Anche sulla difesa del copyright l'Europa non ha una politica comune

Dopo mesi di stallo, grazie ad un accordo dell’ultimo momento tra Francia e Germania, la riforma Europea del copyright torna in pista e lo fa in una versione ancora più stringente di quanto discusso finora

riforma copyright
 Foto: AFP
Il Parlamento Europeo

Dopo mesi di stallo, grazie ad un accordo dell’ultimo momento tra Francia e Germania, la riforma Europea del copyright torna in pista e lo fa in una versione ancora più stringente di quanto discusso finora. A denunciarlo è l’eurodeputata tedesca, Julia Reda.

Mentre Italia, Malta e Slovacchia, Polonia, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Lussemburgo hanno mantenuto la loro opposizione al testo, l’appoggio tedesco al compromesso segretamente negoziato con la Francia nelle scorse settimane, ha rotto lo stallo precedente” si legge in un post che è stato pubblicato ieri sera dalla rappresentante dei Pirati tedeschi al Parlamento Europeo.

Le prossime settimane saranno decisive e, citando Julia Reda, “la nuova posizione del Consiglio è in realtà più estrema rispetto alle versioni precedenti, perché prevede l’obbligo per tutte le piattaforme di età superiore ai 3 anni di censurare automaticamente tutti i caricamenti degli utenti e imporre oneri irragionevoli anche alle società più recenti”.

Lo snodo è l’articolo 13 del progetto di riforma, quello cioè sui filtri upload. Su questo articolo si erano arenate le trattative e si era deciso di accantonarlo, Ora invece Francia e Germania hanno deciso non solo di superare lo stallo e di rimettere nel testo il tanto discusso articolo, ma anche di adottarne una versione ancora più vincolante.

Laddove la posizione dei due paesi era inizialmente diversa, Francia a favore dei filtri applicati a tutti, Germania con discrezione a seconda della dimensione della piattaforma, è emerso un documento in cui i due paesi sostengono che i filtri di caricamento devono essere installati da tutti, tranne i servizi che soddisfano tutti e tre i seguenti criteri: disponibile al pubblico per meno di 3 anni, fatturato annuo inferiore a 10 milioni di euro, meno di 5 milioni di visitatori unici al mese. Il compromesso franco-tedesco aggrava quindi il peso dell’articolo 13 e richiama, nelle parole dell’europarlamentare Julia Reda, "macchine di censura", algoritmi fondamentalmente incapaci di distinguere tra violazione del copyright e opere legali come la parodia e la critica.


Un riepilogo della vicenda

Proviamo a fare un recap di quanto successo finora. Dallo scorso anno è in atto la discussione sulla riforma del copyright europeo, in particolar modo per link tax e upload filter, due strumenti pensati ad hoc; il primo per tassare i giganti di Internet, come Google, il secondo per limitare il caricamento di materiali protetti da diritto d’autore. Il testo definitivo della riforma è stato approvato a settembre dal Parlamento Europeo con 438 voti a favore, 226 contro e 39 astensioni.

I due elementi critici della riforma, art. 11 e 13, riguardano in concreto l'introduzione della cosiddetta link tax, che prevede la tassazione degli snippet, le porzioni di testo che i motori di ricerca includono come anteprima del contenuto finale, e l'implementazione di filtri attivi per impedire il caricamento di contenuti protetti da diritto d’autore su piattaforme come YouTube. Il contrasto sugli articoli ha portato nei mesi scorsi a una fase di stallo, col rischio di far arenare il tutto per via delle incombenti elezioni europee a maggio.

L’idea che all'atto dell’upload di un contenuto multimediale - video, foto, clip musicale - su una piattaforma digitale ci debba essere uno strumento di filtraggio per definire la proprietà del contenuto stesso, un controllo preventivo atto a verificare se vi sia in atto una violazione del copyright, è per certi versi utopica, o distopica se preferite, e molto difficile da realizzare. Secondo il “papà del web” Tim Berners-Lee questa normativa sul copyright è una minaccia per internet, come testimonia la lettera cofirmata con altri scienziati che hanno contributo allo sviluppo della rete come Vinton Cerf.

Secondo i padri della Rete la direttiva Ue sul copyright minaccia Internet: “Richiedendo alle piattaforme Internet di eseguire un filtro automatico su tutti i contenuti caricati dai loro utenti, l’articolo 13 fa un passo in avanti senza precedenti verso la trasformazione di Internet da una piattaforma aperta alla condivisione e innovazione a uno strumento per la sorveglianza automatizzata e il controllo degli utenti”.

