IN MARGINE ALLA TRANSIZIONE MING-QING
Di Adolfo Tamburello*
Napoli, 18 gen. - La dinastia Ming cadeva a Pechino nel 1644 e da quella data cattolicesimo e cattolici europei e cinesi passavano sotto i Qing man mano che costoro venivano conquistando parti sempre più vaste del paese fino alle ultime regioni del Sud-Ovest rimaste in mano ai “Ming meridionali” sotto l’ultimo sovrano Zhu Youlang (1623-1662) regnante col nome dell’era Yongli (1647-1662).
Per tutti quegli anni la chiesa rimaneva divisa in due, con la prima passata sotto i mancesi e accomodatasi di buon grado alla nuova dirigenza; la seconda, mai come allora così vicina alla cadente casa regnante e solidale con essa nella disperata aspettativa di una piena “restaurazione” Ming e l’auspicio di un sovrano cattolico per un prossimo impero retto da un novello Costantino, com’era stato battezzato alla nascita Zhu Cixuan (1648-1662) l’ultimo principe ereditario, figlio di Yongli e della cattolica Maria.
La Compagnia di Gesù non soffriva solo la scissione fra “Nord” e “Sud” provocata dalla divisione politica; questa si era solo aggiunta alle lacerazioni prodotte dalla “Questione dei Riti”, una controversia che dilagava in Cina dopo avere vissuto il suo stato embrionale in Giappone con la controversia sollevata sul nome di Dio proposto in cinese come Tienchu (pinyin Tianzhu) e gli strascichi a essa seguiti.
Camillo Costanzo (1571-1621), gesuita destinato prima alla Cina ma assegnato poi alla missione giapponese, forte del parere di un autorevole monaco buddhista, aveva tuonato in una lettera al generale dei gesuiti contro quel nome ormai attribuito per antonomasia a Matteo Ricci: “…Verbi gratia chiama a Dio il Padre Matteo Ricci Tienchu, cioè Signore del cielo, impose un homo bonzo lettrato così. I nostri libri parlano di questo Signore del cielo, e dicono che o questo nome si prende nel senso esteriore, e politico, invenzione di ben governare il mondo […] ed in tal caso habbiamo milioni di milioni di Signori del cielo, i quali hanno corpi immensi, si casano, nascono muoiono […] o si prende nel senso interiore e mistico, et in questo caso il Signore del Cielo è il nada, dal quale nacquero tutte le cose, nel quale si fondano, et al quale finalmente si riducono. Veggia adesso Vostra Paternità se è cosa di usar noi di tali abominevoli nomi!”.Per quanto ne sappiamo, Costanzo non entrava nel merito degli altri termini cui Ricci era pure ricorso per rendere il nome di Dio, come per esempio quello di Shangdi (“Il Sommo Antenato” o il “Signore dell’Alto”); per Costanzo era erroneo credere come faceva Ricci che i cinesi o più in generale i popoli estremorientali conoscessero qualche “sostanza” che non fosse meramente fisica: “… né Dio, né Angioli, né anima spirituale, et immateriale”. L’attacco investiva a questo punto gli stessi culti e riti indigeni, che erano da considerarsi empi e pagani, e come tali da proscrivere.
In Cina, la questione si era fatta rovente specie dopo il 1831 con l’insediamento delle missioni degli ordini mendicanti che davano corda ai polemisti e urgevano far tabula rasa delle credenze e dei culti cinesi, persino di quello per Confucio che ai loro occhi appariva tutt’altro che un’onoranza solo civile per il grande Maestro come andavano dicendo i gesuiti. Sostenitori a oltranza della paganità dei culti cinesi, ne riferivano alla Santa Sede.Questa, intanto, fin dal 1622 aveva istituito la Congregazione di Propaganda Fide per avocare la direzione e il coordinamento delle attività missionarie gestite presiedute ad allora dai patronati iberici, portoghese e spagnolo, che conducevano una politica di iberizzazione dei popoli da convertire nell’ottica egemonica dei loro imperi.
Diciamo che l’istituzione romana si era fatta erede di molte idee e sforzi del missionariato gesuitico specialmente italiano che aveva operato per un incontro meno invasivo e più tollerante del patrimonio culturale dei popoli che avvicinavano. Ancora nel 1659 una sua famosa “Istruzione” avrebbe recitato: “Non compite nessuno sforzo, non usate alcun mezzo di persuasione per indurre quei popoli a mutare i loro riti, le loro consuetudini e i loro costumi […] Che cosa c’è infatti di più assurdo che trapiantare in Cina la Francia, la Spagna, l’Italia o qualche altro paese d’Europa?”.
Ma già nel 1645, le delazioni dei domenicani a Propaganda Fide provocavano una prima condanna dei metodi d’“accomodamento” seguiti dai gesuiti e, nello specifico, da quelli della missione cinese, per cui costoro, ormai divisi territorialmente a causa dell’invasione mancese, decidevano separatamente gli uni dagli altri l’invio di due propri procuratori a Roma.
La condanna era grave perché metteva in gioco la sopravvivenza stessa dell’intero missionariato cattolico in Cina e molto in forse l’applicazione del cosiddetto “privilegio di Paolo V” che il gesuita belga Nicolas Trigault aveva ottenuto nel 1615 col breve Romanae Sedis Antistes che autorizzava su decreto del Sant’Ufficio i missionari in Cina a tradurvi le scritture e a celebrare la messa, recitare il breviario, amministrare i sacramenti in lingua cinese e secondo una liturgia cinese.A tale liturgia si opponevano naturalmente gli ordini mendicanti, i quali non vedevano nel cinese la lingua che potesse sostituire quella latina tanto più con tutti i problemi di onomastica e terminologia contestati. Contrari alla strategia seguita dai gesuiti, inviavano a Roma fin dalle Filippine spagnole, come scriveva Giuliano Bertuccioli, “pubblicazioni diffamatorie contro i gesuiti e i loro metodi di apostolato in Cina”: “proprio per colpa di questi metodi, veniva insinuato, la qualità dei cristiani cinesi lasciava molto a desiderare”.
