di Adolfo Tamburello*
Napoli, 02 dic. - Ignoriamo la sorte che ebbero i figli dell’imperatore Ming Chongchen suicida alla presa di Pechino nel 1644, se fuggissero e avessero scampo o se fossero catturati e deportati da Li Zicheng nel suo ripiegamento. I legittimisti della corte Ming di Nanchino, raggiunti dagli esuli dalla capitale del Nord, prendevano di petto la situazione e disconoscendo che la dinastia fosse decaduta col pronunciamento prima di Li Zicheng e poi dei Qing decidevano l’elezione di un nuovo sovrano da scegliere fra uno dei tanti principi discendenti dei vari imperatori.
La scelta molto contrastata ricadde sul principe di Fu, Zhu Yousong, nipote di Wanli, che assunse ufficialmente il trono il 19 giugno 1644 col nome di Hongguang per tenerlo fino al successivo 28 maggio, quando fu catturato dai Qing e, tradotto a Pechino, messo a morte. All’invasione Qing di Nanchino e la fuga della corte al Sud, il 18 agosto 1645 fu eletto il principe di Tang, Zhu Yujian, della discendenza addirittura di Hongwu , il quale regnò col nome di Longwu da Fuzhou fino all’anno successivo, cercando di tener viva la resistenza ai Qing con le forze irregolari dei ribelli di Li Zicheng unitisi all’armata imperiale e a quelle dell’ex capopirata Zheng Zhilong, dal 1640 diventato comandante militare Ming del Fujian.
Alla cattura e all’uccisione di Longwu, successe quindi il fratello Zhu Yuyue, regnante col nome di Shaowu fra il dicembre 1646 e il gennaio 1647, quando 40 giorni dopo la sua incoronazione i Qing invasero Quangzhou e lui si uccise, dopo avere inaugurato l’anno a combattere il principe di Gui, Zhu Yulang (1623-1662), nipote di Wanli, messo sul trono nel Guandong il 24 dicembre col nome di Yongli.
All’invasione Qing di Canton nel 1647 Yongli si spostò sempre più a ovest, prima a Nanning poi a Guizhou fino a riparare in Birmania dove fu raggiunto, catturato e ucciso per mano, sembra, di Wu Sangui. Finivano così nel 1662 i Ming meridionali (Nan Ming), non una “dinastia” e tanto meno una successione al Sud dei Ming di Pechino, ma una sorta di restaurazione su iniziativa di Nanchino ben diversa dal classico “ciclo dinastico” del passato, quando i sovrani delle dinastie settentrionali avevano ripiegato al Sud per reggere più ridotti imperi o regni meridionali. I Ming dei rami cadetti che si erano al momento succeduti al trono non avevano neppure regnato su un impero unitario, ma ne avevano formati almeno quattro e tutti su incerti territori e, per così dire, “itineranti”. La riconquista di Nanchino era stato un sogno dissoltosi nel nulla.
La lotta armata ai mancesi era stata accanita nel primo periodo dell’occupazione, che fu efferata e sanguinosa, e non valse a temperarla la presenza di molti generali cinesi al comando delle armate Qing come Wu Sangui, Geng Zhongming, Kong Youde, Shang Kexi, Sun Yanling. Dopo la facile presa di Pechino in mano alle truppe di Li Zicheng, vissuta al momento dal popolo come una liberazione, la conquista Qing era proseguita incessante per quasi due decenni con fasi alterne di eroiche resistenze e rapide capitolazioni.
Al massacro di Yangzhou, difesa dai cannoni del generale Shi Kefa che costò una falcidie di truppe Qing e la successiva strage di circa 800 mila abitanti, era seguita la pressoché libera entrata dei Qing in Nanchino con la fuga della sua corte. Shi Kefa aveva tentato il suicidio, ma, catturato, rifiutò di unirsi alle truppe dei Qing e messo a morte. Dopo di lui, il più “leale” lealista Ming di quegli anni fu forse Zheng Chenggong 1661-1683), la cui figura vive nell’epos anche di molta parte dell’Estremo Oriente di quegli anni. Leggiamo nel libro a lui dedicato da Patrizia Carioti: “…l’indomita resistenza opposta ai nascenti Qing, l’espulsione della Compagnia Olandese da Taiwan ed il conseguente insediamento della famiglia Zheng nell’isola hanno reso Zheng Chenggong un personaggio cardine della nostra storia, nonché un indimenticabile eroe nazionale. Senza di lui e suo figlio, che cominciarono a “cinesizzare” l’isola, non ci sarebbe stata una Taiwan cinese. Probabilmente sarebbe rimasta una colonia occidentale per secoli come l’Indonesia o le Filippine”.
Zheng Chenggong era figlio del nominato Zheng Zhilong (alias Iquan), che l’aveva generato in Giappone da donna giapponese quando era ancora il capopirata di una rete internazionale. Alla nascita, il figlio aveva avuto il nome giapponese di Fukumatsu; a sette anni, quando aveva seguito il padre in Cina aveva preso quello cinese di Sen: dunque Zheng Sen. Entrato in solidale familiarità della corte a Nanchino dove aveva proseguito gli studi, l’imperatore Longwu lo adottava dandogli il proprio cognome di famiglia Zhu e il nome di Chenggong, per cui sarebbe stato conosciuto in Europa come Coxinga (dal cinese Guoxingye, il “signore dal cognome imperiale”).
Di tempra e pasta diversa dal padre che nel 1646 si era conciliato coi Qing finendo a Pechino in amaro sia pur roseo domicilio coatto, Zheng Chenggong tentava con fermezza e determinazione in ripetuti scontri di “restaurare i Ming e distruggere i Qing” (fu Ming da Qing), e solo la battaglia di Nanchino, perduta del 1661, lo spostava a Taiwan che espugnava agli Olandesi e in cui instaurava un proprio regno.
Il lealismo Ming sopravviveva a lungo forse anche non solo con figure di impostori che si spacciavano d’avere sangue Ming nelle vene. Piero Corradini dedicava nella sua storia, “Cina. Popoli e civiltà in cinque millenni di storia” un lungo paragrafo a “I pretendenti al trono” dei Ming. Leggiamo : “Il ‘falso Dimitri’ fu presente anche nella storia cinese dei secoli XVII e XVIII fino a che un intervento della corte mancese non pose la parola fine alle apparizioni di pretendenti. Sterminando prima ogni discendente in linea diretta e poi conferendo un titolo nobiliare e uno stipendio al capo di una supposta linea collaterale, insieme all’incarico di offrire annualmente sacrifici alle tombe degli imperatori spodestati, l’imperatore Yongzheng dette la versione ufficiale delle sorti di quella discendenza”.
Lealisti Ming furono o si mostrarono tali persino musulmani del Gansu, quando ancora si protraeva la conquista Qing e un gruppo di forze ribelli guidate dal musulmano Ding Guodong s’impadroniva di varie città. Leggiamo ancora in Corradini : “il loro candidato aveva relazione con la famiglia imperiale Ming e lo proclamarono imperatore a Ganzhou (1648). Si trattava del principe di Yanchang, Zhu Zhichuan. La rivolta, che fu la prima delle grandi rivolte dei musulmani del periodo qing, venne rapidamente stroncata e il principe Ming fu messo a morte insieme agli altri ribelli”.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
02 DICEMBRE 2015
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