Le verità nascoste

Il Consiglio di Stato non ha vietato l'inglese all'università. I direttori stranieri dei musei italiani non sono stato bocciati da una sentenza. E Amazon non vuole introdurre in Italia un braccialetto per controllare i lavoratori come detenuti (neanche in America). Eppure molti ci credono. Breve analisi di un meccanismo infernale ed elogio del dubbio perduto

Le verità nascoste

A proposito di fake news, forzature e post verità nelle ultime ore ci sono stati tre casi piuttosto significativi. Vale la pena di analizzarli per capire il meccanismo infernale che noi stessi a volte contribuiamo a creare.

La prima vicenda riguarda la sentenza del Consiglio di Stato che ha stabilito che non si possono tenere corsi universitari solo in inglese. Come accade invece da qualche anno al Politecnico di Milano. Non accade per i corsi di laurea di primo livello, le cosiddette lauree triennali. Accade per i corsi di laurea magistrali, quelli che una volta si chiamavano lauree specialistiche, durano due anni e danno accesso ai master.

Insomma un livello molto elevato di istruzione. Quando uno arriva lì, si suppone che l’inglese lo sappia benissimo che sia sia pronto a cercarsi un lavoro ovunque nel mondo. In particolare delle 45 lauree magistrali del Politecnico di Milano (qui la lista completa), 27 sono solo in inglese, 3 solo in italiano e 15 in entrambe le lingue. Il criterio, scorrendole, si direbbe che è il buon senso: certe materie ha più senso impararle direttamente in inglese. Eppure qualche centinaio di docenti aveva fatto ricorso. E ha vinto. Nota bene: il Consiglio di Stato non ha stabilito che non si possano fare corsi in inglese; ha detto che non si possono non fare anche in italiano. Perché così stabilisce la Costituzione.

Recita la sentenza: ”L’esclusività della lingua straniera «estrometterebbe integralmente e indiscriminatamente la lingua ufficiale della Repubblica dall'insegnamento universitario di intieri rami del sapere». Le legittime finalità dell’internazionalizzazione «non possono ridurre la lingua italiana, all'interno dell'università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell'identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare».

Questo è il punto. Io personalmente non concordo visto che, per dirne una, le pubblicazioni scientifiche internazionali sono tutte o quasi in inglese. Ma mi pare di capire che per farlo vada corretta la Costituzione. Adesso però conta chiarire cosa ha stabilito il Consiglio di Stato. Che non ha vietato l’inglese, ha vietato di discriminare l’italiano. (in particolare la sentenza finisce addirittura così: “Quanto esposto non esclude che l’Università possa, come sottolineato sempre dal giudice delle leggi: i) «affiancare all'erogazione di corsi universitari in lingua italiana corsi in lingua straniera, anche in considerazione della specificità di determinati settori scientifico-disciplinari»; i) erogare «singoli insegnamenti in lingua straniera»).

Eppure questi sono alcuni dei titoli dei giornali sulla vicenda: “Il discutibile divieto ai corsi in inglese”, “Se l’inglese diventa fuorilegge all’università”, “Niente inglese al Politecnico” eccetera. What?

Il secondo caso è quello del braccialetto di Amazon. Che ha infiammato la politica unendo nello sdegno persino due personaggi lontanissimi come Salvini e Calenda. Che ha svegliato dal proverbiale riserbo il Garante della Privacy. Che si è guadagnato qualche prima serata tv. E non esiste. O meglio: è solo un brevetto. Uno dei tantissimi di Amazon. C’è qui una lista completa, che sembra infinita per quanto è lunga, di brevetti di Amazon.

Ora va chiarito cos’è un brevetto: è uno strumento per proteggere una invenzione, per riservarsene lo sfruttamento per un certo periodo. Non tutti i brevetti diventano prodotti, anzi, moltissimi non lo diventano mai perché dopo ulteriori verifiche si capisce che sì, c’è una tecnologia ma non ha senso portarla sul mercato per varie ragioni. In qualche caso poi un brevetto non indica la volontà di produrre qualcosa ma anche solo di impedire che altri possano farla. Insomma, di questo parliamo. Di un brevetto. Quel braccialetto non esiste in America, figuriamoci in Italia. Eppure abbiamo sentito evocare gli schiavi delle piantagioni di cotone. Disegnare oscuri e immaginifici collegamenti con il Jobs Act nostrano. Minacciare manifestazioni e persino il boicottaggio dei prodotti di Amazon.

