di Emma Lupano
Twitter@Lupemma
Pechino, 9 ott.- Dalla serietà degli “intellettuali pubblicamente impegnati” (gonggong zhishifenzi) alla frivolezza dei “volti noti” (gong zhi) il passo, in cinese, è breve. Basta fare ‘cadere’ quattro caratteri lasciando i rimanenti e la metamorfosi è servita.
Inizialmente usato come semplice abbreviazione dell’espressione “intellettuale pubblico”, gongzhi ha acquisito sul web una connotazione negativa, spiega infatti Baidu Baike: “Il significato era positivo, ma oggi la rete ne ha fatto un termine dispregiativo, usato per ironizzare sull’atteggiamento di quegli intellettuali che ammirano e sostengono tutto ciò che è straniero”.
La questione, però, non è solo linguistica. Almeno non per il presidente della prestigiosa Accademia delle Scienze sociali cinese, Wang Weiguang, che in un intervento pubblico ha affermato con preoccupazione che il passo da intellettuale impegnato a semplice volto noto dell’arena pubblica è breve anche nella realtà. “La nostra Accademia – ha detto Wang nel suo intervento poi pubblicato sul sito ufficiale dell’istituzione - non è un’associazione di scrittori indipendenti che dicono e scrivono qualsiasi cosa gli passi per la testa. Non devono assomigliare ai ‘Grandi V’ [microblogger con grande seguito] e ai ‘volti noti’ della rete”. Infatti, ha ricordato il presidente dell’istituzione di ricerca più prestigiosa del paese, l’Accademia valuta i suoi studiosi sulla base “sia della fedeltà socialista che della professionalità”.
Puntuali sono arrivate le critiche sul web, e puntuale è arrivato il sostegno delle testate di partito per le parole di Wang, con un editoriale pubblicato il 27 agosto dallo Huanqiu Shibao. L’articolo, intitolato “La trasformazione degli intellettuali pubblici in volti noti genera rammarico”, non prova neanche a nascondere l’aria pesante che si respira da diversi mesi a questa parte nel mondo intellettuale e dell’opinione pubblica in Cina.
Da lungo tempo, premette il giornale, “nel mondo intellettuale si discute quale debba essere il rapporto tra le posizioni degli studiosi cinesi e la linea politica nazionale, o quale ruolo debbano interpretare gli intellettuali nell’arena pubblica. Alla base di questi dibattiti stanno questioni antiche come la liberà politica e la libertà di espressione”, parole chiave che però l’articolo non riprende più.
Il discorso di Wang Weiguang, aggiunge lo Huanqiu Shibao, non riguarda soltanto l'Accademia delle scienze sociali, ma vale anche “per molte altre organizzazioni accademiche”, nelle quali “si potrebbero quasi indicare una ad una le persone a cui il discorso è rivolto”.
L’argomentazione entra poi nel vivo, prevedibile e sfacciata allo stesso tempo.
“La Cina ha certamente bisogno di libertà accademica e di una opinione pubblica dinamica. L’emancipazione del pensiero è stata incoraggiata in questa epoca e questo dovrebbe favorire un rapporto di adesione degli intellettuali alla linea politica nazionale, non un rapporto di opposizione”.
Qualsiasi intellettuale dovrebbe “essere d’accordo su questo aspetto”, che addirittura sarebbe “una mera questione di buona senso”. Infatti, spiega in modo assai poco sottile l’editoriale, “gli intellettuali che nel secolo scorso hanno ottenuto maggiore successo sono quelli che hanno condotto la propria ricerca individuale in sintonia con la missione nazionale. Che si tratti di scienze naturali o di scienze sociali, la situazione non cambia: quelli che oggi sono riconosciuti e onorati sono gli studiosi che si sono dedicati al progresso della società seguendo la direzione indicata dal paese”.
Chi si è ostinato ad andare per la propria strada invece, afferma lo Huanqiu Shibao, ha ottenuto assai poco. “Dai tempi dell’avvio della politica di riforma e apertura non sono mai mancati gli studiosi che si sono impegnati contro la linea dominante. Ad oggi, però, il loro ruolo nella società reale è stato poco stabile. Questi intellettuali non hanno alcuna possibilità di radicarsi nella storia o di influenzare davvero la società”.
Il desiderio di facile fama non deve accecare gli studiosi: “Gli intellettuali che impressionano l’opinione pubblica sono sempre quelli ‘contro’ e l’occidente è attirato dalle dichiarazioni critiche. Anche in Cina molti pensano che il valore principale di un intellettuale stia nella sua capacità di criticare. Gli intellettuali venerati dell’occidente sono così diventati rapidamente ‘volti noti’”. Però, sottolinea il giornale, il loro peso nel risolvere i problemi della società o nel contribuire allo sviluppo teorico “è pari a uno starnuto”.
I volti noti che “dichiarano di essere dalla parte del popolo contrapponendosi al partito e al governo” non solo “deformano il concetto di popolo”, ma “sollevano la gente appoggiandosi a slogan populisti per nascondere la propria vuotezza”. Alla lunga, conclude il suo attacco l’editoriale, “nessuno degli intellettuali che hanno davvero successo manifesta interessi politici anticonvenzionali. Quelli che pubblicano punti di vista politici bizzarri, quelli che amano stare nella parte ‘contro’ dell’opinione pubblica sono per lo più mediocri, oppure cercano la scorciatoia della fama e dei soldi per non sobbarcarsi le fatiche della ricerca”.
9 ottobre 2014
@Riproduzione riservata