di Adolfo Tamburello*
Napoli, 30 apr. - Coincidenza vuole che in questo sommario excursus storico sia arrivato a riferire della Cina mongola e dei rapporti europei con essa mentre a Firenze si tiene la mostra su “L’arte di Francesco” alla Galleria dell’Accademia. Altri ragguaglieranno sicuramente sull’attualità dell’evento che offre molteplici risvolti col lontano Catai.
Fra i tanti missionari del primo Trecento che ragguagliavano sulla Cina con relazioni, lettere, memoriali si aggiungeva Odorico da Pordenone (1265-1331), che si stabiliva pure lui a Khanbalik e si dedicava all’apostolato affiancandosi a Giovanni da Montecorvino.
Di ritorno in Europa via terra, Odorico era forse il primo missionario cattolico a visitare il Tibet; quindi, raggiunta la Persia, si imbarcava per Venezia. Presa dimora a Padova presso il locale convento di s. Antonio, su insistenza dei superiori dettava le memorie dei suoi viaggi al confratello Guglielmo da Solagna, che le trascriveva in un tardo latino medioevale. Erano pubblicate, sotto il titolo Descriptio Terrarum o Itinerarium, in varie edizioni in Italia e in Europa, mentre ebbero una prima versione italiana a cura di Teofilo Domenichelli solo nel 1881.
Altra relazione era quella di Giovanni de’ Marignolli (m. 1359), che aveva guidato una missione papale arrivata in Cina nel 1342. Alla partenza da Napoli, il re Roberto d’Angiò (1309-1343) gli aveva affidato preziosi doni per la corte mongola, fra cui alcuni cavalli che in Cina erano ritratti in celebri dipinti. Avevano viaggiato con lui Nicola Bonnetti, Nicola da Milano, Giovanni da Firenze e Gregorio d’Ungheria.
Di una successiva legazione della Santa Sede inviata nel 1370 alla volta della Cina da Urbano V non si conosce la fine che fece. Era composta da dodici francescani incaricati di accompagnare il nuovo vescovo di Pechino Guillaume Du Prat o Du Pré, ma la dinastia mongola degli Yuan era caduta in Cina fin dal 1368.
Di un ultimo europeo menzionato dalle fonti cinesi con un nome assonante a quello di Nicola, si ha notizia che era ricevuto dalla nuova corte Ming nel 1371 e che l’imperatore Hongwu gli concedeva un lasciapassare per il rimpatrio e una scorta ufficiale con lettere e doni di sete per i regnanti europei. Poteva trattarsi di uno dei membri della missione Du Prat arrivato in Cina, ma non si ha alcun riscontro in fonti europee di un suo rientro né tanto meno della visita all’epoca di un’ambasceria cinese che avrebbe avuto certo molta risonanza.
Dei viaggiatori laici italiani che soggiornavano nella Cina mongola, i più famosi sono rimasti i membri della famiglia Polo, a cominciare dai due fratelli, Matteo e Niccolò, che vi si trattenevano dal 1262 el 1266, tornando dalla corte di Kubilai, latori di una lettera indirizzata al pontefice che chiedeva l’invio di un centinaio di esperti in lettere e arti. La richiesta restava inevasa a causa delle vicende interne del papato e di un’Europa ancora culturalmente chiusa e che avrebbe ritardato di secoli la sola idea di quella che si definisce oggi una “cooperazione scientifica e tecnologica internazionale”.
Fra il 1275 ed il 1292, il secondo soggiorno in Cina dei Polo, col quindicenne Marco, segnava una delle pietre miliari nella storia dei rapporti fra l’Europa e l’Estremo Oriente, con l’eredità del Milione che se ne aveva.
L’opera dava un quadro così scintillante e fantasmagorico di un mondo di cui ancora si favoleggiava da incontrare l’incredulità di molti lettori dei suoi giorni e di alcuni persino dei giorni nostri. Dante, che doveva imbattersi in Marco Polo a Venezia, ignorava il mercante-viaggiatore veneziano. Oggi, quello che fa ancora dubitare che Marco Polo arrivasse effettivamente in Cina non è ciò che lasciava scritto di esatto o veridico, ma ciò che ometteva: la Grande Muraglia, il tè, la scrittura cinese, come riportava “Un articolo di autore cinese su Marco Polo e la Cina” ben commentato già nel 1982 da Italo Molinari negli Annali dell’Orientale di Napoli.