Per un brevetto (magari dagli stessi che dopo il raid di Macerata non hanno trovato le parole per esprimere non dico una condanna, ma almeno una distanza). Quando poi bastava parlare con i lavoratori di Amazon a Piacenza per sentirsi dire: «Vi state agitando per niente. Ci controllano già adesso. Sanno già tutto di noi. Ogni minimo spostamento è tracciato senza bisogno di quel bracciale elettronico”. (nota bene: anche io sono perplesso sul braccialetto, ne vedo le potenzialità e i rischi, e per questo mi interessa capire, approfondire, parlarne, non schierarmi apoditticamente per beccare qualche like).

Il terzo caso riguarda i Musei, i direttori dei Musei, e di nuovo il Consiglio di Stato. Cosa ha deciso il Consiglio di Stato? Questo: la sentenza dà ragione al Ministero dei Beni culturali su tutta la procedura seguita per la selezione dei direttori dei grandi musei, che come è noto, sono quasi tutti stranieri adesso. E rimette all'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (cioé al Collegio più completo ed esperto della magistratura amministrativa) la sola questione dell'ammissibilità di candidature di non italiani, che una precedente sentenza (n.3666/17) aveva risolto favorevolmente mediante disapplicazione delle norme interne contrastanti col diritto europeo.

La questione insomma è ancora aperta e tutto fa sperare che la sentenza del 2017 sarà confermata. Inoltre va notato che la sentenza alla fine nel dispositivo dispone: "Continua a produrre effetti, sino alla decisione definitiva, la misura cautelare disposta con la propria ordinanza 15 giugno 2017, n. 2471, limitatamente alla posizione del dott. Peter Assmann", cioè mantiene e conferma il direttore Peter Assmann, 61 anni, storico dell'arte austriaco alla direzione del Palazzo ducale di Mantova, nelle more della decisione finale che potrebbe arrivare ad aprile. Insomma, tutti i direttori, non solo Assman, restano in carica. Si tratta complessivamente di un successo, insomma, parziale ma pur sempre un successo. Eppure guardate come viene stravolto tutto. “Musei, nuovo stop ai direttori stranieri. Lo sconforto di Franceschini”, “Il Consiglio di Stato mette in discussione i direttori stranieri” “Il Consiglio di Stato frena sui direttori stranieri”. Ci metto anche AGI che a un certo punto titola, sbagliando: “Stop ai direttori stranieri”. Quando era corretto dire: “Rinvio”, non “Stop”. E persino il ministro Franceschini deve aver letto un’altra sentenza perché in una intervista accorata si è chiesto: “Adesso chi si fiderà più a venire a lavorare in Italia?”.

Io mi faccio un’altra domanda. Cosa hanno capito gli italiani di queste tre vicende? La mia sensazione è questa: hanno capito che abbiamo vietato l’inglese nei corsi universitari, che nel posto di lavoro sta arrivando un braccialetto elettronico che ci controlla come i detenuti e che con una sentenza abbiamo licenziato i direttori stranieri dei grandi musei italiani. Questo si è capito dal dibattito innescato da una informazione complessivamente imprecisa. Ora può darsi che la campagna elettorale influisca su tutto ciò, può darsi, ma non credo.

Credo in realtà che siamo davanti ad un problema che nasce molto prima e cioé al fatto che assieme al ceto medio in questi anni, è scomparso anche il buon senso, quello che ci fa riconoscere che viviamo in un mondo complesso, che nessuna questione o quasi può risolversi in un bianco o nero, che esistono sfumature, dubbi, incertezze con i quali convivere se vogliamo davvero capire le cose. E che fare titoli giornalistici che assomigliano a slogan avvelena il dibattito, ci fa parlare di cose che non esistono. Che dovremmo recuperare nel nostro frasario il forse, il probabilmente. Che i politici poi dovrebbero  smetterla di dividere il mondo in due, perché c’è in fondo qualcosa di profondamente fascista in questo voler affrontare ogni questione con un “o con me o contro di me”. Anche perché spesso sono due forzature.  E che noi giornalisti a volte invece di combattere le fake news, magari involontariamente, le alimentiamo anche senza bisogno di “cannare” un titolo, semplicemente per il fatto di continuare a mettere nel ventilatore dichiarazioni prive di fondamento. Slegate dalla realtà e quindi dalla verità dei fatti. E così ogni giorno per ore parliamo di cose che di fatto non esistono. Salvo dimenticarcene quasi subito per poter affrontare la prossima emergenza.  Ogni giorno è un altro giorno, buono per ricominciare. A farci del male. 

 


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