Di Adolfo Tamburello
Napoli, 09 dic. - Cominciava solo col Seicento la felice stagione della porcellana giapponese. Si vuole che già dal 1513 il paese avesse cominciato a padroneggiarne le tecniche con Shonzui Gorodayu che in quell'anno tornava dalla Cina dove ne aveva appreso i segreti lavorando per alcuni anni presso fornaci dell'Honan. Si tratta di un personaggio storico molto dubbio e per talune fonti non sarebbe vissuto che nel secolo seguente e precisamente fra il 1577 e il 1663. Restava comunque annoverato fra i "padri" della porcellana in Giappone e da taluni è identificato o con un ceramista di origine cinese o con Takahara Goroshichi, pure attivo ai primi del Seicento e, secondo gli archivi della famiglia Sakaida, di origine coreana.
Di fatto, gli albori della porcellana in Giappone rimangono legati ad artigiani cinesi o coreani che si stabilivano nell'arcipelago. Coreano di nascita era forse Shinkai Soden, vissuto fra i secoli XVI-XVII, al quale sono attribuite le prime porcellane "bianche e blu" su imitazione delle porcellane della dinastia Yi. I condottieri giapponesi in Corea avevano preso vivo interesse per le arti coreane, rimanendo conquistati dalle porcellane e dai celadon che vi si producevano. Retrocedendo dalle momentanee posizioni avanzate, non si appagavano dei già lucrosi bottini di pezzi rari, deportando un buon numero di ceramisti insieme con altre maestranze. Altri Coreani immigravano in Giappone di propria iniziativa nei decenni seguenti. Si calcola che, fra distruzioni di guerra, prigionieri deportati, esodi volontari, finivano con l'essere smantellate in Corea oltre trecento fornaci.
Una volta in Giappone, su patrocinio dei daimyo, specialmente di quelli del Kyushu, i ceramisti coreani rimettevano in produzione i loro tipi di grès e porcellane, lavorati alla ruota veloce azionata a pedali e cotti in fornaci "ascendenti" (nobori-gama). Queste erano formate da camere comunicanti, a "nodi di bambù", con temperature graduate che sfruttavano il declivio dei terreni. Un primo giacimento giapponesee di caolino era individuato, sembra, nel 1616, sulle alture dello Izumiyama, presso Arita, nel Kyushu nord-occidentale. La leggenda ne attribuisce la scoperta a un ceramista coreano provenuto al seguito del daimyo Nabeshima Naoshige: si chiamava Yi Sam-p'yong (giapponese Ri Sanpei o Kanagae Sanpei). La tradizione è però controversa; fra le tante rivendicazioni, un altro ceramista coreano, naturalizzato in Giappone col nome di Shinkai Soden, avrebbe inaugurato la manifattura della porcellana presso le fornaci da lui impiantate a Uchida, pure presso Arita. Reperti archeologici avrebbero comunque dimostrato che la produzione di porcellane iniziasse già nel primo decennio del sec. XVII.
In ogni caso, Arita e l'intera provincia di Hizen, con la nuova "argilla della Cina" assumevano a breve le dimensioni di un unico grande centro ceramistico. Ri Sanpei, con altri vasai coreani, intraprendeva la lavorazione delle porcellane "bianche e blu", decorate con cobalto sotto invetriatura con disegni semplici e lineari, alcuni dei quali richiamavano naturalmente la coeva produzione coreana. Ma anche i modelli cinesi cominciavano a essere presto tenuti presenti.
