LO STATO “MING” DI TAIWAN
di Adolfo Tamburello*
Napoli, 11 dic. - Una volta arrivato a Taiwan il 30 aprile 1661, Zheng Chenggong (Coxinga), con le sue centinaia di navi e i circa 25 mila uomini al seguito fra accompagnatori, equipaggi e truppe, iniziava l’occupazione dell’isola contendendola con lunghi scontri armati e trattative alla Compagnia olandese delle Indie orientali (Vereenigde Oost-Indische Compagnie, letteralmente “Compagnia Riunita delle Indie Orientali”); l’ultimo Forte Zelandia cadeva in sue mani il I febbraio dell’anno successivo. Nello stesso giorno era data notizia a Fuzhou dell’avvenuta esecuzione a Pechino del padre, Zheng Zhilong, che, divenuto ormai un inutile peso per i Qing, saldava in orribile agonia per scarnificazione del corpo il dorato esilio di anni fra loro come ostaggio del figlio: una pena intesa dai mancesi, ormai ‘confuciani’, esemplare e di monito anche per la mancanza di pietas mostrata ai loro occhi dal figlio giudicato fuggiasco e incurante della sorte del padre. Non sappiamo quanto la terribile morte logorasse la tempra di Chenggong che moriva pochi mesi dopo, il 23 giugno 1662.
Sbagliando data di morte ed età dell’uomo, un autore italiano, Tommaso Maria Gentili, scriveva di lui a fine Ottocento (quando i “tartari” Qing erano dunque ancora sul trono di Pechino): “l’Attila di quei mari moriva il 2 di luglio 1662, ai 39 anni di età [veramente neppure 38], e nella maggior sua gloria. Questo fu il triste termine dello spettro più terribile per la presente dinastia, e fin d’allora il Tartaro governo poteva già promettersi un pacifico regno”.
Non è che la Taiwan di Zheng Chenggong lasciata a figli ed eredi prospettasse una così rapida fine. Si trattava di uno stato florido e ordinato. Zheng Chenggong lo aveva costituito in veste di “Principe di Yanping” in una delle prime piazzeforti espugnate agli olandesi ridenominandola la “Capitale orientale dei Ming” (in pinyin: Dongdu Mingjing). Non si era insignito di alcun titolo regale o imperiale, né aveva preteso di essere successore o restauratore dei Ming come del resto non aveva eletto sovrano alcuno dei principi Ming che lo avevano seguito. Oggi di quello stato se ne scrive come del “Regno di Tungning” (in pinyin di Dongning Wangguo).
Per decidere il da farsi Zheng Chenggong aveva aspettato forse di riconquistare la Cina. Il poco tempo che gli era rimasto da vivere lo aveva impiegato per organizzare uno stato insulare cinese e “Ming” sotto tutti gli aspetti istituzionali, come leggiamo nel Zheng Chenggong di Patrizia Carioti: “Zheng Chenggong poneva estrema attenzione a che i suoi uomini non commettessero prepotenze nei confronti delle comunità native, né dei cinesi che si erano stabiliti nell’isola precedentemente al loro arrivo. Ciò faceva parte della disciplina e dell’ordine che esigeva nell’ambito della sua organizzazione […]. La divisione amministrativa del territorio era stata basilare per procedere - sia nell’immediato - alla distribuzione delle terre e dei campi da coltivare, sia - in generale - alla creazione di un sistema burocratico. […]; continuò ad utilizzare il calendario di Yonli e ad adottare il criterio istituzionale dei Ming […], fissando le date per la celebrazione periodica di riti e cerimonie […]. Diede vita ai tradizionali sei ministeri…”, e ancora: “Sebbene la struttura della sua organizzazione fosse essenzialmente di carattere militare, Zheng Chenggong cercò di creare dei punti di riferimento culturali attraverso l’istituzione di un ufficio particolare per gli intellettuali (chujianguan) e di una sorta di accademia per lo studio e la preparazione dei giovani letterati (yucaiguan)”.
Zheng Chenggong aveva preso ovviamente tante distanze dai Ming: l’agricoltura non poteva intenderla fonte di reddito, ma solo per l’autosufficienza dei suoi; le entrate le aveva riposte nelle grandi aperture commerciali con le attività di pirata e mercante continuate intensissime; stupisce che la Compagnia olandese finisse con l’evacuare l’isola sia pure con tutti gli onori e non addivenisse a patti con lui per convivervi come aveva fatto in Giappone la sua agenzia di Hirado o Deshima. Sarebbe stata tutta un’altra storia, e non solo per Taiwan. Lo faceva invece più tardi la Compagnia inglese che, col successore e primogenito Zheng Jing apriva un’agenzia nel 1670 a Taiwan e nel 1675 a Xiamen (Amoy).
