Per fare diventare il digitale una risorsa di sviluppo servono scelte politiche. Qui e ora

Le cose digitali, per la loro complessità, velocità e leggerezza sono instabili, volatili, frammenti isolati di gruppi a elevata capacità di ricomposizione. Un confronto alla Camera organizzato da Agi e Censis per riflettere con governo e imprese

Per fare diventare il digitale una risorsa di sviluppo servono scelte politiche. Qui e ora

La realtà si muove negli schemi come l’acqua nel letto di un fiume:

essa spinge contro gli argini, li allarga, li abbandona.

Gli argini non possono dire nulla del fiume, non lo conoscono,

ma ciò nonostante lo indicano e se sono dove sono

è perché il fiume passa dove passa.

Felice Balbo (L'uomo senza miti, Einaudi 1945)

 

Le tecnologie digitali, i social network, l’enorme potenzialità raggiunta dai sistemi di intelligenza artificiale, la facilità di connessione immediata e a grandi distanze hanno affermato, da almeno un quindicennio, il fatto che l’informazione è la cosa più economicamente, socialmente e politicamente concreta. E le cose digitali, per la loro complessità, velocità e leggerezza sono instabili, volatili, frammenti isolati di gruppi a elevata capacità di ricomposizione.

L’argine della società ha sentito la forza di questo cambiamento, pur non conoscendone velocità e portata e ha risposto alimentando il grande equivoco di uno sdoppiamento tra reale e virtuale, di un doppio schema di vita quotidiana, di strumenti e modelli di comunicazione. Quasi che il profilo su Internet, delle imprese come delle persone o delle idee, fosse cosa diversa dal profilo reale, che l’essere in rete fosse diverso dall’essere reale.

Per alcuni cadendo in una sorta di abisso digitale, per altri aprendo la strada di un nuovo mondo contraddistinto dalla presenza e dal presente, per altri disegnando una società senza intermediari o della comunicazione anonima.

Una barriera quella che separa il reale dal virtuale che oggi, rapidamente, cede terreno e che chiama tutti a una maggiore conoscenza e a una migliore consapevolezza che l’intensità della vita digitale e la sua estensione condizionano i comportamenti, gli stili di vita, i processi produttivi, il modo di lavorare e di organizzare il lavoro. Fino ai valori fondanti del vivere comune la realtà digitale sta rimodellando i contorni di tutta la società.

Basti pensare che il 73,4% degli utenti Internet dichiara un uso ininterrotto durante il corso della giornata della messaggistica istantanea o che il 34,1% di loro usa abitualmente lo smartphone anche quando è seduto a tavola (tra i giovani il dato cresce fino al 49,7%); che un utente ogni 5 di Internet con meno di 35 anni dichiara che naviga o scambia messaggi mentre guida. Esperienza quotidiana, e di tutti, notare che il fiume digitale è sempre più frequentato e sempre più a lungo.

Per contro, solo una quota largamente minoritaria di utenti della rete Internet (circa il 9% del totale) ha comportamenti intermittenti, ossia si connette, attiva la funzionalità o il servizio di suo immediato interesse, ed esce dalla rete fino al manifestarsi della prossima esigenza.

Quel che vale nella vita quotidiana vale, ancora di più, nella vita economica. Siamo abituati a un modello di lavoro nel quale la macchina aiuta l’uomo (in modo sempre più efficiente ed efficace), a un organizzazione del lavoro piramidale, gerarchica, con dirigenti e capi-squadra. Le tecnologie digitali stanno sostituendo questo schema con uno schema nuovo nel quale molti processi produttivi sono diventati commodities, materie prime fungibili tra loro e senza sostanziali differenze qualitative e, principalmente per questo, sono facilmente governabili da piattaforme digitali.

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Il convoglio di una metropolitana guidato da un software, un passaggio in macchina per rientrare a casa, l’affitto di una casa, la comunicazione di news finanziarie, la traduzione di un libro, le decisioni di investimento, il ritiro e la consegna di una pizza… tutto appare sempre più capace di essere affidato a una piattaforma digitale e quindi di diventare da processo complesso a processo semplice e fungibile. La fabbrica digitale, nel senso di una cultura industriale in cui è la macchina che organizza il lavoro, è alle porte.

