di Adolfo Tamburello*
Napoli, 13 lug. - L’incondizionato appoggio dato dagli Yuan al lamaismo cioè al buddhismo tibetano in privilegi e beni, coprendone vessazioni e misfatti, se assicurò le coscienze di regnanti e cortigiani sulle loro migliori incarnazioni future, costò caro all’impero perché trasformò molti templi del buddhismo cinese in centri di rivolta e molti loro monaci in ascoltati ribelli dal vasto seguito. Uno fra i tanti fu Zhu Yuanzhang, il fondatore dell’impero Ming (1368-1644), che si fece monaco non per particolare vocazione ma per fame, e da monaco diventò un capo ribelle.
Lo stesso ruolo eversivo svolsero altre istituzioni religiose o non cinesi e straniere (taoiste, confuciane, manichee ecc.). Si allargavano così le file dei membri delle società del Loto Bianco, di quelli del Buddha del Futuro Maitreya (cin. Mi Lo), dei Turbanti Rossi. Non tutti i movimenti erano a gran voce antimongoli; anzi alcuni accoglievano mongoli o altri stranieri che vi militavano per le disumane condizioni di vita cui li umiliavano gli stessi cinesi legatisi a filo doppio con i maggiorenti Yuan.
La transizione dagli Yuan ai Ming fu molto graduale, tormentata e distruttiva. Le rivolte che dilagavano specie nella Cina centrale e meridionale verso la metà del XIV secolo misuravano l’oggettiva paralisi dell’amministrazione mongola scesa a patti col grande patrimonialismo cinese terriero e imprenditoriale. Il domani più attendibile per la Cina prospettava la ricostituzione di piccoli stati nel centro-sud e aree confinarie e una continuità dinastica Yuan al Nord. In tal senso procedevano almeno in un primo tempo i capi ribelli che riuscivano a occupare postazioni strategiche e posizioni eminenti. I primi erano Guo Zixing (m. 1355), Ni Wenjun (m. 1357) e Fan Guozhen (1319-1374); quest’ultimo dal 1348 si ritagliò un proprio potere nel Zhejiang, perso il quale sopravvisse male alcuni anni al trionfo dei Ming (1368).
Alleanze effimere, tradimenti e assassinii fra gli stesi rivoltosi e decimazioni delle guarnigioni mongole che non si arrendevano caratterizzarono il periodo. Nel 1351 Xu Shouhui si proclamava a Qishui imperatore del Tianwan, mentre più a Nord, sul Fiume Azzurro, Zhang Shicheng (1321-1367) si proclamò nel 1354 re dei Grandi Zhou (Dazhou). Xu Shou hui da reincarnazione di Maitreya operò molte conquiste territoriali, finché non morì nel 1360 per mano di Chen Youliang (1320-1363), già uccisore di Ni Wenjun e re di Han dal 1357. Proclamatosi nel 1360 fondatore dell’impero di Dahan, dei “Grandi Han”, entrò in guerra aperta con lo stato di Wu. Decisiva la battaglia navale del Lago Poyang del 1363 che vide vincenti le forze Ming di Zhu Yuanzhang, il quale si proclamava a Nanchino l’anno dopo re di Wu, per assumere nel 1368 sempre a Nanchino il “mandato del Cielo” di una nuova dinastia cui confermava il nome di Ming (“Luce”), col titolo di Taizu (“grande progenitore”).
Come avevano già fatto gli Yuan, coniava un nome mai ricorso prima a designazione di una dinastia e imponeva al regime da lui insediato il “nome dell’anno” (o dell’era, nienhao) di Hongwu (“forte militarismo”), che manteneva fino alla morte (1392). L’innovazione di adottare un unico nienhao per la durata di un intero regno, seguìta dai successori e dai monarchi della seguente dinastia Qing, stabiliva l’uso di denominare gli imperatori, non col nome del loro titolo canonico o postumo che veniva loro ancora attribuito – nel caso di Zhu Yuanzhang quello, appunto, di Taizu -, ma con quello del loro nienhao. Il Giappone avrebbe adottato questo sistema cinquecento anni dopo con il corrispondente nengo di Meiji (“Governo illuminato”) per il regnante Mutsuhito che passava alla storia come l’imperatore Meiji (1868-1912).
Espugnata Pechino nello stesso anno 1368, le forze Ming incalzavano gli Yuan fino in Mongolia decimando o disperdendo i loro contingenti, mongoli e non, tranne i corpi i cui comandanti disertavano e passavano alla nuova armata imperiale. La Cina era riunificata sotto lo scettro dei Ming dal 1387.
Hongwu prendeva nelle sue mani i pieni poteri militari e civili, facendo assassinare i generali meno fidati e abrogando la carica di primo ministro. Alle sue dirette dipendenze, istituiva un consiglio interno (neiko) che funzionava a capo dei sei vecchi ministeri, del censorato e dei corpi segreti di polizia. Fra le continue epurazioni che i funzionari subivano, gli eunuchi assumevano il ruolo di fidati sottoposti sia per gli affari di palazzo sia per il comando delle forze militari e l’ispezione nelle province. Alti burocrati eunuchi, per lo più musulmani, garantivano la continuità della politica estera Yuan, una volta placatosi il clima di xenofobia che aveva provocato il massacro delle guarnigioni mongole di stanza in Cina e l’espulsione e le stragi di stranieri. Musulmani uighuri rimanevano al servizio della corte in qualità di astronomi e dal 1438 dirigevano il grande osservatorio di Pechino di nuova costruzione.
L’eredità Yüan, mentre esaltava lo spirito autocratico dell’istituto imperiale, informava anche la legislazione alla codificazione mongola, con i regolamenti amministrativi del 1393 e più ancora col codice del 1397.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
13 luglio 2015
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