di Adolfo Tamburello*
Napoli, 19 nov. - Con le date tradizionali della storia cinese che fissa la cronologia dell’epoca Qing dal 1644 al 1911 è facile cadere nell’errore che al 1644 risalga la fondazione di questa dinastia, nata invece per volere di Abahai (1592-1643) già nel 1635 in seno all’impero Hou Jin (“Jin posteriori”), fondato a sua volta da Nurhachi nel 1616 in territorio spodestato ai Ming sotto il regno di Wanli (1582-1620).
La figura di Nurhaci (1559-1626) - epica presso i jurchen e i coreani fin dal suo intervento nella penisola a fianco dei Ming contro gli invasori giapponesi fra gli anni 1592-98 - entrava di peso nella storia dal 1606 quando, messosi a capo dei jurchen su un progranma di riscatto nazionale dall’ormai plurisecolare giogo ai Ming (dai quali fra l’altro il nonno paterno e il padre erano stati uccisi), ne riunificava il grosso dei gruppi tribali in unità civili e militari dette “bandiere” ( in mancese niru, “compagnia”, cinese qi), organizzate in parte su modello d ei wei, le tradizionali guarnigioni cinesi.. Poste sotto la leadership dei membri della propria numerosa gens, Nurhaci ne costituiva in origine quattro che salivano a otto già nel 1616 e si rivelavano di efficace gestione sia delle popolazioni sedentarie fatte anche di cinesi sia dei gruppi tribali nomadi e seminomadi. Dal 1609 Nurhaci apriva le ostilità contro i Ming, sospendendo l’invio dei tributi e nel 1616 fondava appunto la dinastia degli Hou Jin.
Parecchie tribù mongole e di altre etnie si sottomettevano pacificamente o meno al nuovo impero, mentre l’assorbimento delle popolazioni ai confini cinesi e coreani precostituiva uno stato territoriale con istituzioni amministrative ispirate a quelle cinesi, i “sei ministeri” e un ufficio letterario. Nurhaci prefigurava una lingua e una scrittura nazionali provvedendo a far desumere quest’ultima da quella mongola e dall’uiguro, divenuto il mancese d’uso burocratico e letterario. Vari funzionari cinesi collaboravano all’assetto del nuovo stato, e già Nurhaci poteva contare sul giovane Fan Wencheng (1597-1666), di antica famiglia d’alto funzionariato Ming, l’uomo che si sarebbe rivelato uno dei più preziosi consiglieri anche del figlio e successore Abahai (oggi quest’ultimo preferibilmente noto come Hong Taiji o Huang Taiji).
Il processo di sinizzazione era accelerato dal 1618 con la presa di una parte del Liaoning, quando ormai la nuova coalizione costituiva una grossa spina nel fianco dell’impero Ming, e questo perdeva nel 1621 la città di Liaoyang che Nurhaci faceva capitale stabile dell’impero prima di muoverla nel 1625 a Shenyang (Mukden) anch’essa di recente conquista. Forte di un cospicuo potere militare articolato in cavallerie e truppe appiedate, il giovane stato era soprattutto solido economicamente coi tributi delle popolazioni prevalentemente agricole e cinesi dell’odierna Manciuria meridionale integrati con quelli sui capi di bestiame bovino ed equino e delle greggi degli allevatori nonché sui proventi dalla raccolta e smercio del ginseng, perle e altri prodotti specie minerari
L’ingente perdita per i Ming delle entrate dalla regione era aggravata dall’aumentato commercio clandestino, mentre gli eserciti inviati contro Nurhaci lasciavano sul campo centinaia di migliaia di caduti e alte percentuali di armi e vettovaglie, che costituivano ulteriore ricchezza per gli Hou Jin, rimpinguata dalle truppe e dagli alti ufficiali cinesi che si arrendevano o passavano comunque nelle loro file. Di anno in anno salivano di numero anche i generali cinesi principalmente del Liaoning al comando deile armate Hou Jin.
I corpi di un solo generale Ming, Yuan Chonghuan (1584-1630), riuscivano a fermare Nurhaci nel 1625, in una storica battaglia che gli fece sperimentare il confronto ormai impari delle sue cavallerie contro le artiglierie e i più moderni cannoni venuti frattanto in dotazione dell’esercito cinese. Nurhaci morì l’anno dopo forse a seguito delle ferite riportate sul campo e fu una dura lezione che subì anche Abahai appena sul trono e per la quale provvide a un immediato ammodernamento dell’armamentario bellico tramite forniture europee avute dagli stessi cinesi guadagnati al suo servizio.
Era il periodo in cui i giapponesi e gli Europei, rappresentati questi ultimi ormai anche da inglesi e olandesi sopraggiunti in gran numero, si prodigavano a dotare di armi da fuoco tutta l’eversione Ming oltre che la dinastia, la quale per altro dal 1624 disponeva a Pechino di un corpo di artiglieri portoghesi a presidio del palazzo imperiale.Abahai, accresciuta la potenza d’urto dei suoi eserciti, puntò alla conquista della regione dell’Amur, del Chahar e a varcare ripetutamente la Grande Muraglia con sanguinose incursioni che mettevano a sacco molte città fra il 1629 e il 1638. Sembra non nutrisse ancora l’ambizione di conquistare l’intera Cina e spodestare i Ming, ma di rimanerne ai confini e convivere accanto a loro riconosciuto però almeno, secondo il linguaggio cinese, un loro “fratello minore”. L’altezzosità della dinastia regnante non dava risposta alle ripetute richieste in tal senso.
Dal punto di vista politico-amministrativo il suo regno segnò la prosecuzione dei programmi di sinizzazione inaugurati dal padre col concorso di una pletora di funzionari e alti ufficiali cinesi ormai votati alla causa dei jurchen. Costoro, dal 1635 Abahai volle denominare Manzhou, mentre dall’anno successivo abbandonava il nome dinastico di Hou Jin per quello appunto di Qing (i “Puri”).
Assorbita sotto il nuovo impero gran parte della Mongolia, Abahai si consolidava le spalle ponendo sotto dominio la Corea. Le ostilità con la penisola risalivano ormai a molti anni. I coreani, giudicati irriconoscenti dell’aiuto dato da Nurhaci e più in generale dai jurchen all’invasione giapponese, fin dal 1619 erano intervenuti contro di loro in aiuto dei Ming con ventimila uomini. Una volta sconfitti, Nurhaci aveva risparmiato i superstiti rinviandoli in patria con l’invito al re coreano di unirsi a lui. La dinastia, per lealtà ai Ming, opponeva un rifiuto e nel 1627 un esercito degli Hou Jin invadeva la penisola costringendo il re Injo a prendere scampo nell’isoletta di Kanghwa. Subito dopo era stipulato un accordo, ma la sua successiva violazione provocava nel 1636 un secondo intervento armato. Questa volta la pace coi Manzhou era definitiva e a dure condizioni per la casa regnante coreana, tenuta a cedere in ostaggio ai Qing il principe ereditario e a inviare regolari tributi e aiuti militari in uomini e armi.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
19 NOVEMBRE 2015
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