Il paradosso tutto italiano dei farmaci equivalenti

In media spendiamo 1,2 miliardi in più all'anno pur di avere quello con il brand più famoso, nonostante il principio sia lo stesso. E le regioni del Sud, tendenzialmente più povere, sono quelle dove proprio dei farmaci equivalenti non ci si fida 

farmaci equivalenti 

L'Italia è, in Europa, l'ultimo paese per l'uso dei farmaci equivalenti. Pur di avere la marca giusta sulla confezione, preferiamo spendere un miliardo e duecento milioni in più all'anno. Di euro naturalmente, non di lire. Precisazione che pare necessaria visto l'enormità della cifra: tanto per avere un ordine di grandezza, attualmente i cofinanziamenti europei per la TAV ammontano a meno di due miliardi di euro.

C'è da dire che il mercato dei farmaci equivalenti (o generici) è in crescita. Ma con un'Italia letteralmente spaccata in due. Mentre i cittadini delle ricche regioni del Nord sono più propensi a scegliere il farmaco con un prezzo inferiore, ovvero quello generico e "non di marca", quelli del Sud, mediamente con un reddito medio inferiore, continuano a preferire l'acquisto di un medicinale che sulla scatoletta ha il brand più famoso e dunque più costoso. Insomma se c'è la salute di mezzo noi italiani continuiamo a non badare a spese.

La qual cosa sarebbe magnifica se avesse un fondamento reale, cioè se spendere di più significasse avere cure migliori. Ma in questo caso non è così: è solo e semplicemente gettare via i soldi visto che, dal punto di vista farmacologico, non esiste alcuna differenza apprezzabile tra un farmaco di marca e un farmaco equivalente, la cui efficacia viene garantita dal Ministero della Salute come per quello di marca. La vera differenza è solo nel prezzo che deve essere almeno del 20% in meno a favore del generico, e a volte arriva anche a comportare il 50% del risparmio.

Quali sono le ragioni di tale incredibile resistenza al cambiamento? Ce n'è una prima di tipo culturale: e cioè l'ignoranza. C'è una sorta di rifiuto aprioristico al "nome difficile, che non suona". Ma forse in questo caso una grande responsabilità ce l'hanno i farmacisti. È comprensibile che la persona non competente (mi annovero tra queste ultime) ordini in farmacia le medicine che prende da sempre ma è doveroso, a quel punto, che il farmacista dietro al banco segnali al cliente l'esistenza del farmaco generico.

Se, come accade spessissimo, mi servo da tutta la vita in quella farmacia per quale motivo non dovrei fidarmi dell'addetto ai lavori che mi dice "guardi che in questo caso se prende il generico spende il 20% in meno"? Nessun motivo. E qui spunta il secondo ordine di considerazioni che non è più di tipo nozionistico ma morale. Perché, se esiste un'ignoranza (scusabile) in chi acquista, c'è anche, forse non di rado, una cattiva professionalità in chi serve l'avventore.

E quest'ultima direi non è solo ignoranza ma anche "conflitto d'interessi": perché minor prezzo significa minor percentuale di guadagno. Come può una persona qualsiasi, anziana per esempio, resistere al farmacista che consiglia quello di marca perché garantirebbe di più l'effetto e "tanto comunque a lei non importa visto che paga lo Stato"? E a questo punto la categoria da considerare non è più quella dell'ignoranza ma quella della morale. E forse anche della denuncia legale.  

 



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