Se il giornalismo ci mette di cattivo umore forse abbiamo tutti un problema

Secondo il Reuters Institute Digital Report 2017, il 47% degli utenti ha dichiarato di non informarsi più perché le notizie hanno un effetto negativo sul loro umore. Forse serve meno informazione spettacolo e più giornalismo costruttivo?

giornalismo costruttivo
F. Levshin / RIA Novosti / Sputnik 
 Lettori di giornali in Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale

I mass-media sono la prima causa di ansia e depressione. È quanto affermava nel 2011 l’associazione EuroDAP (che studia i disturbi da attacchi di panico). Un dato impressionante e confermato anche da altre ricerche, come quella realizzata da BuoneNotizie.it in collaborazione con l'Università Cattolica di Milano, che ha stimato che le notizie negative generano un costo di 200 euro pro-capite per il Servizio Sanitario Nazionale, necessari per curare tali patologie.

Più recentemente, un sondaggio fatto dagli studenti dell'Università degli Studi dell'Insubria sulla credibilità delle diverse professioni in Italia, ha stabilito che la professione di giornalista è meno credibile di quella del parrucchiere. Quella del blogger, ultima in classifica, è più bassa a quella di una badante, in penultima posizione. Il 55% dello stesso campione di intervistati sostiene che l'informazione non coinvolge più come prima perché spettacolarizza ogni cosa pur di avere attenzione.

E ancora, secondo il Reuters Institute Digital Report 2017, il 47% degli utenti ha dichiarato di non informarsi più perché le notizie hanno un effetto negativo sul loro umore. Gli editori si chiedono perché non compriamo più i giornali. Ci fanno stare male e dovremmo pure pagarli.

Sono questi i temi che ho portato all’attenzione del Sottosegretario con delega all’informazione e all’editoria Vito Crimi, in occasione della penultima giornata dedicata agli Stati Generali dell'Editoria. Uno scenario inquietante in cui versa l'informazione dal punto di vista deontologico non solo in Italia ma in tutto il mondo.

L'obiettivo è sensibilizzare alla necessità di adottare nuove e più adeguate regole deontologiche che consentano di informare i cittadini in modo più corretto e meno ansiogeno. A rimetterci è la stessa democrazia, come affermano anche Roberto Basso e Dino Pesole nel loro libro, fresco di stampa, “L’Economia Percepita” in cui fanno un’analisi su come l’informazione ci abbia fatto percepire la realtà economica e politica diversa da quella che realmente è, su cui si sono basate le scelte elettorali. 

Uno scenario confermato anche da Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, nel suo libro “La penisola che non c’è”, basato su un sondaggio internazionale che evidenzia quanto i cittadini dei vari Paesi abbiano una percezione dei fatti spesso molto distorta e lontana dalla verità.

Si è appena chiusa la seconda fase degli Stati Generali dell’Editoria, quella delle audizioni dei vari attori della filiera delle notizie. Mi auguro che si apra una nuova fase, anche in Italia, come già avvenuto all’estero in Paesi precursori come Stati Uniti e in nord Europa, a favore di un giornalismo più costruttivo. Meglio tardi che mai.



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