di Adolfo Tamburello*
Napoli 10 nov.- Attraverso secoli di costanti sviluppi in ogni campo, nonostante l’agitato clima politico, la Cina conosceva, prima con gli effimeri Sui (581-618) poi coi duraturi ma molto contrastati Tang (618-907), una lunga età aurea nella cultura e nelle arti. Già con la dinastia riunificatrice dei Sui, la riproposta di puri valori nazionali rinvigoriva le ricerche sull’antica tradizione culturale cinese: era allora compilata una monumentale enciclopedia, il Beitang shuchao, “Gli estratti degli scritti della sala del Nord”, una delle opere con cui trovava risistemazione il corpus di quanto era rimasto dello scibile cinese ed era stato recuperato o ricostruito.
Sotto la dinastia Tang, corte imperiale e residenze principesche, circoli e infine il primo nucleo dell’istituzione che sarebbe stata conosciuta come l’Accademia Hanlin, diventavano fecondi centri di studio e raccolta di opere d’arte, documenti e libri. Un’attività corrispondente e di crescente prestigio era svolta dai monasteri, fin quando non infierivano le persecuzioni e non meno di 250 mila monaci sopravvissuti agli eccidi erano costretti a svestire la tonaca. A Chang’an rimanevano operanti solo quattro monasteri con centoventi monaci; a Luoyang, due monasteri con venti monaci.
Le distruzioni del patrimonio librario e artistico intervenute già prima della metà del IX secolo erano tali che, all’indomani di esse, Zhang Yanyuan, appartenente a una famiglia di illustri collezionisti ed esperti conoscitori, si impegnava a scrivere il Lidai minghuaji, per lasciare almeno, come il titolo recitava, “memoria dei dipinti famosi delle varie dinastie”, mentre Zhu Jingxuan dedicava ai “Pittori famosi della dinastia Tang” il Tangchao minghualu.
La pittura segnava il trionfo della policromia e del genere figurativo. Nel secolo VII, con il rotolo dei “Tredici Imperatori”, Yan Liben (m. 673), pittore e architetto, legava il proprio nome a una ritrattistica celebrativa che era mutuata dal buddhismo a commemorazione dei propri prelati. Ritratti dei “Sette Patriarchi” erano attribuiti a Li Zhen, attivo agli inizi del secolo IX. Intorno allo stesso periodo, entro una pittura di genere, Zhou Fang imponeva un tipo di beltà femminile iranica, dal volto tondo, paffuto e il corpo pieno; Han Kan raffigurava cavalli e cavalieri. Erano dipinte piante e nature morte; soprattutto il paesaggio cominciava a concentrare l’attenzione. Wang Wei (699-761), pittore oltre che poeta, ne era un pioniere per il genere monocromatico. La pittura a inchiostro vantava in Wu Daozi, pure del secolo VIII, l’innovatore del tratto calligrafico della pennellata.
La fioritura letteraria era continuativa. Massimo rappresentante della prosa, Han Yu (768-824), critico del buddhismo, riproponeva allo studio i classici confuciani. Con lui, l’altro rappresentante del guwen (la “prosa antica”), era Liu Zongyuan (773-819). Du Yu (735-812) era autore, col Tongdian, di un’opera enciclopedico-politica. Testi recitativi preannunciavano una narrativa in lingua parlata e una novellistica che segnava lo sviluppo dello xiaoshuo (racconto breve), anche in una commistione di prosa e poesia. Di carattere più marcatamente letterario, esordivano i chuanqi (racconti strani, meravigliosi).
Grandi figure di poeti si susseguivano con Wang Ji (584-644), Meng Haoran (689-740), Wang Wei (699-761), Li Taibo o Li Bai (c. 701-762), Du Fu (712-770), Bo Jui (772-846) e Liu Zongyuan (773-819). Lo “stil nuovo” (xindi) affermava la tecnica poetica di versi di cinque e sette sillabe, raccolte in strofe di quattro e otto versi. Dalla fine del secolo VIII si sviluppava il genere dei ci, di origine popolare, con l’accompagnamento di musiche dell’Asia centrale e dal Medio e Vicino Oriente, con le quali erano conosciuti e si diffondevano nell’uso strumenti a percussione, cembali, nacchere e piccole arpe.
