Il razzismo verso i cinesi va combattuto. Ecco come

Vale la pena che anche noi si dedichi qualche energia per isolare dentro il nostro animo il virus razzista, così come tanti ricercatori nel mondo stanno dedicando tantissime energie per isolare quello dell'epidemia partita da Wuhan

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Si chiama razzismo anche se riguarda i cinesi e non Balottelli. Ce lo ricorda una ragazza che "indossa" l'hashtag #IoNonSonoUnVirus.

Domanda: perché quando andiamo "dai cinesi" a comprare quello che non troviamo da nessuna parte a quel prezzo, non ci facciamo troppe domande su quanto è stata retribuita la mano d'opera che li ha prodotti e invece adesso pare che vedere un volto orientale significhi incontrare necessariamente un portatore del Coronavirus?

L’hashtag #IoNonSonoUnVirus. che richiama palesemente lo slogan “Je suis Charlie”, nato nel 2015 per solidarietà ai redattori di Charlie Hebdo, è iniziato con una foto su Twitter. Anche questa volta l'hashtag per esorcizzare l'isteria mondiale provocata dal Coronavirus è partito dalla Francia. A loro va il merito di aver individuato per primi l'indole chiaramente razzista che sta colpendo i cittadini di origini asiatiche (perché sfido l'europeo medio a distinguere tra un cinese, un giapponese, un vietnamita, un coreano e così via).

Forse dunque vale la pena che anche noi si dedichi qualche energia per isolare dentro il nostro animo il virus razzista, così come tanti ricercatori nel mondo stanno dedicando tantissime energie per isolare quello dell'epidemia partita da Wuhan.

Il razzismo è composto da due molecole: la paura e l'ignoranza. Contro la prima si può lavorare solo se ci si fa carico della seconda, perché in certi casi essere ignoranti è una colpa. Se abbiamo paura che nostro figlio vada a scuola perché ha dei compagni di classe cinesi, proviamo a fare qualche ragionamento. Per esempio riflettiamo sul fatto che forse quei bambini in Cina non ci sono mai stati e, come molti di noi, hanno vista quell'immenso paese solo su Google maps; oppure ragioniamo sulle infime possibilità che proprio quei genitori siano stati in tempi recenti a Wuhan e che se fosse accaduto le nostre autorità avrebbero provveduto alle necessarie cautele.

Ancora, se chi ci ama rinuncia alla cenetta romantica al ristorante cinese perché ha paura del contagio, spieghiamole che la trasmissione del virus avviene per via respiratoria e non attraverso il cibo. Insomma proviamo con l'intelligenza.

Se poi questa dovesse fallire abbiamo un'altra possibilità, quella di ridere. 

Cerchiamo su YouTube la scena de "La Vita è Bella" in cui Guido (Roberto Benigni) spiega al bambino Giosuè perché all'esterno di un negozio c'è un cartello che vieta l'ingresso ai cani e agli ebrei.

"Eh, loro gli ebrei e i cani non ce li vogliono - spiega Guido al bambino che gli aveva chiesto il perché - Eh, ognuno fa quello che gli pare Giosuè, eh. Là c’è un negozio, là, c’è un ferramenta no, loro per esempio non fanno entrare gli spagnoli e i cavalli eh, eh… E coso là, c’è un farmacista, no, ieri ero con un mio amico, un cinese che c’ha un canguro, dico: “Si può entrare?”, dice: “No, qui i cinesi e i canguri non ce li vogliamo” 

Dice proprio così Benigni: di vietare l'ingresso ai cinesi che possiedono canguri. Quindi, se nostro figlio fosse spaventato dai compagni cinesi guardiamo "La Vita è bella" e spieghiamogli che ha ragione ad averla perché i cinesi sono pericolosi. Ma solo quelli che possiedono canguri.



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