Di Adolfo Tamburello*
Napoli, 30 mar. - C’è stata in passato riluttanza in Europa a riconoscere al pensiero cinese i tratti di quella che è la nostra filosofia. Il paradosso è che dal Seicento e già prima ci arrivavano tante influenze “filosofiche” dalla Cina da arricchire la “nostra” stessa filosofia. Giambattista Vico dava per scontato che almeno per il pensiero confuciano potesse parlarsi di filosofia, ma con tutti i limiti che aveva ai suoi occhi: “… la filosofia confuciana, conforme a’ libri sacerdotali egiziaci, nelle poche cose naturali ella è rozza e goffa, e quasi tutta si rivolge ad una volgar morale, o sia moral comandata a que’ popoli con le leggi”.
L’etica è stata in effetti, con pareri e giudizi oscillanti fra l’apprezzamento e il denigratorio uno dei pochi scibili della Cina (e poi del restante Estremo Oriente) a suggerire consonanze con la filosofia europea e a farcele sviluppare con l’illuminismo. Più dibattuta è stata e in parte rimane ancora l’attribuzione di una dimensione o veste filosofica alla metafisica, all’epistemologia e alla logica cinesi. È vero che la Cina non coniò mai un omologo o sinonimo di “filosofia”; lo mutuò dal Giappone che l’aveva a sua volta mutuato dall’Occidente nel secondo Ottocento col termine tetsugaku, cinese zhexue, “studio della saggezza, del sapere”.
Possiamo condividere quanto scriveva Herlee Glessner Creel: … se in Cina è mancato il concetto di filosofia come disciplina a sé, ciò è dovuto solo forse al fatto che la filosofia stessa era talmente importante e così strettamente connessa con la politica, l’economia, la religione e con tutti gli altri aspetti della vita da non poter essere concepita come un’entità da essi separabile”. Il celebre studioso cinese Feng Youlan, autore di una Storia della filosofia cinese ben nota anche in traduzione italiana, era lapidario: “Il posto occupato dalla filosofia nella civiltà cinese è paragonabile a quello tenuto dalla religione in altre civiltà”. Il primo o fra i primi europei a discorrere di filosofia cinese e a riferircelo fu Matteo Ricci fra ultimo Cinquecento e primo Seicento, ed è certo che prese corpo con lui il dialogo tra filosofia europea e quella cinese e viceversa.
Oggi si riconosce che il Seicento fu un secolo molto fecondo per la filosofia in Cina, in special modo per la filosofia politica, e un’ipotesi di lavoro che è importante continui a reggere è che molto in quel secolo le provenisse proprio da Ricci con le sue opere in cinese. Fino a oggi la tesi prevalente a spiegazione di quella fecondità è che essa fosse “endogena”, così come compendiata ai primi degli anni Settanta del Novecento da Jacques Gernet nel suo ben noto Mondo cinese: “… tutto quel periodo di lotta che comincia con l’entrata a Pechino delle truppe manciù nel 1644 e che termina col suicidio di Wu Sangui a Kunming (1681) fu anche un periodo di libero pensiero e di critica radicale delle istituzioni e dei fondamenti intellettuali dell’impero autoritario. Fu il momento di una profonda analisi dei vizi dell’assolutismo, di una critica radicale delle tradizioni filosofiche e dei metodi tradizionali d’insegnamento, di una definizione più netta del ‘nazionalismo’ cinese basato sull’appartenenza a una comunità e a una cultura”.
La tesi è una messa a fuoco del “clima politico e sociale” in cui si sviluppava quella speculazione filosofica non una spiegazione delle istanze che la muovevano e delle fonti dei “nuovi” metodi di studio che si venivano seguendo. Si può anche prolungare a ritroso e in avanti negli anni quel periodo di “libero pensiero” che però condusse all’indomani a poco o niente se non a quel dispotismo, ribattezzato da noi “illuminato”(su cui dobbiamo fare per altro molti distinguo). Proprio questa è una delle ragioni che può indurci a continuare a pensare che quel movimento fu almeno in parte “esogeno”, come scriveva proprio Creel più di mezzo secolo fa per Le civiltà dell’Oriente, l’opera diretta da Giuseppe Tucci, affermando il contributo europeo su di esso: “… sembra non si possa mettere in dubbio il fatto ch’essi abbiano preso a prestito alcune tecniche dai missionari gesuiti che hanno operato in Cina nel XVII e nel XVIII secolo e che fino ad un certo punto, ne abbiano subìto l’influenza”.
Oggi possiamo forse andare oltre e precisare che alle spalle di quel movimento di pensiero vi fosse già l’opera filosofica di Ricci che precedette quella di altri gesuiti e missionari e persino di cinesi cattolici o meno. Ricci aveva trovato all’epoca in Cina una revisione in atto del neoconfucianesimo presso gli ambienti prossimi a quelli dell’accademia Donglin e, mentre erano questi a sensibilizzarlo alla rivalutazione in atto della classicità cinese in opposizione al neoconfucianesimo di Zhu Xi, contribuivano forse a fargli porre alcune fondamenta della successiva Società del Rinnovamento (fushe), da cui sarebbero sorti i germi della “scuola di cultura Han” (hanxue).
Cominciamo a disporre dell’agevole lettura di primi testi che ci convogliano in questa direzione. Sono i lavori che si è addossato da anni Filippo Mignini dell’Università di Macerata, pubblicando con l’ausilio e la stretta collaborazione di studiosi cinesi e italiani le traduzioni di due opere cinesi di Ricci: Dell’amicizia (Macerata 2005, nuova edizione 2010) e I dieci capitoli di un uomo strano (Macerata 2010). La prima Ricci la completava e la stampava fin dal 1595; la seconda nel 1601. Furono entrambe opere di grande successo e risonanza che trattavano temi non da poco per la stessa filosofia politica: come si pone l’uomo con gli altri.
Con Ricci era sicuramente la prima volta che i cinesi leggevano di Aristotele, Plutarco, Cicerone, Lucrezio, Seneca, s. Agostino e altri nostri autori, e con lui intellettuali cinesi di spicco, amici o solo estimatori, maturavano nuove conoscenze e si cimentavano su di esse persino con propri scritti. La loro autorità faceva di quei libri bestseller le cui successive ristampe servivano un numero sempre più vasto di lettori.Il compito di un domani sarà quello di individuare i singoli autori della Cina secentesca debitori dell’opera cinese di Ricci, oltre quelli dei suoi più sretti collaboratori (Xu Guangqi, Li Zhizhao e Yang Tingyun) o magari tramite le loro opere o quelle dei loro discepoli.
Creel menzionava Gu Yanwu (1613-1682) come “il filosofo considerato comunemente come il fondatore della scuola della cultura Han” e di lui citava: “la Via di un saggio è (con le parole di Confucio) essere ‘ampiamente versato nel sapere’ e ‘nel proprio modo di contenersi, possedere il senso dell’obbligo morale’. ‘Il sapere ha a che fare con ogni cosa’ dal proprio personale contegno fino agli affari di stato. Il ‘senso dell’obbligo morale’ si applica a qualsiasi relazione - quelle del figlio, del suddito, del fratello e dell’amico - e ad ogni problema dei rapporti sociali. (Così come Confucio ha detto) non ci si deve vergognare di ‘vestire abiti logori e cibarsi di un povero cibo’, ma ci si deve sentire profondamente vergognosi se nulla si fa per alleviare la miseria del popolo”.
Era quello che, sia pure con altre parole, Ricci aveva già detto.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
30 MARZO 2016
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