Le arti, da quelle “maggiori” a quelle “minori”, prendevano l’impronta di un sincretismo fra l’espressione artistica cinese e quella centroasiatica, densa di reminiscenze iraniche e greco-romane. L’oreficeria, sotto l’influenza della metallotecnica sasanide, perfezionava il cesello, l’agemina, l’incastonatura. La ceramica mutuava forme e motivi ornamentali dai rython greci, dalle anfore di vetro siriache, dai vasi indiani, dalle caraffe e dai piatti iranici. La coroplastica funeraria dei mingqi ritraeva con curioso o divertito senso dell’esotico figure di personaggi asiatici occidentali: mercanti, cammellieri, staffieri, danzatrici, acrobati, giocolieri, resi fedelmente nei loro tratti somatici e di costume. Figure animalesche, d’uso apotropaico o per lo specifico allontanamento degli spiriti del male erano i mostruosi qitou e fangxiang.
La decorazione ceramica generalizzava le invetriature a “tre colori” (sancai). Fra gli smalti applicati a ceramiche e metalli faceva la comparsa l’impiego del cobalto, che col colore blu di cottura avrebbe reso famosa la porcellana del genere “bianco e blu”, conosciuto come “blu musulmano” o “maomettano” per essere importato dall’Iran e dal Vicino Oriente. Le decorazioni erano spesso ispirate anch’esse a repertori mediorientali ed eseguite su commissioni di mercanti arabi e persiani che monopolizzavano i commerci con l’Occidente e addestravano gli artigiani cinesi a riprodurre persino iscrizioni e versetti del Corano. Si diffondeva fuori della Cina l’uso del tè e i ceramisti cinesi esportavano servizi per il consumo della bevanda, offrendo, insieme coi lavoranti della lacca, recipienti idonei alla conservazione del preparato in foglie o in polvere. Alla molteplicità delle produzioni artigianali presiedevano manifatture imperiali e principesche, di conventi e privati. Le produzioni di maggiore avanguardia erano quelle caoliniche ad alte temperature di cottura a preannuncio della nostra “porcellana” lavorata fino a “guscio d’uovo”. Le invetriature in verde precedevano a loro volta le produzioni dei celadon.
Officine fondevano in ferro catene per ponti sospesi, mentre in ferro o in ghisa erano persino edificate pagode e fuse statue. Manifatture tessevano damaschi, broccati, tappeti di larga esportazione; la carta moltiplicava le applicazioni, ora persino per l’igiene personale e l’uso domestico. L’impiego già antico dei sigilli e il decalco a inchiostro di incisioni o rilievi su pietra suggerivano l’intaglio del legno per matrici con cui stampare a impressione fogli e opuscoli di propaganda. La xilografia collaudava nell’868 la stampa del libro con una prima edizione del Vajracchedika-sutra, il “Sutra del Diamante” (Jinkangjing), fatto incidere su matrici da Wang Jie.
Le arti buddhiste annoveravano fra i massimi capolavori i dipinti delle grotte di Dunhuang. Delle pagode d’epoca giunte fino a noi, le due più famose rimangono a Xi’an e sono edificate in muratura su pianta quadrangolare a piani degradanti. Sono note coi nomi della “Grande” e “Piccola Oca” i(Dayanta e Xiaoyanta) e risalgono l’una alla metà del VII secolo, l’altra agli inizi dell’VIII. Dell’architettura lignea, che ci offre tra l’altro indicazioni precise di quella che era l’edilizia civile corrente al tempo, rimane il padiglione principale del tempio Foguang sul monte Wutai nello Shanxi, dal caratteristico tetto aggettante a spioventi arcuati, della metà del secolo IX.
L’edilizia muraria in mattoni mancava di una destinazione a uso abitativo, cerimoniale o di culto. L’architettura lignea, in assoluto prevalente, spiega la rarità di monumenti o strutture in luce giunti fino a noi quanto meno nelle edificazioni originali. Si trattava di un’architettura sempre basata sul principio del pilastro e trave, che persino l’edilizia muraria non abbandonava nelle strutture composte di massi e mattoni intese quasi mai portanti.
Lo stesso si verificava nell’architettura funeraria nel suo misto di strutture lignee e murarie sia sotterranee che in luce con alti e colossali tumuli di copertura, artificiali e naturali, e camere sottostanti a tetti a volta e meno frequentemente a cupola. Ai monumentali, montuosi mausolei imperiali l’accesso era dato dai lunghi viali degli shendao (le “vie degli spiriti”) fiancheggiati dalle grandi statue di figure umane e animali reali e fantastici, una scultura in pietra che annoverava anche la produzione di stele con auliche iscrizioni dedicatorie di elevato valore storico.
Alle arti e alla cultura Tang una mostra è stata dedicata a Napoli fra il 2005 e il 2006 con il bel catalogo edito dalla stessa Electa di Napoli a cura di Lucia Caterina e Giovanni Verardi con la collaborazione di Chiara Visconti.
10 novembre 2014
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
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