Il mezzo digitale sta costruendo una nuova topologia del lavoro. Mette al centro del lavoro una piattaforma che lo governerà, che ne sarà il centro vitale e, al tempo stesso, spinge verso nuovi investimenti, nuovi mestieri e competenze, nuove tecnologie, nuove specializzazioni, nuove organizzazioni produttive. Costruisce le basi di nuove diseguaglianze, di nuove polarizzazioni nei consumi (tra low cost e alta gamma), nelle professioni (tra servizi fungibili e consulenti iper-specializzati), nei percorsi di formazione universitaria, negli strumenti della rappresentanza.  

Nella società digitale emergono nuove forme d’azione e nuovi tipi di attori. Attori e azioni che nelle nuove tecnologie trovano il privilegio di non essere più mediate e che se diventano sociali, collettivi e non meramente individuali, costruiscono nuovi assi portanti del senso della modernità e della loro rappresentazione politica.

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Ogni giorno vediamo cambiare gli argini, cambiare la società nella quale viviamo, vediamo il fiume diventare sempre più denso, impetuoso, aggressivo. Nessuno osa immaginare, né tantomeno specificare, i bisogni che le recenti o le prossime invenzioni sono incaricate di soddisfare. Nessuno osa sciogliere il dubbio se ci troviamo di fronte a una nuova era o, invece, siamo nella continuità dell’idea stessa di sviluppo in cui ogni fase porta con sé tutte le altre.

Una risposta in questo senso sarebbe preziosa ma non sembra ancora all’orizzonte, resta la necessità quotidiana di intervenire per prevenire, riparare, progettare nuove soluzioni, costruire ponti. La società è cambiata in profondità dalle tecnologie digitali ma solo ora e solo grazie a questi frammenti di riparazione comincia a rendersene conto.

Questo lavoro quotidiano e sempre più intenso di aggiustamento degli argini fa crescere consapevolezza, capacità di discernimento, forza selettiva per consolidare una società oramai digitalizzata. Consolidamento che può anche essere letto come una regressione, o almeno come una possibilità di regressione ma che con la forza della realtà sta diventando la base del progresso delle nuove società digitali.

I problemi sono tanti e sono sotto gli occhi di tutti, serve non solo un richiamo alla realtà ma anche il prendere atto che sta iniziando una fase del tutto nuova della società digitale.

Il diario dell’innovazione di AGI e Censis registra i primi segnali di una solo apparente discrasia tra l’utilizzo massiccio dei social media e dei motori di ricerca e la diffusa mancanza di fiducia rispetto alla gestione dei dati di profilo e di navigazione (69,6% degli utenti per ciò che riguarda i social e 60,5% per i motori);  per circa 2/3 degli utenti Internet, la tracciabilità viene ritenuta il prezzo inevitabile della rete globale;  il 79% degli utenti preferisce servizi gratuiti consapevole di pagarli indirettamente attraverso la messa a disposizione dei propri dati di navigazione o di profilo.

In questo scenario cambiano integralmente i paradigmi e che ci troviamo di fronte a un terreno fertile per compiere passi in avanti significativi lo conferma il fatto che il 76,8% degli utenti Facebook (il social media di gran lunga più utilizzato) accetterebbero di buon grado (anzi, lo considererebbe importante) l'obbligo di fornire le proprie generalità per poter aprire un proprio profilo.

La diffusione delle fake news, i finti account, le false identità, i comportamenti scorretti protetti dall’anonimato infastidiscono la maggior parte degli utenti Internet. Cresce l’esigenza di un accompagnamento verso una nuova fase di Internet, con utenti più consapevoli e attenti, in grado di comprendere che la cittadinanza digitale richiama diritti e doveri esattamente come la cittadinanza reale. Qualcosa che si aggiunge e che ci arricchisce, non un altro modo di essere.

Se la realtà scava la società e ci sorprende, la forza del digitale, la moltitudine di soggetti digitalizzati, la pervadente diffusione dei media digitali ci dicono che non possiamo sederci e aspettare il fiume. Che non basta osservare il cambiamento, registrare i processi e i fenomeni della vita digitale, che la leggerezza dell’essere digitale va in buona misura sostenuta e accompagnata, investendo anche per interpretare come il fiume digitale abbia cambiato gli argini e le forme della società.