Aggravatasi negli anni successivi la controversia e proprio negli anni della conquista mancese, la parte della missione gesuitica passata sotto l’egida Qing decideva alla fine del 1650 di inviare a Roma come proprio procuratore Martino Martini (1614-1661), il quale vi arrivava nel 1654 dopo lunghe traversie di viaggio e protratti soggiorni nel Nord d’Europa.
A sua volta. la missione cinese rimasta sotto i Ming vi inviava come proprio procuratore il gesuita polacco Michael Boym (1612-1659) che arrivava a Roma con lettere personali al pontefice e al generale della Compagnia di Gesù della cattolica imperatrice vedova Elena, madre del regnante Yongli e del “gran cancelliere Ming”, l’eunuco anche lui cattolico Achille Pang Tiangshou.
Patrizia Carioti scriveva in un suo saggio su Italia-Cina. Un incontro di lunga durata (Napoli 2008): “Nella missiva per il Pontefice, l’imperatrice vedova non faceva alcuna esplicita richiesta di aiuti: tuttavia tra le righe, non si può non indovinare la muta preghiera sottesa e la speranza implicita di aiuti ed interventi concreti a sostegno della ormai perdente dinastia dei Ming”. Preghiere e attese che mettevano in imbarazzo la Santa Sede.
Martini presentava a Roma la sua Brevis Relatio del 1654 e rientrava per il momento tranquillo in Cina. Le assicurazioni da lui date sull’attività apostolica della Cina fino ad allora compiuta dalla Compagnia di Gesù pur fra le mille difficoltà di carattere bellico in cui si trovava ancora il paese, facevano riflettere la Santa Sede che nel 1656 si pronunciava a favore dei gesuiti revocando il decreto di Propaganda Fide del 1645.
Al contrario non arrideva a Boym alcun successo. La sua missione si riduceva di fatto a quella di un “ambasciatore” dei Ming (di cui si sentiva personalmente onorato e fiero), ma praticamente solo come latore di lettere. Leggiamo ancora nel citato saggio di Patrizia Carioti che “fu lasciato invano ad attendere di essere ricevuto dal Papa per ben tre anni. In ultimo, ebbe una missiva del Pontefice in risposta alla lettera dell’imperatrice vedova, un messaggio di conforto piuttosto inconsistente e vago nei contenuti: la Santa Sede aveva deciso di allearsi ai mancesi”.
I due missionari Martini e Boym si ignoravano a Roma come in Cina o meglio non si incontravano, benché Martini (lo leggiamo nella relazione di Joseph Sebes al Convegno tridentino su Martini del 1981): “aiutò ed assisté il Boym […] nella penosa lotta di quest’ultimo per trovare ascolto e per ottenere il riconoscimento di quest’ultimo per le sue credenziali e per la causa Ming”. Da sinologo più attrezzato del Boym, Martini lo aiutò, probabilmente a sua insaputa, persino nella traduzione e nella presentazione delle lettere di cui era latore. Lo scriveva ancora Sebes negli Atti di quel Convegno:: “Potrebbe essere interessante confrontare la sua traduzione con quella del Boym”. Lo sarebbe ancora a distanza di anni.
È che Martini non vedeva proprio quali risorse i Ming avrebbero potuto trovare per scacciare dalla Cina i mancesi. Si trattava di una causa ormai persa. Finanche Macao era passata pro-Qing, sottomessasi loro nel 1651, e per i Qing si pronunciava pure il padroado portoghese, sotto il quale continuava a essere la Compagnia di Gesù.
Chi avrebbe potuto dare una mano ai Ming contro i mancesi? Neppure qualche nazione prossima alla Cina. Non l’odierno Vietnam rimasto ostile ai Ming e non la Corea che era pesantemente sottomessa ai Qing da decenni. Quanto al Giappone, esso all’invasione mancese della Cina si era ormai chiuso alla predicazione cristiana, e quel poco che restava della missione gesuitica giapponese sopravviveva a Macao o si era sparpagliato negli altri paesi dell’Asia orientale come avevano fatto pure gli ordini mendicanti. Poi, il paese si era ufficialmente ritirato dai mari, aveva cacciato spagnoli e portoghesi e gli unici ospiti stranieri che tollerava erano i membri della Compagnia olandese delle Indie orientali. Questa, a sua volta, manteneva poi forte ostilità per il fedele lealista Ming Coxinga (Zheng Chenggong, 1624-1662) che l’aveva estromessa da Taiwan ed era anch’essa comprensibilmente schierata coi Qing.
Da ultimo lo stesso Coxinga, vinto dai Qing sul continente e ritiratosi a Taiwan (Formosa), avrebbe preso nel 1662 (l’anno della sua morte) un’iniziativa che metteva in gioco qualsiasi pur difficile aiuto proveniente dal vicereame della Spagna: destinava il domenicano Vittorio Ricci alle Filippine (ormai da tempo “spagnole”) con minacciose richieste di resa ed evacuazione di quelle isole.
Nel 1662 morivano anche Yongli e il principe ereditario Zhu Cixuan. Il destino della prospettata cattolica dinastia era fatalmente segnato.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
18 GENNAIO 2016
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