di Adolfo Tamburello*
Napoli, 08 apr. - Dalla fine del secolo XII, lungo la frontiera settentrionale dell’impero Jin (1115-1234) l’elemento etnico mongolo era in rapida rimonta su quello tunguso rappresentato dai Jurchen, fondatori dell’impero.
Temujin (1167-1227), l’unificatore dell’antico tribalismo shatuo e tataro sotto la denominazione dei Mongoli (Mengku), assumeva il titolo di Gengis Khan nel 1206, intraprendendo la conquista di un vasto dominio che dalla Mongolia incorporava, a Occidente, l’Afghanistan e la Persia e, col suo terzogenito, Ogodai, si estendeva alla Polonia, Ungheria, fino a Vienna e alle coste dell’Adriatico. La Russia rimaneva sotto i Mongoli per due secoli e mezzo.
Nell’Asia orientale, attaccati e sottomessi dal 1209 gli Xi Xia, alleati dei Jin, i Mongoli si rivolgevano direttamente contro i Jurchen espugnando e radendone al suolo nel 1215 la capitale Yanjing e costringendo i Jin a ripiegare su Kaifeng, la loro seconda capitale conquistata ai Song novant’anni prima. I Mongoli tornavano quindi ad attaccare definitivamente gli Xi Xia, annientandoli nel 1227 con la distruzione della loro capitale Ningxia, la quale, cadendo pochi giorni dopo la morte di Gengis Khan, diventava per la circostanza terra bruciata con l’olocausto dell’intera popolazione.
A loro volta i Jin erano definitivamente disfatti nel 1234 con l’aiuto prestato ai Mongoli dagli stessi Song Meridionali (1127-1279), sulle basi di un’alleanza che li aveva fatti invano sperare almeno in un recupero della loro vecchia capitale Kaifeng.
Con la fine dei Jin, i Mongoli si impadronivano della Manciuria e ne ereditavano l’alta sovranità sulla Corea. La penisola aveva già subito dai primi del XIII secolo gli effetti dell’iniziale espansione mongola con le immigrazioni di Kitan e Jurchen profughi dallo stato di Jin e che, in più casi, organizzati in orde, si erano dati a saccheggi e violenze, tanto che erano gli stessi Koryo a chiedere l’intervento dei Mongoli per finire col subirne l’occupazione dal 1231 e lo stato di totale sottomissione dal 1258.
Intanto, dal 1236 le armate mongole si rivolgevano contro il Sichuan e il Tibet. Conquistato questo nel 1239, passava sotto dominio mongolo nel 1253 anche il Sichuan e nello stesso anno lo Yunnan. Mongka, successore di Ogodai, espugnava il regno di Dalin e inviava nel 1258 una spedizione alla volta della penisola indocinese che si arrestava dinanzi alla strenua resi¬stenza vietnamita. La giovane dinastia Tran, salita al potere nel 1225, si salvava riconoscendosi nel 1261 tributaria dei Mongoli. Nel 1272 Lê Vanhuu completava il Dai Viêt suky (Memorie del Dai Viet), prima opera conservatasi della storiografia vietnamita.
Nel 1260 era salito al trono Kubilai (r. 1260-1294), nipote di Gengis ed erede della parte orientale dell’impero. Dal 1264 Kubilai trasferiva la capitale da Karakorum a Pechino, la città che in quegli anni era ricostruita sotto il nuovo nome di Dadu (“Gran capitale”), conosciuta dagli Europei col nome di Khanbaliq, la “città del Khan”.
Kubilai infliggeva gli ultimi colpi ai Song, espugnando nel 1273 Xiangyang, sul fiume Han, e nel 1276 Hangzhou, con la cattura e la deportazione a Pechino dell’imperatore Song in età minore. Lealisti della dinastia meridionale, con i principi superstiti, si ritiravano nel Fujian e più a Sud, fin nell’estuario di Canton, ma il ripiegamento si concludeva nel 1279 con l’affondamento della loro flotta in fuga e il suicidio dell’ultimo imperatore.
Ancora nelle more della conquista finale della Cina, nel 1274 Kubilai tentava di invadere il Giappone con la flotta che costringeva la Corea ad armargli ed imbarcava 25 mila uomini fra mongoli e coreani. Rinnovava un altrettanto vano tentativo nel 1281, servendosi anche delle forze navali cinesi dopo avere sopraffatto i Song.
Nel 1283 e 1287 inviava spedizioni contro la Birmania, nel 1283-84 contro il Champa e il regno Khmer, nel 1292 contro Giava. I disegni di conquista rimanevano vanificati dall’inesperienza in strategie navali e guerriglia nella giungla, dal clima tropicale e dalle malattie che decimavano le armate. Gli Yuan si attestavano saldamente sul Tibet, la Cina e la Corea.
