezzo, quello di apertura, ma poi la quotazione è cresciuta. Si vede che Victory ha dei bei muscoli.

Piango anche per un suo amico, anche lui robusto, "un omone" lo definisce lo schiavista. Dice che è "in grado di scavare". Chiudo gli occhi e immagino cosa avranno detto quegli schiavisti quando avranno battuto il prezzo di una donna, di una bambina, di un bambino. Quali verbi avranno usato? Quali azioni dovrà compiere quella carne umana per colmare la soddisfazione del padrone? Queste oscenità avvengono con la complicità dell'Europa, del mio paese, perché Victory è finito schiavo nel vano tentativo di arrivare da noi in occidente. Victory, cioè, è semplicemente un aspirante migrante che è finito schiavo nelle mani dei trafficanti a seguito del giro di vite che la Guardia Costiera libica ha dato sulle imbarcazioni in partenza dalla costa verso l'Italia. Victory pagava per il viaggio ma poi non arrivava. E così, per ripagare il debito, finiva sul mercato. Non si tratta solo di una lotta tribale, non è l'odio interetnico tra Hutu e Tutsi.

Si tratta di gente che vuole venire da noi ma non ci riesce perché trova i confini chiusi, perché trova noi che diciamo "rimandiamoli a casa" senza voler capire che a casa loro non trovano una casa ma trovano le catene e il lager. Il mio cuore avrebbe voglia di riposare, mi piacerebbe essere coinvolto per Ventura e Tavecchio, ma non riesco. È difficile sostare nel dolore di Victory. È sconvolgente scoprire che dopo migliaia di anni di civiltà non è cambiato nulla. Che quelli come Victory sono milioni e non sono preoccupati perché il loro paese non va ai mondiali di calcio ma sono terrorizzati dagli uomini che li riducono in schiavitù. Anzi no, Victory ha in serbo per me una lezione di civiltà più grande. Perché il suo dolore maggiore non è per le catene che hanno stretto i suoi polsi o per le violenze subite ma per la mamma che gira per villaggi a piedi, da sola, rischiando ogni violenza, disposta a tutto per salvare la vita del figlio: "Mia madre è anche andata in un paio di villaggi a chiedere soldi in prestito per salvarmi la vita".

Cosa pensa una madre mentre gira per villaggi ad elemosinare soldi per comprare la libertà del figlio? Cosa offrirà, per riscattare il suo Victory? Quali sono i pensieri di una mamma che ricorda come ventuno anni prima avesse sorriso dando un nome vincente al proprio pargolo, il nome della vittoria, e ora se lo ritrova schiavo perché l'Occidente non lo vuole e i suoi fratelli africani se lo contendono per soldi? Avrà delle cose da dare o dovrà dare se stessa come cosa? E anche oggi non riesco a piangere con Buffon.



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