Dati aperti come bene comune

 Un data provider deve concentrarsi nella qualità dei dati e percepire il termine "open" come sinonimo di "riuso". Bisogna fermare la produzione di junk data, divulgare una cultura del dato e essere in continuo ascolto

open data bene comune
CREDITIGOR STEVANOVIC / SCIENCE PHOTO / IST / SCIENCE PHOTO LIBRARY 
Open data

Di più avrei potuto fare, specialmente nel campo statistico, se non ci fosse nel nostro paese, e nei privati e negli enti morali, una tal quale ritrosia a confidare al dominio del pubblico dati, fatti e notizie.

(Cesare Battisti, Trento, 9 Settembre 1898)

 

Queste parole si trovano nella prefazione del libro di geografia e antropologia "Il Trentino" di Cesare Battisti pubblicato nel 1898. Nonostante siano passati oltre 100 anni, quanto riportato suona ancora come attuale.

Da sempre, persone che hanno il bisogno di dati per creare report, informare, prendere decisioni e spendono molte energie per riuscire a reperirli.

Nel tempo la situazione è migliorata: da una parte sono nate delle politiche di rilascio dei dati che hanno superato tutto questo, dall'altra sono migliorate anche le tecnologie che hanno permesso anche di raccogliere dati da parte di chiunque.

Quest'ultimo è l'esempio di OpenStreetMap, dove, nel 2004, lo studente Steve Coast stanco di chiedere la possibilità di riusare i dati geografici gestiti dall'ente pubblico Ordnance Survey, propone al mondo una raccolta collaborativa di questa tipologia di dati con lo scopo di favorire qualsiasi tipologia di riuso - il primo dei quali quello della realizzazione di una mappa libera del mondo). A distanza di 15 anni da quella idea, il progetto ha raccolto i contributi di oltre 5.000.000 di persone, l'interesse di grandi aziende come Apple, Facebook e Microsoft ed è diventato uno strumento importante nella gestione degli aiuti umanitari.

Un contributo molto importante nel portare l'attenzione sull'importanza dell'apertura dei dati viene dall'allora presidente degli Stati Uniti  Barack Obama che, con il memorandum "Transparency and Open Government" del 2009 dove, l'open data diventa la prima necessità al fine di creare trasparenza, partecipazione ed engagement.

Da quel momento in poi il dialogo fra gli attivisti che chiedono dati e decisori politici diventa più semplice.

In Europa, la direttiva PSI del 2003, diventa il punto di partenza per una implementazione open data e, con la spinta di Tim Berners-Lee (l'inventore del world wide web) nasce anche il catalogo degli open data del governo UK con il motto "Unlocking Innovation" e, da lì a poco, l'Open Data Institute e il portale European Data Portal della Commissione Europea che federa tutti i cataloghi open data degli stati membri.

Si assiste così ad iniziative sempre più crescenti di apertura dei dati con la creazione di portali ed azioni collegate alla diffusione. La parola chiave diventa crescita socio-economica: sociale grazie ad efficientamento della trasparenza che permette ai cittadini di capire come vengono prese le decisioni e su quali dati, ed economica, comparando i dati alle materia prima ("data is the new oil") attraverso cui aziende vecchie e nuove possono da lì creare servizi.

Ad incentivare queste iniziative sono nate poi iniziative di attivismo civico guidate da civic hackers ("[...] programmatori, designer, data scientist, buoni comunicatori, animatori civici, imprenditori, dipendenti pubblici e chiunque abbia voglia di sporcarsi le mani nel risolvere problemi [...]) fatte da progetti semplici ed efficaci in grado di spiegare il budget di governo, o metriche sui parlamentari, o di  segnalazione di problemi nelle città …
Questo ha creato sempre molto entusiasmo anche se si sono rivolti sempre ad un numero ristretto di cittadini.

 

Open Data ed impatto economico: cosa è necessario?

Il report McKinsey del 2013 stima un valore di 3 miliardi di milardi nell’economia globale che può venire dall'open data.  Entrando però nei dettagli di ciascuna di queste iniziative si scoprono diverse carenze che raffreddano velocemente le speranze di questa crescita.

Un processo di apertura dei dati prevede una serie di azioni da svolgere che partono dal confezionare i dati secondo i principi del riuso (tecnico, legale e documentale) e delle azioni di disseminazione.

Le azioni di disseminazione risultato importanti nel creare engagement ed ottenere risposte veloci da parte delle comunità di civic hacker. Purtroppo però, appena accade che le persone che hanno guidato l'azione di apertura si allontanano dal progetto, viene a mancare la sostenibilità dei processi.

In tal senso le aspettative di ricaduta economica vengono a mancare.

