di Adolfo Tamburello*
Napoli, 29 lug.- È ormai consuetudine della storiografia occidentale chiamare “Medioevo” la storia della Cina dalla caduta degli Han (220 d.C.) al 589, data della ricostituzione dell’“impero centralizzato” dei Sui (581-618), o alla caduta dei Tang (618-907), cioè gli inizi del secolo X. Lasciamo al lettore cogliere le analogie apparenti o reali con la coeva storia europea.
Con gli interventi armati contro le sollevazioni che provocavano la fine dell’impero Han nel 220 d.C., fra i capi militari che assumevano potere, Cao Pi, raccogliendo l’eredità del padre Cao Cao che si era consolidato soprattutto nel Nord, assumeva nel 220 il titolo di imperatore di una nuova dinastia, quella dei Wei (Cao Wei), che non riusciva però a riunificare l’ormai vecchio impero. L’anno dopo, un membro collaterale della famiglia degli Han, Liu Bei si proclamava nel Sichuan loro legittimo successore e fondava lo stato degli Shu Han. A sua volta, nel bacino dello Yangzi, Sun Quan faceva rivivere dal 229 uno stato di Wu. Erano questi i nuovi Tre Regni, tralasciandone un quarto, sia pure eccentrico e ancora più effimero, che prendeva nome di Yan nell’estremo Nord-Est.
I nuovi stati - a eccezione in parte dello Shu Han - riproponevano anche nei nomi alcune delle antiche divisioni dei “Regni combattenti”. Concezioni aristocratiche sopraffacevano gli ideali burocratici e meritocratici, mentre le istituzioni militari dominavano su quelle civili. Rigorosi ordinamenti gerarchici dividevano la società in signori e uomini alle dipendenze secondo rapporti di tipo verticalistico. Il contadinato subiva reclutamenti e deportazioni che ingrossavano le colonie militari (tun-tian), e queste si estendevano a molte regioni, assorbendo elementi barbarici ai confini.
Con la conversione massiccia del Nord a colture sistematiche di miglio e frumento mediante grandi imprese idrauliche, lo stato di Wei valorizzava anche a riso il bacino dello Huai; lo stato di Wu colonizzava alla risicoltura l’intera area dello Yangzi e fissava la capitale a Nanchino. La città, grazie allo sviluppo economico della regione, si popolava fra i secoli III-IV di oltre un milione di abitanti e splendeva di vita culturale e artistica. Lo stato di Shu Han, ricco del fertile “bacino rosso” del Sichuan messo a coltuta di riso e sorgo, usufruiva delle opere idrauliche intraprese già dai Qin e procedeva nella lenta sinizzazione del Sud, iniziata dagli Han, spingendola verso lo Yunnan. Notevole impulso ne traevano le industrie e i commerci, e la capitale Chengdu godeva di grande rigoglio, mentre la “via birmana” assicurava le comunicazioni esterne della regione con le carovaniere continentali.
Erede dell’imperialismo Han, lo stato di Wei stabiliva una sfera di influenza sull’Asia centrale e restaurava la supremazia cinese sulla Manciuria meridionale e sulla Corea, ristabilendovi il dominio coloniale. Scambi di ambascerie intercorrevano fin col Giappone. L’assetto fortemente militarizzato anche col nerbo delle cavallerie barbariche gli permetteva di conquistare e annettere, nel 263, il regno di Shu Han. Il legalismo, come ideologia di ritorno, informava un’intensa attività legislativa. La dinastia cadeva però nel gioco di una famiglia vicina al trono, quella dei Sima, la quale proclamava nel 265 una nuova dinastia, quella dei Jin, che sarebbe passata alla storia come dei Jin occidentali. La conquista di Wu, ottenuta dalle armate di Jin nel 280, ricostituiva una momentanea allargata unità imperiale.
Sima Yan (236-290), fondatore della nuova dinastia, riorganizzava il governo affidando le amministrazioni e il controllo militare delle province alla maggior parte dei suoi 25 fratelli e altri parenti o affini, con concessioni terriere, esenzioni da tributi, vaste autonomie locali. L’attività legislativa a prosecuzione di quella varata dai Wei e sempre ispirata al legalismo, fruttava nel 268 la promulgazione di un codice. La burocrazia, articolata dai Wei in nove gradi, esaltava un carattere aristocratico: persino l’istituzione di un’“alta scuola” per il funzionariato era riservata solo a giovani nobili con accesso aperto ai figli dei capi sinizzati. L’assegnazione di latifondi come stipendi di servizio esenti da imposte impoveriva però le entrate dello stato gravanti per lo più solo sul minuto contadinato. Sospeso il sistema delle colonie militari, lotti agrari erano divisi fra coltivatori con appezzamenti stabiliti per sesso ed età. Il carico fiscale era calcolato sul 40% delle rese. La riforma preludeva all’imminente istituzione del sistema del “campo uguale” (juntian), secondo una prospettata “perequazione agraria” che trovava un limite d’applicazione nell’insufficiente disponibilità di terre da distribuire una volta fatto salvo il latifondo. Nel 287 sommosse erano registrate nel basso Yangzi. Aggravavano la situazione nel 295 inondazioni in varie regioni e nel 296-97 epidemie e carestie, mentre il paese subiva dal 291 i danni della guerra civile della cosiddetta “rivolta degli otto re”.
