Perché il dibattito sull’acqua pubblica è tornato d’attualità

La proposta di legge è ispirata alla iniziativa popolare formulata nel 2007 dai Movimenti per l’Acqua, su cui furono raccolte oltre 400.000 firme. Da lì scaturì il referendum del 2011 a seguito del quale il 54% degli elettori (27 milioni di italiani) si schierò contro la privatizzazione

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Acqua pubblica

"La tutela dei beni comuni è un valore essenziale, che dobbiamo adoperarci per presidiare a tutti i livelli. Intendiamo approvare in tempi celeri una legge sull’acqua pubblica, completando l’iter legislativo in corso". E’ quanto ha affermato il premier Giuseppe Conte nel suo discorso sulla fiducia alla Camera parlando di uno dei'cavalli di battaglia' della prima ora del M5S, della "prima stella" come la definisce Federica Daga la promotrice del provvedimento. In realtà la battaglia per l'acqua pubblica è in fase di stallo, la proposta è ferma, ufficialmente in attesa dei pareri dei ministeri ma di fatto bloccata dalla contrarietà della Lega. Uno di quei casi, hanno denunciato la stessa Daga e altri parlamentari grillini, in cui sono stati proprio i no della Lega a bloccare l’iter di provvedimenti avviati all’approvazione. “La lega ha avallato la richiesta delle opposizioni” di chiedere una relazione tecnica e rallentare l’iter della legge, ha detto Daga in un’intervista lo scorso giugno.

L'acqua pubblica era anche uno dei principali punti (il secondo) del contratto del precedente governo Lega-M5s, rispecchiando, nella gerarchia, la vittoria grillina e le forze in campo alle elezioni del 4 marzo 2018.    

"È necessario investire - era scritto nel contratto Lega-M5s - sul servizio idrico integrato di natura pubblica applicando la volontà popolare espressa nel referendum del 2011, con particolare riferimento alla ristrutturazione della rete idrica, garantendo la qualità dell’acqua, le esigenze e la salute di ogni cittadino, anche attraverso la costituzione di società di servizi a livello locale per la gestione pubblica dell’acqua. La più grande opera utile è restituire ai cittadini una rete di infrastrutture idriche degne di questo nome. È necessario dunque rinnovare la rete idrica dove serve, bonificare le tubazioni dalla presenza di amianto e piombo, portare le perdite al minimo in modo da garantire acqua pulita e di qualità in tutti i comuni italiani".     

La proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque”, ispirata alla iniziativa popolare formulata nel 2007 dai Movimenti per l’Acqua, su cui furono raccolte oltre 400.000 firme. Da lì scaturì il referendum del 2011 a seguito del quale il 54% degli elettori (27 milioni di italiani) si schierò contro la privatizzazione.

Quelli contrari al provvedimento

Una volta approvato il ddl, l'acqua uscirà nuovamente dalle logiche di mercato, con la decadenza delle attuali concessioni e la fissazione di tariffe da parte del ministero dell'Ambiente. Contro la legge, fortemente sostenuta dal presidente della Camera Roberto Fico, c’è un vasto fronte del no. In primis gli alleati (di allora) della Lega non sono mai stati convintissimi della bontà del provvedimento tanto da presentare 250 emendamenti. Ci sono poi i sindacati preoccupati per “il futuro di 70.000 posti di lavoro” e “un blocco agli investimenti di 2,5 miliardi”, gli amministratori del Nord che rivendicano esperienze positive, fino ai gestori del ciclo idrico integrato che citano stime elaborate da centri di ricerca sui costi che avrebbe la riforma per le casse dello Stato. Fortemente contrari anche gli Ato (Ambiti territoriali ottimali formati dagli enti locali) e la maggior parte dei gestori.

Cosa pervede e quanto costa l'acqua pubblica

Il provvedimento vuole impedire che chi gestisca l'acqua abbia dei profitti, che gestione ed erogazione del servizio non possano essere separate e siano affidate a enti di diritto pubblico. Secondo Daga "per 45 milioni di cittadini la gestione è in mano a enti di diritto privato, ovvero società per azioni” mentre 15 milioni godrebbero di costi più bassi con l’acqua gestita da enti pubblici.

Secondo uno studio realizzato da Oxera, per sostenere il servizio idrico in assenza di tariffa, si dovrà far leva sulla fiscalità generale e si potrebbe arrivare, almeno nel primo anno, a un costo di 22,5 miliardi (15 miliardi iniziali una tantum e 6-7 miliardi all’anno). Per il centro studi Ref Ricerche la nuova riforma farebbe sborsare allo Stato, solo come costi una tantum, 10,6 miliardi per il rimborso dei finanziamenti dei gestori e 4-5 miliardi per l’indennizzo ai gestori estromessi. Da sottolineare che queste cifre sono contestate dal Forum dell’Acqua secondo cui, al contrario, eliminando gli utili e i “costi non quantificati correttamente”, la tariffa idrica potrebbe coprire tutti i costi della gestione e degli investimenti e portare a una riduzione delle tariffe, vale a dire del costo della bolletta, del 25-30%.



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