Xiamen - base storica di Zheng Chenggong che l’aveva ridenominata Simingzhou (la “Prefettura in onore dei Ming”) - Zheng Jing la perdeva insieme con Jinmen nel 1664 per recuperarla nel 1674 e farne la base per un tentativo di riconquista della Cina fra il 1675-76 quando le sue armate, ingrossate di nuove forze raccolte sul continente, sottraevano ai Qing le città di Quanzhou , Zhangzhou e Chaozhou. Erano gli anni della cosiddetta “Rivolta dei Tre Feudatari” (Sanfan zhi luan) promossa da Wu Sangui fin dal 1673, e con la quale Zheng Jing accettava di muoversi di concerto per abbattere i Qing. Si trattava di un’alleanza molto precaria che Zheng Jing stringeva soprattutto col secondo dei “feudatari”, Geng Jingzhong, che aveva in sue mani il Fujian.
Wu Sangui era un uomo che difficilmente poteva dare fiducia ai cinesi rimasti immuni dal fascino delle bandiere calate dal Liaodong e che avevano convinto lui nella prima ora a tradire i Ming e a unirsi ai Qing per spodestare sia Li Zicheng sia i Ming a Pechino nel 1644 e continuare a combattere i Ming meridionali e i lealisti Ming nello Yunnan e fino in Birmania fino al 1662. Erano stati gli anni durante i quali i Qing avevano edificato a Pechino un impero a tutta vista “feudale”, con uno huangdi nella capitale del Nord e tre wang al Sud eletti per i meriti acquisiti nella conquista della Cina con trasmissione del titolo ai loro eredi insieme con le cariche e le prebende di governatori militari delle province costiere e del Sud-Ovest.
Il primo di questi wang (“re”, “reucci”, “principi”) era stato in ordine di importanza Wu Sangui, gli altri due erano stati Geng Jingzhong e Shang Kexi, investito quest’ultimo del Guangdong e Guanxi; Wu Sangui, a sua volta, aveva finito praticamente col signoreggiare sullo Yunnan e il Guizhou e ampi territori dello Hunan, Shanxi e Gansu.
Poi, regnante Kangxi (1662-1722), maturato a Pechino, l’assetto istituzionale dell’impero si voleva cambiato in senso burocratico, e il governo Qing decideva nel 1673 di sopprimere autonomie e feudi regionali, invitando i “re” e gli altri comandanti militari a ritirarsi nei luoghi d’origine (principalmente il Laodong). Wu Sangui si ribellò proclamandosi imperatore di una nuova dinastia per la quale resuscitava il vecchio e glorioso nome dei Zhou, con l’immediato sodalizio di Geng Jingzhong e di Sun Yanling, comandante militare di Gueilin nel Guanxi; gli si univano nel 1674 Wang Fuchen, governatore dello Shanxi e del Gansu, e nel 1676 Shang Zhixin, figlio ed erede di Shang Kexi, frattanto ritiratosi. Ma già nel 1676 Wang Fuchen e Geng Jingzhong recedevano dall’alleanza e si risottomettevano ai Qing: il primo per suicidarsi con veleno; il secondo condannato a morte per tortura lenta. Nel 1677 si suicidava Shang Zhixin per salvare la famiglia dalla strage. Wu Sangui moriva l’anno successivo e il figlio Wu Shifan, che gli succedeva sul trono, si uccideva nel 1681 con la sua capitale di Kunming sotto assedio, dopo che i Qing avevano ormai conquistato tutta la Cina.
A quella data anche Zheng Jing aveva abbandonato il continente; prima si era ritirato a Xiamen, quindi aveva ripreso il mare per Taiwan, ove moriva di breve malattia il 17 marzo 1681. Erede del regno era il figlio più anziano Zheng Kezang, ma una congiura gli preferiva il secondogenito Keshuang (1670-1717) , sotto il quale le flotte Qing comandate da Shi Lang erano vincenti e il regno di Taiwan si spegneva nel 1683, con l’isola che passava ai Qing. Zheng Keshuang raggiungeva Pechino, e Kangxi gli conferiva un titolo nobiliare e il comando delle sue truppe aggregate a una delle Otto Bandiere. Taiwan passava sotto l’amministrazione della provincia del Fujian.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
11 DICEMBRE 2015
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