Nel 304, Li Xiung proclamava la propria ascesa al trono su uno stato di nome Zheng Han, che comprendeva il Sichuan e parte dello Yünnan, mentre Liu Yuan, un capo tribale Xiongnu sinizzato, rivendicava dallo Shaanxi la restaurazione dell’impero Han. Nel 306 Jin subiva il saccheggio di Chang’an da parte di truppe Xianbei arruolate nel proprio esercito. Con la presa della città vi trovavano la morte oltre duecentomila abitanti. Sollevazioni e rivolte sanguinose culminavano nel 311 con il sacco di Luoyang, compiuto da mercenari Xiongnu che provocavano un esodo della popolazione calcolato in un milione di persone. Nel 316 la presa di Chang’an da parte degli Xiongnu metteva in fuga anche la corte Jin che si rifugiava a Nanchino. Nel 317 Sima Jui si proclamava imperatore della dinastia dei Jin orientali (317-420).
Il Nord cadeva sotto dinastie proto-turche, proto-mongole, proto-tunguse, sinizzate o in via di sinizzazione. Di quelle che i Cinesi avrebbero denominato dei “Cinque barbari” (Wu-hu) o dei “Sedici Regni”, la più duratura era fondata dai Tuoba, un’aristocrazia di Turchi Xianbei che davano vita ai cosiddetti Wei settentrionali (386-535). Costoro erano destinati a rimanere di esempio storico del magnetismo culturale esercitato dalla Cina. Adottando istituzioni, usi e costumi cinesi, emanavano una nuova legislazione e promuovevano un rigido regime agrario. Reintroducevano il sistema delle colonie militari e razionalizzavano la riforma dei Jin, assegnando un maggior numero di terre a coloni anche attraverso espropri al latifondo. Dopo il trasferimento della capitale a Luoyang nel 493, varavano un programma di integrazione dell’elemento etnico Xianbei con quello cinese, abolendo l’uso a corte della propria lingua, facendo adottare cognomi cinesi e incoraggiando matrimoni misti. La sinizzazione indeboliva però la dinastia sul piano militare. L’impero si disgregava dal 534 negli stati dei Wei orientali (534-550) e dei Wei occidentali (535-553), dei Qi settentrionali (550-557) e dei Zhou settentrionali (557-581). Ne raccoglieva l’eredità la corona dei Sui (581-618), che nel 589 riunificava gran parte della Cina.
A propria volta, la Cina centrale e meridionale, dopo la caduta dei Jin orientali nel 420, era passata sotto le dinastie dei Liu Song (420-479), dei Qi meridionali (479-502), dei Liang (502-557) e dei Chen (557-589), che formavano in continuità dai Wu e dai Jin Orientali, le cosiddette “Sei dinastie”, le sole considerate legittime dalla successiva storiografia cinese.
Nonostante la permanente provvisorietà e precarietà del clima politico, per il centro ed il Sud della Cina erano secoli di grandi sviluppi, con i contadini e le élite cinesi che riparavano dal Nord e intensificavano l’agricoltura, reclutando masse fra le aree di sinizzazione per colonie militari e grandi interventi idraulici. Scambi commerciali erano intensificati con i paesi del Sud-Est continentale e insulare.
Nella penisola indocinese le popolazioni cham sulle quali era venuta dominando una leadership politica e culturale di etnia e formazione indiana costituivano dal secolo II d.C. un regno noto ai Cinesi col nome di Linyi. Ricco di risorse pregiate, esportava cotone, canapa, canna da zucchero, pepe, sesamo, cera d’api, essenze, animali esotici come pavoni, pappagalli, rinoceronti, tartarughe. La Cina se ne riforniva lautamente. Dalla caduta degli Han, lo stato del Lin-yi tentava di estendere il proprio territorio al Nord a spese del ‘cinese’ Giaochau, mentre questo rivendicava un’indipendenza dalla Cina che le dinastie meridionali ripetutamente sventavano con interventi armati ristabilendo il proprio governatorato. Nel 421 il re cham Fan Yangma faceva atto di vassallaggio ai Liu Song. Il suo successivo tentativo di espandersi al Nord col beneplacito cinese si concludeva nel 446 con l’invasione del regno da parte delle truppe cinesi che occupavano il paese e ne saccheggiavano la capitale Champapura.
Intanto, nuovo elemento d’unificazione della Cina del Sud e del Nord si veniva rivelando il buddhismo, che si organizzava in chiese, col patrocinio delle corti e dei ceti agiati.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
29 luglio 2014
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