di Davide Cucino*
Pechino, 13 nov. - In un momento di estrema difficoltà per la diffusione del soft power cinese nel mondo, innescata dalle polemiche sulla reale funzione degli Istituti Confucio con particolare enfasi ad un numero di Università del Nord America che hanno annunciato la sospensione delle trattative con lo Hanban (l’organizzazione del Ministero della Cultura che amministra la diffusione degli Istituti Confucio nel mondo), il volume di Euny Hong, The Birth of Korean Cool (Picador, New York, 1914) rappresenta un interessante esercizio per tentare di comprendere come un paese possa costruire l’affermazione dei suoi valori culturali senza necessariamente alimentare sospetti e rancori.
Abituati spesso erroneamente, almeno negli ultimi vent’anni, a considerare la cultura giapponese come il punto di riferimento in Asia, il lavoro della Hong ci presenta varie sfaccettature di un cambiamento che non solo sta prendendo piede in nell’area, ma che tende a influenzare anche l’occidente, finalmente pronto a recepire modelli diversi da quelli su cui ha costruito tutta la sua esistenza, con evidenti implicazioni anche nei settori dell’economia e dell’industria.
Trasferitasi dagli Stati Uniti in Corea durante la fase adolescenziale, la Hong ci propone una approfondita analisi della storia dell’evoluzione della Corea contemporanea grazie all’opportunità unica di avere vissuto in due paesi così culturalmente lontani tra loro. Il volume ha l’ambizione di spiegare la metamorfosi di un paese che, conosciuto per la sua tendenza all’ortodossia confuciana e per la scarsa qualità dei suoi prodotti industriali, ha saputo compiere gli straordinari passi verso l’apertura al mondo occidentale e verso il traguardo tecnologico.
Ad aiutare il paese a raggiungere tali obiettivi non hanno contribuito solo governanti lungimiranti (seppure spesso oggetto di critica per la loro autocratica determinazione), ma soprattutto alcuni sentimenti di cui è permeata la società coreana.Da una parte lo han, una sorta di rancore verso le avversità della storia, dall’altra la vergogna di aver subito nel secolo scorso le umiliazioni della colonizzazione giapponese e della crisi economica asiatica. Questi elementi hanno formato uno spesso strato protettivo che ha consentito al paese di attraversare indenne il difficile periodo di transizione conducendolo verso un alto livello di emancipazione.
Non poteva mancare nel volume un riferimento al fenomeno del cantante Psy. Tuttavia, la sua storia viene ben utilizzata per raccontare come il personaggio rappresenti con il suo stile Gangnam (letteralmente “a sud del fiume”, l’area dove vivevano quei coreani di umili origini alla ricerca di migliorare il proprio tenore di vita) proprio il risultato del guado attraversato dal ceto medio, sottolineando però l’importanza di non dimenticare le umili origini di gran parte della popolazione.
E proprio a proposito delle umili origini di quasi un’intera nazione, la Hong ci narra delle difficoltà di affrancarsi dall’ortodossia Confuciana, pregna di regole sin dai prodromi dell’educazione scolastica. Ciò ha portato a fenomeni sorprendenti. Dal divieto di ricorrere alle lezioni private doposcuola ad un utilizzo spropositato delle stesse con una popolazione che spende il 2,8% del PIL in tutorship, con punte di 4,000 US$ al mese per studente! La pressione sugli studenti è tale da causare uno sproporzionato numero di suicidi .
Particolarmente divertente è il capitolo sul cibo coreano e sul complesso di inferiorità che i coreani hanno avuto per lungo tempo al riguardo della loro cucina, basata prevalentemente sul kimchi (cavolo lasciato a macerare in salamoia, aglio e peperoncino). Oggi corsi di cucina coreana si tengono in alcune università americane (al fianco di quelle di cucina italiana, francese e cinese) e alcuni ristoranti coreani hanno raggiunto il traguardo della stella Michelin.
Non illudiamoci, il viaggio dell’affermazione culturale coreana nel mondo non è stato completamente spontaneo, l’industria dell’intrattenimento ha beneficiato fortemente del finanziamento governativo. Nel caso della cucina, come in tanti altri, lo stato si impegna economicamente, senza tuttavia “disturbare” l’evoluzione di certi fenomeni di diffusione di tali valori. E’ il caso del K-pop, il fenomeno musicale che ha spodestato la supremazia musicale giapponese in Asia. Il divieto iniziale di importare musica dall’estero, specialmente dal Giappone, ha consentito all’industria musicale coreana di organizzarsi per mettere a punto un suo modello, fatto maggiormente di facce pulite rispetto a quello nipponico e con maggiori regole nei confronti degli artisti che vengono letteralmente addestrati e quindi legati con contratti capestro alle case discografiche.
Stesso discorso vale per l’industria cinematografica, che ha saputo sfruttare inizialmente l’inaspettato successo del regista Park Chan-wook e successivamente ha potuto beneficiare di aiuti di stato. L’industria dello spettacolo è stata capace di codificare anche il rapporto tra le due Coree, la Hong ce ne offre un assaggio raccontandoci del successo dei reality in cui sopravvissuti del regime del nord raccontano delle loro sofferenze e vanno pubblicamente alla ricerca dell’anima gemella. Il governo coreano ha inoltre avuto un ruolo primario nella diffusione delle serie televisive del proprio paese, oggi affermate in tutta l’Asia e persino in alcuni paesi africani. E’ lì che la Corea, in modo meno chiassoso rispetto ad altri paesi asiatici, offre aiuto in cambio di posizionamento.
L’ultimo tassello per spiegare il successo del fenomeno culturale coreano riguarda il salto tecnologico fortemente voluto dal governo e avallato dalle potenti famiglie coreane a capo dei colossi industriali che ancora oggi rappresentano una peculiarità di stampo “socialista” in un paese capitalista: la responsabilizzazione dei lavoratori per raggiungere i livelli qualitativi a cui oggi le varie Samsung, Hyundai e LG ci hanno abituati. E' sul tema dell’innovazione che anche la nuova Presidente Park insiste, anche per correre ai ripari contro il rischio della crisi globale. Certa tuttavia che la Hallyu, l’onda coreana, farà parlare di sé ancora per molto tempo.
*Davide Cucino, sinologo, ex presidente della Camera di Commercio Europea in Cina. Vive a Pechino da molti anni. Ha scritto "Tra poco la Cina" (Bollati Boringhieri). E' appassionato di libri.
13 novembre 2014