Rimane giustamente ancora il dubbio se Marco Polo dettasse o meno Il Milione a Rustichello o Rusticano da Pisa. Luigi Foscolo Benedetto, che ne era il curatore della Prima edizione integrale, pubblicata a Firenze nel 1928, affrontando il tema serio e arduo della redazione dell’opera, opponeva alla tesi tradizionale di una dettatura di Marco Polo a Rustichello, quella di una stesura del pisano su note già redatte da lui: “Marco scrisse il suo libro […] Rustichello si è certo limitato a riscrivere, nella sua lingua di novellatore cortese, colle frange letterarie di rito, le pagine sobriamente documentate del vero ed unico autore”. La tesi era ripresa da Franco Borlandi nel suo saggio “Alle origini del libro di Marco Polo” del 1962, con la conclusione che Rustichello avesse avuto sotto gli occhi una vera e propria pratica di mercatura redatta in volgare italiano da Marco Polo nel corso delle sue esperienze orientali.
Marco Polo, comunque, teneva banco a tutta una letteratura di viaggio vera o fantastica. Paradossalmente, tanto più merito andrebbe all’autore se non fosse mai giunto in Cina e avesse a dispetto di ciò appreso e riferito tante cose che nessuno in Europa si sognava, com’era il caso dell’uso del petrolio o di quello del carbon fossile. Del primo riportava: “… è una fontana, ove surge tanto olio in tanta abbondanza, che cento navi se ne caricherebbono alla volta; ma egli non è buono da mangiare, ma sì da ardere […] e vengono gli uomini molto dalla lunga per questo olio, e per tutta quella contrada non s’arde altro olio”. A sua volta scriveva del carbon fossile: “… per tutta la provincia del Catai hae una maniera [miniera] di pietre nere che si cavano dalle montagne come vena, che ardono come bucce e tengono più lo fuoco che non fanno le legna”.
Perfino sulla medicina cinese Marco Polo dava all’Europa prime notizie. Secondo Loris Premuda, Il Milione forniva “…informazioni anche assai interessanti sulla fiorente situazione ospedaliera cinese, su di una malattia come il gozzo e sull’uso della «tuzia» (ossido di zinco) nella cura di malattie oculari, per quanto - precisava lo storico della medicina - non spunti incentivanti o stimoli eloquenti per decisivi mutamenti di rotta pervennero al mondo occidentale dall’ardimentosa esplorazione di Marco Polo”.
Il Milione, letto alla stregua di un trattato di mercatura, aveva pochi decenni dopo un illustre discendente in un’inconfutabile Pratica di mercatura, il cui autore, il fiorentino Francesco Balducci Pegolotti (c. 1310-1347), non fu mai in Cina. Fattore della famiglia fiorentina dei Bardi, residente per anni nel Levante, Pegolotti raccoglieva una minuziosa documentazione sui traffici con la Cina nel suo Avisamento del viaggio del Gattaio. Su sua esplicita dichiarazione, si limitava a descrivere l’itinerario “secondo che si conta per li mercadanti che l’hanno usato. Il cammino d’andare dalla Tana al Gattaio è sicurissimo e di dì e di notte”.
L’autore contava 271 giornate di viaggio da Tana a “Gamalecco” (Khanbalik), “che è la mastra città del paese del Gattaio”. Confermava, del racconto di Marco Polo, l’uso sistematico della cartamoneta a corso legale: “Tutto l’argento che i mercatanti portano, il signore del Gattaio lo fa pigliare e mettelo in suo tesoro, e dà loro moneta di pappiero, cioè di carta gialla coniata della bolla di detto signore, della qual moneta puoi e trovi da comperare seta e ogni altra mercantia. E tutti quelli del paese sono tenuti di prenderla e […] non si sopracompera la mercantia perché [benché] sia moneta di papiero”.
Prima e dopo i Polo, molti altri mercanti si avventuravano fino in Cina. Recentemente si è dibattuto sull’eventuale priorità rispetto a Marco Polo dell’ipotetico viaggio compiuto dal mercante ebreo Giacobbe d’Ancona, che, secondo David Selbourne, avrebbe visitato la Cina lasciando una relazione del suo viaggio rimasta inedita fino alla fine del Novecento quando lui la pubblicava a Londra nel 1997 sotto il titolo The City of Light. Jacob d’Ancona.
Alcuni viaggiatori si fermavano a vita in Cina e, morendovi, vi erano sepolti cristianamente come hanno testimoniato le stele funerarie con iscrizioni in latino trovate a Yangzhou, la grande città commerciale del Jiangsu, visitata anche da Marco Polo. Fra le altre, sono state identificate le lapidi in memoria di due italiani, fratello e sorella, morti rispettivamente nel 1324 e 1342.
Per allora la chiesa cattolica non aveva vita lunga nel Catai “poliano”. Dopo i rovesci che gli Yüan subivano in Cina fra il 1368 e il 1387, l’ascesa di Tamerlano (1336-1405) e soprattutto l’espansione dell’Islam contribuivano non solo a ridurre drasticamente la percorribilità dell’Asia, ma a estinguere ogni compiacenza verso il cattolicesimo.
30 aprile 2015
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
@Riproduzione riservata