La riforma è riuscita a emergere anche al Festival di Sanremo, con le dichiarazioni di Nicola Piovani: "Facciamo appello ai governi europei affinché approvino il prima possibile la direttiva sul copyright, ponendo particolare attenzione all'articolo 13, che garantisce l'equa distribuzione dei frutti dell'opera creativa". Il famoso compositore ha utilizzato la kermesse nazional popolare per eccellenza con il chiaro intento di difendere gli interessi degli autori: "Le grandi piattaforme digitali devono rispettare l'opera dell'autore: il copyright è stata una grande conquista di civiltà della rivoluzione francese, adesso occorre fare in modo che non diventi un passo indietro sul piano della civiltà a causa della rivoluzione digitale".

A Piovani ha replicato Luigi Diliberto, responsabile di TNT Village, la celebre piattaforma di scambio etico attiva da anni: "I discografici, o chi per loro, facciano pure i loro appelli lamentosi in diretta TV dove non avranno mai il coraggio di invitarci, ma dovrebbero metterci la faccia e spiegare che la direttiva è andata a sbattere contro un muro perché conteneva due punti troppo contestabili, la cosiddetta tassa sui link (art. 11) e i filtri di caricamento (art. 13), che smostrerebbero Internet come la conosciamo. Loro vogliono una Internet in galera. Dal nostro punto di vista la direttiva ancora non contiene un minimo appiglio per garantire lo scambio etico delle opere [...] La conoscenza va liberata per creare ricchezza per tutti, non ridotta in catene".

Una posizione decisa l’ha presa anche Google, il gigante delle comunicazioni ha aperto una campagna  #togetherforcopyright che esordisce così: “L'accesso alle informazioni e alla creatività online è una risorsa per tutti noi. Troviamo un modo migliore per aggiornare le regole sul copyright in Europa”. Bisogna dire che dal punto di vista commerciale la riforma del Parlamento europeo potrebbe penalizzare moltissimo YouTube e in generale i contenuti offerti da Google, limitando inoltre la varietà di contenuti offerti agli utenti.

Il dibattito in Italia

Le posizioni politiche riflettono in pieno la congiuntura italiana: i pareri sono molteplici, talvolta contraddittori, le idee non sempre chiarissime. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani aveva esordito così a settembre: "La direttiva sul diritto d'autore è una vittoria per tutti i cittadini. Oggi il Parlamento europeo ha scelto di difendere la cultura e la creatività europea e italiana, mettendo fine al far-west digitale". Se PD e centrodestra sono sembrati sinora allineati su questo genere di posizione che potremmo definire istituzionale, M5S e Lega non hanno mancato di mostrare più di un mal di pancia, votando in modo contrario.

Luigi Di Maio ha dichiarato: “Stiamo chiedendo in sede europea il cambiamento degli articoli 11 e 13 della direttiva. La rete deve essere mantenuta libera e neutrale perché si tratta di un’infrastruttura fondamentale per la libera espressione dei cittadini oltreché per il sistema Italia e per la stessa Unione Europea”. Il ministro pentastellato ha dato poi un colpo al cerchio e una alla botte, concludendo così: “Confido che si possa trovare una soluzione che tuteli i diritti degli utenti del web garantendo al contempo i diritti degli autori. Se così dovesse essere l’Italia è pronta a fare la propria parte”.

La corsa contro il tempo per l’approvazione finale è in pieno svolgimento e uno dei problemi che emerge con maggiore chiarezza è la necessità di un processo di governance dell’economia digitale, che possa limitare lo strapotere degli OTT come Google, Facebook, Amazon. Se il tentativo dell’Europa è fare la voce grossa, il modo non sembra però quello più adatto e di fatto questa riforma rischia di scontentare molti e dare un contentino a pochi.

L’editoria tradizionale è ormai da decenni presente anche nel campo digitale e l’idea che le piattaforme paghino i produttori di contenuti in “visibilità” è forse uno dei maggiori incentivi alla disintermediazione selvaggia del settore dell’informazione. La mancanza di una posizione condivisa è segno di come i diversi paesi europei manchino di una strategia comune. In senso geopolitico ed economico è forse il peggiore segnale di crisi da offrire al resto del mondo, in un momento storico in cui la Silicon Valley, da un lato, e la Cina, dall’altro, avanzano a passi da gigante.



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