Abbiamo davvero bisogno del rumore? Cosa ci insegna la Formula E

In tanti fanno ironia sul silenzio al Gran Premio corso con auto elettriche. Ma se la cosa rivoluzionaria fosse proprio questa? 

Abbiamo davvero bisogno del rumore? Cosa ci insegna la Formula E
 Ugo Barbàra
 Un momento del Gran Premio di Formula E a Roma

Al Gran Premio di Formula E di Roma c'era talmente tanto silenzio che il rumore se lo sono dovuto inventare. Per l'ora e qualche minuto che è durata la gara, la prima in un circuito cittadino della Capitale, l'unico vero rumore veniva dalle casse che pompavano musica house vicino alle tribune e dalle grida entusiaste degli spettatori che guardavano sfrecciare bolidi accompagnati da un sibilo più simile a quello di un aereo ad alta quota che a una macchina da corsa. E basta.

Per una serie di coincidenze mi è capitato di trovarmi in una sola settimana in due circuiti di Gran Premi. A Monte Carlo, dove si sta allestendo quello di Formula Uno, e - appunto - all'Eur per quello di Formula E. Anche chi non ha mai visto un Gran Premio sa che uno dei segmenti più celebrati di quello di Monte Carlo è il Tunnel, dove le auto accelerano allo spasimo prima di affrontare la Nouvelle Chicane.

Il tunnel in sé non ha nulla di affascinante: è un tunnel, ma di fatto è uno straordinario amplificatore di suoni. Basta trovare una giornata di mare mosso e le onde che si infrangono pochi metri oltre i piloni che inquadrano il panorama sul Mar Ligure creano un fragore più evocativo di un romanzo di Patrick O'Brian.

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Per questo chi lo imbocca al volante di una Lamborghini, di una Ferrari o di un altro di quei giocattoli che a Monte Carlo sono piuttosto diffusi, non resiste alla tentazione di abbassare il finestrino, spingere il piede sull'acceleratore e godersi il rombo di qualche centinaio di cavalli che ruggisce sulle pareti di cemento. Affascinante, vero? No, a meno che non siate quello che abbassa il finestrino e si gode lo spettacolo. Perché i pedoni che percorrono il tunnel (e ce ne sono tanti, visto che è anche pedonale e vi si affaccia - tra l'altro - l'ingresso dell'Auditorium Ranieri III) fanno regolarmente tutti un salto di paura, anche se quel rumore lo hanno sentito decine di altre volte: in quello stesso tunnel e ovunque, lungo la Corniche, ci sia la possibilità di spingere un po' sul gas.

Perché in quel momento quel poetico ruggito non è altro che questo: rumore. Un rumore fragoroso, assordante e fastidioso. Eppure sembra che, insieme con il puzzo di benzina e di olio, sia l'anima delle competizioni, come ha raccontato la pilota Michela Cerruti. Per questo al Gran Premio di Roma non hanno potuto far altro che pompare bassi dagli altoparlanti: perché, se la puzza di carburante non poteva esserci, ci fosse almeno un po' di rumore.

Io però ho provato a fare una cosa: isolare il tunz-tunz della musica house e immaginare come sarebbe una città in cui non ci fossero altro che veicoli elettrici. E la prima cosa che mancherebbe sarebbe proprio questo: il rumore. Non quel rombo da V8 che piace a molti, ma quel rumore bianco che attraversa le nostre giornate, imperituro. Cosa resterebbe? Le voci delle persone, come quelle degli spettatori del Gran Premio; quelle degli uccelli, dal canto dei pappagallini che proliferano sugli alberi alle strida dei gabbiani che pattugliano il cielo; le grida dei bambini... la vita insomma. Tutto ciò che non è meccanico e artificiale. 

E in un'epoca in cui la meccanica e l'artificiale sembrano destinati a occupare spazi sempre più ampi, avere in cambio una vita piena di suoni e libera dal rumore potrebbe non essere così male. 



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