di Adolfo Tamburello*
Napoli, 05 ago. - Dopo un primo periodo di buddhismo eremitico e propagato da personalità religiose in visita del paese o ivi stabilitesi, l’organizzazione monastica trovava all’inizio nel Nord più ingenti sostegni materiali, e dal secolo IV anche i cinesi del settentrione potevano legalmente abbracciare non solo la fede ma la vita monacale. In particolare, i Wei settentrionali diventavano benemeriti per la protezione che finivano con l’accordare ai conventi, cogliendone la funzione di cemento che il nuovo credo poteva costituire fra il mondo cinese e quello centroasiatico. Dopo avere promosso nel 444 il taoismo a religione ufficiale, nel 467 i dinasti Wei patrocinavano la fusione di una colossale statua del Buddha in bronzo. Nel 534 contavano 1367 fra monasteri e cappelle nella sola capitale Luoyang. In tutto il regno sorgevano oltre 30 mila istituzioni.
Patrocinatori di templi rupestri e grandi monasteri dovevano però rivelarsi anche i dinasti “meridionali”. Nel centro e nel Sud, i letterati e i funzionari che, profughi dal Nord, si stabilivano in gran numero nell’odierna Nanchino, avvicinavano i colti monaci, favorendo la nascita di un clima religioso che sviluppava un crescente sincretismo taoista-buddhista. Sotto i Jin orientali, vi imprimevano impulso anche i centri di Xianyang, nello Hobei, e di Longshan, nel Jiangxi.
Sotto i Qi meridionali, fra i massimi patrocinatori era annoverato il principe Jingling (c. 461-495) che apriva un cenacolo a religiosi e letterati nella propria residenza sul Jilongshan. Nel 509, l’impero dei Liang contava oltre 13 mila istituzioni. L’imperatore Wu, fondatore della dinastia (r. 502-549), dedicava ricchi tesori ai monasteri, riuniva assemblee per la propagazione del dharma, cioè la “Legge” buddhista, e curava di persona letture e commenti di sutra. Era onorato col titolo di “bodhisattva imperiale” o “augusto bodhisattva” ed era lui a ricevere nel 520, secondo la tradizione, l’indiano Bodhidharma, leggendario fondatore del Chan.
Vari monarchi si proclamavano incarnazioni di Maharajadeva e di Dharmaraja, cioè rappresentanti e tutori divini della Legge sulla Terra. Le concezioni della regalità sacra che l’India antica aveva formulato e trasmetteva attraverso il buddhismo sublimava la concezione di una sovranità “celeste” cinese all’insegna di una formulazione schiettamente teocratica, specie nel Sud della Cina, dove rimanevano più stretti e fecondi i legami con la cultura indiana brahmanico-shivaita. Fin dalla prima propagazione, il buddhismo vi era diffuso con elementi sia del Piccolo sia del Grande Veicolo. La complessa costruzione dottrinaria in ispecie del Mahayana faceva del Buddha storico la manifestazione terrena di infiniti Buddha, secondo la credenza che ogni evo cosmico ed ogni mondo abitato entro e fuori il nostro pianeta avesse i suoi Buddha. Le storie dei “Buddha precedenti” erano narrate dai jataka (“Storie delle nascite”) e dagli avadana (“Racconti edificanti”). Dottrine avventiste preconizzavano un “Buddha del Futuro” in Maitreya (cin. Milo), a cinquemila anni da Shakyamuni, il Buddha storico (cin. Fo).
Il fronte laico, avverso al buddhismo, valutava i pericoli insiti nel nuovo monachesimo che infoltiva le proprie file di conversi e novizi. Costoro passavano ai loro occhi per chujiaren, “uomini che abbandonano le case”, fatti carico di sottrarre braccia al lavoro dei campi e soldati alle armate, di privare la società di nascite con i loro regimi di castità e celibato, di esimersi dall’assistere in vita avi e genitori e dall’osservarne il culto alla morte. Erano tacciati di condurre una vita d’ozio, di speculare sulla credulità delle masse e di spogliare gli ingenui credenti per accumulare tesori. La fondatezza di molte denunce scatenava periodiche persecuzioni – le più dure presso i Wei setten-trionali nel 444, presso gli Zhou settentrionali nel 470 ed, un secolo dopo, nel 574 -, con confische di beni e restituzioni del clero allo stato laicale. Nondimeno il buddhismo continuava a ritrovare risorse per reintegrarsi. I monasteri funzionavano da centri di cure, assistenza, formazione, praticando le più aggiornate esperienze dell’alchimia, della medicina e della chirurgia indiane. Traduzioni di testi facevano conoscere le scienze astrologiche e matematiche dell’India; scritture in pali, sanscrito e in lingue centroasiatiche, addestravano alle trascrizioni fonetiche, arricchivano il lessico, sollecitavano primi dizionari e manuali. Le traduzioni in cinese formavano uno stile a cavallo fra la lingua classica e quella volgare e questo, mentre serviva a por¬tare il buddhismo fuori delle cerchie colte, incideva sul cinese letterario. Al pari dei letterati cinesi, i monaci erano in genere uomini di studio, ambìti come precettori, consiglieri e fiduciari specie presso le dinastie di discendenza centroasiatica che diffidavano delle classi colte locali. Di più, il messaggio di pace e tolleranza che il buddhismo predicava accattivava le simpatie dei dinasti e degli aristocratici che vedevano al contrario nei seguaci dei culti locali o del taoismo popolare potenziali fomentatori di disordini.
