Le parole sono importanti, soprattutto se ti chiami Asia Argento. O no?

Su Twitter: “Fino al 1981 in Italia uccidere la moglie per un tradimento era legale”: boom di condivisioni eccellenti. Ma in realtà il delitto d'onore era un reato. A fin di bene, ma una fake news

Le parole sono importanti, soprattutto se ti chiami Asia Argento. O no?
 Afp
 Asia Argento

È probabile che Asia Argento stia scontando la pressione dell'ignobile gogna mediatica a cui è stata sottoposta negli ultimi giorni e che questo le stia facendo perdere lucidità.

Ma ciò non giustifica fare affermazioni false che, con gli occhi dell'opinione pubblica mondiale puntati addosso, possono essere iper-amplificate facendo fare a una fake news il giro del pianeta.

È il caso del suo tweet delle ore 9,21 di domenica 22 ottobre, postato in inglese con il seguente testo: “Did you know that until 1981, in Italy, killing your wife if she had cheated on you was legal? It was called "honor killing”. (Traduzione: “Sapevate che in Italia fino al 1981 uccidere vostra moglie per un tradimento era legale? Si chiamava "delitto d'onore”).


Un tweet che alle 23 di domenica sera era diventato virale e aveva già superato i 1700 retweet, incassando consensi e condivisioni “eccellenti” anche Oltreoceano. Un tweet che aveva un unico difetto: quello di contenere una notizia non vera.

Le disposizioni relative al “delitto d'onore” sono state effettivamente abrogate dal nostro codice penale soltanto nel 1981. Ma questo non significa che uccidere la moglie (o il marito o la figlia o la sorella o il loro amante) colti nell'atto di tradire il coniuge fosse “legale”. Si trattava comunque di un reato punito con la reclusione, ma con pene ridotte se l'omicidio era compiuto in un impeto d'ira per tutelare l'onore della famiglia. E soprattutto si trattava di attenuanti valide sia per il marito che per la moglie. Anche se nei fatti i delitti d'onore compiuti da una donna erano assai più rari. Questa la disposizione dell'abrogato articolo 587 del codice penale: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

Le parole sono importanti, soprattutto se ti chiami Asia Argento. O no?
Asia Argento

Una norma retrogada e maschilista

Una norma retrograda e maschilista (nella parte in cui disciplinava anche l'omicidio della figlia o della sorella) che attraverso le attenuanti attribuiva al delitto d'onore uno status sui generis, certo. Una legge che aveva un retrogusto orrendamente assolutorio nei confronti dell'omicida (uomo o donna che fosse) che decideva di giustiziare il coniuge fedifrago, su questo non v'è dubbio. Ma da qua a definire “legale” quel delitto e a dipingerlo ce ne corre.

Le parole (e i concetti a loro connessi) sono importanti. Asia Argento, che da alcune settimane sta portando avanti una sacrosanta battaglia per la verità, lo dovrebbe sapere. E dovrebbe anche sapere - perché lo sta scontando sulla propria pelle - che i fatti non possono essere plasmati al servizio delle proprie opinioni. Un fatto è un fatto, un falso è un falso. E sostenere che il “delitto d'onore” fosse legale è un falso.

Le parole sono importanti

Un falso che ha assunto una dimensione internazionale e che è stato condiviso, fra gli altri, dall'attore e regista Mathieu Kassovitz, dall'ex premier canadese Kim Campbell, dalla commentatrice politica e professoressa di Storia Italiana alla New York University Ruth Ben-Ghiat (che ha successivamente cancellato il retweet); un falso per il quale Asia Argento è stata pubblicamente ringraziata su Twitter dal francese Dominique Delport, Global Manager Director di Havas e presidente dei contenuti di Vivendi. Insomma un falso che a forza di condivisioni si è trasformato agli occhi dell'opinione pubblica di mezzo mondo in una verità assoluta.

Il dovere della verità

Un falso di fronte al quale l'attrice italiana non ha fatto mezzo passo indietro né rettificato neppure di fronte agli utenti che le facevano notare la non veridicità del tweet (peraltro un'assoluta minoranza rispetto a quanti hanno continuato a condividere la fake news in questione).

Eloquente in questo senso lo scambio con l'utente @giudiiiiiii che scriveva: “Sono solidale con la signora Argento per quello che denuncia però anche basta far passare gli italiani per dei cavernicoli... per colpa di un migliaio di hater sta diffamando un'intera nazione”. E alla quale l'attrice rispondeva: “Non sto diffamando, sto raccontando la storia del nostro paese. E me ne vergogno per prima”.

Peccato che il primo requisito per raccontare la storia di un Paese dovrebbe essere quello di attenersi alla verità. Asia Argento ha tutto il diritto di portare avanti la propria battaglia. Ma considerata la sua popolarità ha anche il dovere morale di non scrivere falsità. In fondo ne va pure della sua stessa credibilità.



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