Ai bianchi e blu seguivano gli esperimenti di decorazioni policrome con smalti applicati sulle superfici di pezzi già invetriati. L'innovazione, che imitava la già famosa porcellana policroma Ming, è tradizionalmente attribuita a Sakaida Kizaemon (1596-1666), discendente di una famiglia di ceramisti di Karatsu il quale, dopo essersi dedicato al bianco e blu, si era unito con altri alla sperimentazione di smalti e pare avesse lavorato per un certo tempo anche sotto la guida del citato Goroshichi. Colui che doveva iniziarlo alle tecniche policrome delle iro-e, "pitture a colori", era il ceramista e mercante Toshima Tokuemon, pure di Arita, che si tramanda avesse appreso da un cinese di Nagasaki la decorazione a smalti sopra invetriatura. Assunto al servizio di Kizaemon, riusciva nel 1644 a sperimentare con successo una decorazione a smalti in seconda cottura su pezzi già invetriati. Il primo colore ottenuto era un rosso kaki che gli faceva meritare il nome di Kakiemon, e come Kakiemon I era annoverato il fondatore d'una celebre dinastia di ceramisti. L'aka-e, "pittura rossa", fu seguita da smalti che ancor prima della fine del sec. XVII consentivano di ottenere una vasta gamma cromatica fino alle varie tonalità di blu, azzurri, verdi, lilla, arancioni, gialli, oro. Sei maestri Kakiemon, col ramo collaterale degli Shibuemon, assicuravano almeno fino al 1735 una produzione di porcellane di elevato livello tecnico e artistico, con perfezionamenti ottenuti nelle paste, molto lisce e dure, e nelle invetriature esenti o quasi da difetti. La decorazione era distribuita con molta sobrietà e gusto su una parte soltanto delle superfici esterne dei vasi, secondo repertori e stili che si articolavano su almeno tre filoni principali: uno aderente al disegno cinese delle dinastie Ming e Qing; un altro di più schietta e delicata elaborazione lineare giapponese; un altro ancora di influenza europea. In parte destinata all'esportazione, la porcellana Kakiemon doveva essere molto apprezzata in Europa specie per la sua coroplastica in figure umane e animali.
Dal 1672 le tecniche di decorazione a smalti su invetriatura erano conosciute da tutte le fornaci della zona di Arita e la manifattura delle porcellane policrome, insieme con quelle in bianco e blu, aveva un massiccio incremento. Conosciute globalmente col nome di Imari, dall'unico porto di imbarco della prefettura di Saga, le porcellane erano immesse sul mercato sia interno che estero. Quelle destinate all'esportazione erano trasportate a Nagasaki, rimasto l'unico porto abilitato ai traffici internazionali. Ai mercanti stranieri era severamente proibito addentrarsi nell'interno dell'area o approdare in località prossime. Fra l'altro, la gran parte delle produzioni artigianali era coperta dal segreto. La terminazione emon ("custode della porta") di molti nomi d'artigiani come Kakiemon o Shibuemon faceva esplicito riferimento alla consegna di segretezza e sorveglianza da osservarsi. Nella prima metà del sec. XVII Aoki Koemon era condannato a morte dal signore di Nabeshima per avere svelato la tecnica del kinrande ("broccato d'oro"), poi appresa e usata a Kyoto da Nonomura Ninsei.
Molta ceramica d'esportazione, destinata a soddisfare clientele straniere tanto asiatiche quanto europee, era comprensibilmente richiesta nelle forme e decorazioni di quelle che sui vari mercati andavano più in voga. Per prime venivano quelle cinesi, poi, col naturalizzarsi in Giappone dei tanti ceramisti coreani, dai primi del sec. XVII era un vasto fiorire di ceramiche coreane, mano a mano adattate al gusto giapponese. Tra le ceramiche delle fornaci classiche, oltre a Seto, tornava ad assumere importanza Tokonabe, le cui fabbriche raggiungevano alti livelli di elaborazione tecnica, con l'impianto di fornaci che sono tuttora molto attive nella produzione di stoviglie d'uso quotidiano. Dalla metà del sec. XVII si imponeva nella porcellana smaltata anche Kutani, un villaggio a sud-ovest di Kanazawa, sempre nel distretto del Chubu, di già antica produzione cera mistica.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
09 DICEMBRE 2016
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