Un’oculata politica di collaborazione quando non di complicità con gli uomini di governo assicurava al clero buddhista l’appoggio degli Stati, ottenendo via libera per una propaganda sulle masse. Gli alti prelati celebravano riti e liturgie per la “protezione del paese” e la salvaguardia delle dinastie dalle catastrofi e dalle calamità.
Il buddhismo sviluppava una decina di scuole che privilegiavano i vari aspetti dottrinari e liturgici legati all’una o l’altra manifestazione terrena o metafisica dei Buddha sulla scorta dell’autorità dei sutra e delle loro esegesi. Fra le opere dei primi maestri indiani destavano interesse quelle di Nâgârjuna, vissuto forse a cavallo del I-II secolo d.C. Del suo messaggio faceva presa che tutti gli esseri fossero dotati in potenza della natura del Buddha e che a tutte le creature fosse aperta la via dell’illuminazione.
Mentre i monasteri rupestri (di Dunhuang, Yunkang, Longmen, Maijishan) mantenevano le caratteristiche dei santuari e conventi dell’India e dell’Asia centrale dai quali derivavano, i templi edificati all’aperto adottavano le tecniche e le strutture dell’architettura civile cinese. Gli edifici mutuavano lo stile di palazzo dei padiglioni imperiali o principeschi. Un chiostro quadrangolare recingeva il complesso monastico aprendosi al centro del lato Sud su un portico principale d’entrata. Nello spiazzo interno, gli edifici principali del culto erano la “sala d’oro” (jintang) e la pagoda (ta). La prima conteneva l’iconostasi del Buddha al quale il tempio era dedicato, la seconda rappresentava l’equivalente dello stupa indiano, cioè il reliquiario derivato dal tumulo funerario. Quest’ultimo, già sviluppatosi in ambiente centroasiatico come monumento di elevata verticalità, sembra fosse modellato in Cina sulle antiche torri di guardia locali. Sculture e pitture celebravano in forme umane le varie categorie di esseri spirituali, dai Buddha ai Bodhisattva, agli Arhat, ai Deva, partendo dai modelli che le arti dell’India e dell’Asia centrale avevano elaborato all’incontro con la classicità greco-ellenistica e romana. Nel graduale processo di umanizzazione della fede che era compiuto in congiunzione con lo storicismo della cultura cinese, anche la ritrattisti¬ca dei patriarchi e dei più insigni maestri del buddhismo trovava accoglienza. Gli apologhi, le leggende, i racconti edificanti, che avevano un ruolo notevole nella propaganda, davano vita ai bianwen, “testi di scene”, cioè sceneggiature letterarie che si accompagnavano ai bianxiang, le “figurazioni di scene” che costituivano la propaganda pittorica del buddhismo, le immagini pie e le rappresentazioni sacre illustranti soggetti che i predicatori commentavano. Si affermava un costume di cantastorie accompagnati da musici in forme di spettacolo recitative e teatrali, ispirate ai racconti della stessa tradizio-ne cinese, quindi ad avvenimenti contemporanei e contenuti profani. Sul piano delle arti figurative, ne traeva impulso la pittura su rotolo, che avrebbe costituito le forme più tipiche della pittura cinese ed estremorientale, con i rotoli verticali, monoscenici, chiamati lizhou (“rotoli stanti”, oggi più noti in Occidente col nome giapponese di kakemono, “opere, pezzi appesi”) ed i rotoli orizzontali per dipinti poliscenici e narrativi. Questi ultimi, già collaudati in Cina sia per la pittura sia per testi e saggi calligrafici, erano conosciuti col nome di shenjuan (in Giappone, makimono, emaki, emakimono).
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
05 agosto 2014
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