Il report Open Data Barometer Leaders Edition del 2018 evidenzia come i "i governi stanno ancora trattando l’open data come una iniziative isolata" la necessità di  "dare la priorità ed investire nella governance del open data al fine di supportare modifiche necessarie per integrare un approccio aperto fra agenzie e dipartimenti".

Una necessità che si traduce solo nel "costruire e consolidare un'infrastruttura open data: migliorare la qualità dei dati e l'interoperabilità attraverso pratiche efficaci di gestione dei dati e sistemi in grado di pubblicare open data."

I dieci principi per l’apertura dell’informazione del settore pubblico definiti da Sunlight Foundation nel 2017 individuano una serie di caratteristiche tecniche fondamentali per distribuire dati di qualità: completezza, provenienza da fonti primarie, aggiornamenti tempestivi, facilità di accesso telematico, distribuzione in formati machine readable, uso di standard aperti … e la presenza di licenze che dichiarano il permesso di riuso.

Non sempre però le iniziative open data vanno incontro a queste caratteristiche e si fermano su quelle minimali quali: l'uso di licenza, formati aperti e machine-readable.

Senza ombra di dubbio caratteristiche importanti ma superficiali se si guarda anche al fornire i dati per permettere una crescita economica.
Fra il 2014 e il 2016 la Comunità Europea attraverso lo strumento finanziario FP7 ha commissionato il progetto FINODEX - Future Internet Open Data Expansion il cui scopo era la creazione di startup basate su open data e la piattaforma fiware. Con FINODEX sono stati distribuiti 4.64 milioni di euro per finanziare 101 progetti selezionati da oltre 500 proposte da 25 paesi della Comunità Europea.

Il progetto prevedeva anche una serie di incontri di "open data coaching" per aiutare le imprese ad orientarsi. Dai colloqui con questi imprenditori si è evidenziata la presenza di una forte produzione di "junk data" (= dati immondizia):  dati non aggiornati, incompleti, con una scarsa (o assente) documentazione e distribuiti in forma troppo aggregata e anonimizzata da limitare così i casi di riuso. Caratteristiche che evidenziano quante iniziative open data alla fine dimostrino di essere inefficaci. La distribuzione in forma aggregata e anonimizzata è, purtroppo, un vincolo a cui non si può fare a meno visto che sono spesso il risultato di vincoli legali (es. privacy).

È opportuno però, in una politica di apertura dei dati, porsi la domanda di quali siano le aspettative di come superare questi ostacoli.

Una soluzione la si può trovare nell'articolo "A 'calculus' for open data" di Arnaud Sahuguet e David Sangokoya dove viene proposta una analisi fra costi e benefici da prendere in considerazione. L'analisi prende in considerazione diverse problematiche quali: sostenibilità, granularità e copertura, adozione di standard, vincoli legali e molto altro ancora e pone, in maniera molto critica le giuste valutazioni in modo da ottenere dei risultati efficaci.

 

L’Open Data è un bene comune

Per ottenere la sostenibilità di un processo di apertura dei dati è necessario concentrarsi sul vantaggio per il data provider.

Già la sola azione di cominciare a prendere visione dei propri dati e trovarne le inefficienze è un vantaggio non indifferente.

Davide Eaves in un articolo dove commenta i primi dieci anni di storia dell'open data e delle ricadute ottenute commenta “L’open data ha convinto i governi che i dati che raccolgono sono un bene pubblico con un valore importante, che questo valore deve essere condiviso a chiunque e che deve essere catturato dagli stessi dipendenti pubblici con la capacità di gestire, analizzare e distribuire i dati con processi sempre più frequenti”.

Si tratta di una considerazione importante e da non sottovalutare, per fare comunque un ulteriore salto di qualità è opportuno però fare una ulteriore considerazione: considerare i dati della pubblica amministrazione come un bene comune: una risorsa condivisa da tutti da cui chiunque può trarne vantaggio e che nessuno vuole vedere privata.
Un punto di partenza sono quei dati che possono essere considerati come infrastrutture: come quelli che riguardano ambiente, territorio, demografia, trasporti …

Quando una comunità riconosce un bene comune, poi questa si adopera per garantire l'esistenza. Un data provider deve concentrarsi nella qualità dei dati e percepire il termine "open" come sinonimo di "riuso". Bisogna fermare la produzione di junk data, divulgare una cultura del dato e essere in continuo ascolto.

L'open data può permettere un grande salto di qualità se curato come un commons (un bene comune)

 

Articolo apparso in inglese sul numero 7 della rivista “European Public Mosaic”

http://www.gencat.cat/eapc/epum/N7/index.html

Rilasciato con licenza cc-by-nc-sa



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