A lungo il dibattito politico e economico si è concentrato sull’incapacità di far maturare le cose, di governare il cambiamento, di elaborare regole e modelli di comportamento di fronte alla velocità e all’accelerazione dell’innovazione. La ricerca sui nuovi comportamenti, al contrario, sembra invece richiamare proprio una domanda di nuova azione politica, una più ampia responsabilità, un recupero delle forme di rappresentanza. È la stessa disintermediazione digitale che ha posto le basi di una nuova domanda di mediazione sociale. Mediazione che sta diventando il punto più fragile della politica.

Per accompagnare e per mediare serve una visione di sistema e un'azione collettiva, e questo significa avere un'idea di fondo, una chiave di lettura dei processi di cambiamento, un confronto che tenga insieme consapevolezza, responsabilità, etica. L’annullamento delle differenze tra reale e virtuale è una possibilità.

Viceversa e da troppo tempo ci troviamo di fronte a scelte controcorrente, alla salvaguardia del lavoro come fin qui lo abbiamo inteso, all’indeterminatezza dilagante nella politica industriale, al collasso irreparabile della digitalizzazione dell’azione amministrativa pubblica, al disinvestimento imprenditoriale e infrastrutturale.  

Se cresce la consapevolezza sociale e individuale sulla necessità di attivare una fase nuova della società digitale, sembra mancare del tutto l’idea che per diventare l’ambiente di un ulteriore crescita anche economica, produttiva, di progresso del benessere, di nuova base industriale lo sviluppo digitale ha bisogno di investimenti colossali.

L’Italia pur avendo una parte da protagonista in molte delle filiere portanti della competizione globale (dall’automazione industriale all’agroalimentare, dai beni di lusso e di alta gamma ai servizi di ingegneria al turismo) e una storia di rilievo nell’informatica e nella produzione di cultura sullo sviluppo digitale sembra essersi messa alla finestra, quasi indifferente ai ritardi che ogni giorno il Paese accumula. L’errore più grave degli ultimi 10-15 anni è stato girarsi dall’altra parte.

 L’errore di domani sarà di pensare di sistemare le cose giorno per giorno, di intervenire su singoli componenti, di applicare le logiche del passato a una realtà profondamente mutata, di guardare alla superficie delle cose, di confondere informazione con messaggio, confronto con conversazione, progetto con opinione.

Solo come esempio basti pensare al processo con il quale l’automobile è diventata da giocattolo per pochi eccentrici facoltosi a strumento indispensabile di lavoro e di vita quotidiana. Stare nella modernità ha significato investire nella produzione industriale, nella crescita (e nel fallimento) di tanti nuovi imprenditori, di tante nuove migrazioni, di tante nuove soluzioni tecnologiche. La classe dirigente è stata chiamata a immaginare e a realizzare codici, infrastrutture, abilitazioni, regole d'uso, contratti di lavoro. E ad adattarli via via in base all’evoluzione tecnologica e alla conseguente variazione della conformazione sociale. Non si vede perché non lo si debba fare anche con Internet.

Dai dati della ricerca emerge che la società digitale è, specie in Italia, ancora una promessa, uno sguardo sul futuro sul quale interrogarci e sul quale intervenire.

Se non interveniamo o se non interveniamo tutti insieme, guardando i nuovi argini per quello che sono e non per quello che ci piacerebbe vedere, e se non creiamo le condizioni per la formazione di nuove competenze e nuove opportunità rischiamo che in larga misura diventi una promessa non mantenuta.

E, come gli utenti di Internet segnalano l’esigenza di partire dai fondamentali (il 53% dichiara che a volte il tempo dedicato alla rete è tempo sprecato e il 17% che lo è spesso) così anche la responsabilità pubblica è chiamata a sfuggire ai tanti troppi luoghi comuni che confondono reale e virtuale e a concentrarsi sui principi e sugli elementi fondanti. 

Ad esempio l’affermazione (e la tutela) che nessuno è anonimo in rete, il reddito minimo legale per i nuovi lavori, un modello efficace della digitalizzazione pubblica, il sostegno alla ricerca e allo sviluppo tecnologico concesso secondo standard internazionali, un progetto condiviso di infrastrutturazione, un codice della navigazione in Internet.

Si tratta in ogni caso di scelte politiche, di governo del Paese, e si tratta di assumere la responsabilità di individuare e tener fermi pochi elementi essenziali e di lasciar emergere differenze, distanze e diseguaglianze, vero prodotto della storia e motore dello sviluppo.



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