La Germania chiuderà le centrali a carbone nel 2038

Il piano del governo per riuscirci. Berlino produce ancora circa il 40% dell'energia dalla fonte fossile, e la decisione di farne a meno influenzerà le altre economie europee

La Germania chiuderà le centrali a carbone nel 2038
(Afp)
  Germania, una centrale a carbone

La Germania ha deciso. La prima economia dell’Eurozona e quarta al mondo nonché maggior produttore di gas serra Ue ha fissato la data di uscita dal carbone che avverrà tra il 2035 e il 2038. La notizia è sicuramente rilevante perché Berlino con le sue decisioni influenzerà le altre economie europee.

Il sistema energetico tedesco ha molte contraddizioni anche se nel 2018, per la prima volta, le rinnovabili con più del 40% nel mix energetico hanno superato il carbone. Se infatti, da un lato, la Germania viene portata come esempio per gli investimenti nelle fonti rinnovabili, dall’altro la locomotiva tedesca va ancora a carbone.

Il paese produce poco meno del 40% della propria energia da questa fonte fossile, piazzandosi al primo posto rispetto alla maggior parte degli altri paesi europei. Forte l’utilizzo della lignite che è la tipologia di carbone più inquinante. La dipendenza tedesca da questa fonte ha origini antiche, la presenza di grandi miniere, ma anche ragioni più recenti. Nel 2011, dopo il disastro della centrale giapponese di Fukushima, il governo decise di abbandonare l’atomo.

A predisporre le linee per rendere il sistema energetico più sostenibile è stata la Commissione per l’uscita dal carbone (al cui interno ci sono 28 membri votanti rappresentanti dell’industria, sindacati, associazioni ambientaliste oltre a tre membri senza diritto di voto dei partiti al governo) che ha concordato una proposta con un percorso a tappe che, oltre all’addio al carbone, prevede misure compensative a favore degli operatori delle centrali e forme di supporto alle regioni minerarie e misure per proteggere i consumatori dall'aumento dei prezzi. Bisogna considerare che per rispettare l’Accordo di Parigi l’Europa dovrà uscire dal carbone entro il 2030.

Cosa prevede il piano

Il piano è dettagliato e pragmatico, in linea con la mentalità di quel popolo. In particolare, la proposta prevede che la Germania debba smettere di produrre elettricità dal carbone al più tardi nel 2038. La data di uscita sarà riesaminata nel 2032 con la possibilità di anticiparla al 2035 con le associazioni ambientaliste che già stanno spingendo per l’opzione più recente. Il piano punta a eliminare 12,5 GW di carbone entro il 2022, compresi 3 GW di lignite.

Altri 6 GW di lignite e 7 GW di carbone fossile saranno chiusi entro il 2030 (con 17 GW di carbone rimanente). Le regioni colpite saranno compensate dal governo con 40 miliardi di euro (ne chiedevano 60) nei prossimi 20 anni mentre a favore dei consumatori industriali e privati di energia elettrica andranno circa 2 miliardi di euro all'anno.

A partire dal 2020 scatteranno invece le compensazioni per i gestori delle centrali a carbone. Uno degli obiettivi del piano è anche la tutela della foresta di Hambach, diventata un simbolo delle proteste anti-carbone. Sebbene la proposta della Commissione non sia legalmente vincolante, la task force è sostenuta da un'ampia maggioranza in Parlamento e ci si aspetta che il governo segua le sue raccomandazioni.

A spingere perché le proposte diventino vincolanti, la paladina delle battaglie per l’ambiente, la 16enne svedese Greta Thunberg che ha mobilitato 10.000 studenti a Berlino, chiedendo alla Commissione di porre fine a quella che considerano una "politica climatica assolutamente irrazionale e irresponsabile" di cui i giovani ne sopporteranno le conseguenze.

Quali sono le scelte dell’Italia sul carbone

L’Italia ha già previsto una data per l’uscita dal carbone (entro il 2025) sia nella Sen (Strategia energetica nazionale) che nel Piano Nazionale per il Clima e l’Energia inviato dal governo alla Commissione Europea l’8 gennaio scorso. Il Piano, tuttavia, pur anticipando di 10 anni quello tedesco non convince completamente le associazioni ambientaliste italiane per la mancanza di dettagli (e di soldi) per realizzare la transizione. Cose che invece non mancano nel Piano della Germania. 



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