Il Tibet era forse il paese che conosceva la svolta politica più profonda della sua storia. Kubilai confermava il monastero di Sakya al vertice della gerarchia religiosa e sottoponeva il lama Phagpa (1235-1280) alla propria autorità come capo del potere temporale e spirituale del paese. Era l’esordio ufficiale del “lamaismo”, che dal Tibet prendeva piede in Mongolia e Cina e irradiava il buddhismo tantrico del “Terzo Veicolo” nell’Asia orientale. Il lama a capo della teocrazia tibetana diventava un monarca ereditario in virtù della credenza che nella sua famiglia si incarnasse il bodhisattva Avalokiteshvara di generazione in generazione. Dal 1250 gli insegnamenti di Padmasambhava erano sistematizzati dal monaco tibetano C’os-dbyan nella “Scuola degli Antichi”, la quale in un sincretismo di buddhismo, tantrismo e Bon elaborava audaci speculazioni intellettuali, non ritraendosi da pratiche di magia nera o della “mano sinistra”. Era conosciuta come la “setta dei berretti rossi”.
Nel 1260 Kubilai riconosceva al lama Phagpa anche la giurisdizione delle comunità religiose della Cina settentrionale per estenderle nel 1277 a quelle della Cina meridionale. Il prelato si macchiava di vari delitti. Il buddhismo tibetano penetrava in Birmania, Siam e Cambogia.
Nel secolo XIV, si stagliava nel campo degli studi storico-religiosi tibetanii la personalità e l’opera di Buston, autore di una celebre “Storia del buddhismo in India e Tibet”, completata nel 1322.
I Cinesi subivano discriminazioni di vario tipo. Posposti ai privilegiati “alleati” dei Mongoli (semu-ren), fra i quali rientravano un po’ tutti gli stranieri, i residenti della Cina settentrionale, qualificati Hanren, fossero cinesi, kitan, jurchen, per essere stati i primi ad essere sottomessi all’impero mongolo, attendevano relativamente poco a rientrare e risalire nei ranghi delle armate e della nuova burocrazia imperiale. I primi regolari arruolamenti di Hanren avevano luogo nel 1256.
Più pesante era la sorte cui man mano finivano i Cinesi “meridionali” (nanren), condannati con l’epiteto di manji a una status di infima barbarie (man, “barbaro, selvaggio”, dal carattere col radicale di “verme”). Marco Polo avrebbe parlato di una nazione Mangi, in contrapposizione al Catai del Nord, im¬mortalato dagli ormai vecchi Kitan. “Kitaj” è ancora il nome della Cina nelle lingue slave.
Kubilai dava atto di sinizzarsi. L’anno stesso in cui saliva al potere, batteva moneta di carta imponendo il corso forzoso delle nuove emissioni. Nel 1263 erigeva i primi santuari ancestrali all’uso cinese, nel 1271 si faceva erede del Celeste Impero fondando la dinastia dal mistico nome di Yuan (“Genesi, Origine”), tratto dai trigrammi dell’Ijing, il “Classico dei Mutamenti”; nel 1277 assumeva il nome canonico di Shizong che lo identificava sovrano del tradizionale Zhongguo. Le origini della dinastia erano fatte risalire al 1206 con Gengis Khan, insignito del titolo postumo di Taizu.
L’impero conservava molti sistemi istituzionali e amministrativi cinesi come i sei ministeri, la cancelleria centrale, il sistema fiscale. Se ne allontanava con la ripresa di un esercizio autocratico del potere, con le forze armate dipendenti da un consiglio di guerra agli ordini personali del sovrano e l’assoluta subordinazione delle province agli organi centrali che riducevano i governatorati a mere funzioni esecutive. Per un verso sembrava rivivere un Qin Shi Huangdi; per un altro, l’eredità tribale del mondo delle steppe.
Il regno di Koryo, passato dal vassallaggio ai Liao a quello dei Jin, aveva vissuto un secolo di relativa pace alla frontiera settentrionale grazie anche alla grande muraglia che lo proteggeva. All’interno era però caduto dal 1170 sotto un regime militare che prendeva il potere in una sollevazione armata contro la burocrazia di corte, ma che, lungi dall’assicurare un ordine sociale, rimaneva dilaniato dalle lotte di potere fra i suoi generali. All’espansione dei Mongoli in Manciuria, il governo si affrettava a porgere il proprio vassallaggio e, dopo l’occupazione del 1231, lo stato passava nel 1258 sotto la sovranità degli Yüan. La dinastia dei Wang era lasciata in vita, ma coi prìncipi in ostaggio dei Mongoli e il governo della nazione in mano prima a governatori poi a consiglieri mongoli. I re erano tenuti a sposare donne mongole e ad adottare lingua e costumi mongoli. Se poi il processo di mongolizzazione si arrestava era perché gli stessi Mongoli si sinizzavano.
In questa seconda fase era conosciuto in Corea il neoconfucianesimo di Zhu Xi, introdotto nel paese da An Hyang (1243-1306), e in generale vi era trapiantata la cultura Song che fioriva con la sua “selva di letterati” (yurim). Personalità di spicco era quella del monaco Sok Ilyon (1206-1289), autore del Samguk yusa (Le tradizioni dei Tre Regni”). Fra il 1234-1251 era introdotta in Corea la stampa coi caratteri mobili di metallo. La prima opera ad essere composta e pubblicata fu il Sangjong kogum yemun (Scritti sulle antiche e moderne cerimonie di corte), cui seguiva quella del canone buddhista dopo tre recenti edizioni su matrici in legno.
08 aprile 2015
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
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