di Davide Cucino*
Pechino, 9 gen. - In un anno così tumultuoso per i rapporti tra Cina e Giappone come quello che si è appena concluso, la pubblicazione del volume di Rana Mitter, "Forgotten Ally. China's World War II, 1937-1945" (Houghton Mifflin Harcourt), consente al pubblico interessato alla crisi Sino-Giapponese la cui disputa delle Isole Diaoyu/Senkaku rappresenta solo la punta dell'iceberg, di cogliere ulteriori spunti critici circa cause ed effetti dei preoccupanti eventi che continuano a susseguirsi a ridosso di un insignificante, almeno per ora, raggruppamento di rocce emerse nel Mar Cinese Orientale.
Mitter costruisce il suo libro attorno alla storia delle tre figure che hanno diversamente avuto un ruolo nell'evoluzione dell'intricata storia cinese durante gli anni dell'occupazione giapponese. Essa ha origine con l'incidente di Mukden, che ha di fatto sancito la creazione di uno stato fantoccio in Manciuria, fino alla liberazione e alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Descrive la fierezza ma al tempo stesso la sofferenza con cui il "generalissimo" Chiang Kai-Shek in più di una occasione (da Nanchino a Wuhan e Changsha, fino alla piana del Fiume Giallo) sacrifica i suoi uomini e tanta popolazione inerme e affamata allo scopo di fermare le diverse avanzate giapponesi in Cina prima e in Asia in seguito; il lucido e freddo calcolo di Mao Zedong nel trarre vantaggio da ogni situazione negativa per l'esercito nazionalista per la costruzione di una nuova forza di massa; infine il sogno ingenuo di Wang Jingwei, alla guida di un governo senza reali poteri a Nanchino, supportato dal Giappone. Egli fu convinto di potere spingere il governo Giapponese a tenere un atteggiamento più morbido, volto alla costruzione di un impero panasiatico dove anche la Cina avrebbe finalmente potuto collocarsi con una posizione paritaria.
La verità è che la Cina stava continuando a subire ancora una volta una pesante umiliazione, ma in questo caso da parte di una nazione non occidentale e che fino al secolo prima veniva considerata suddita rispetto all'ultimo impero Qing. Per ironia della sorte la Cina si è trovata pertanto durante la II Guerra Mondiale a combattere a fianco di alcune delle potenze che l'avevano messa in ginocchio un secolo prima, gli Stati Uniti e il Regno Unito al fine di potere resistere al reale pericolo di dissoluzione. Con gli alleati il periodo del conflitto mondiale si riempirà di situazioni spesso contraddittorie. È tuttavia innegabile l'impegno che la Cina, sotto assedio sul fronte interno, dedicherà anche sul fronte internazionale, come quello birmano, in cui perderanno la vita moltissimi soldati dell'esercito nazionalista.
Entrambi i due attori principali tuttavia si guarderanno bene dall'alimentare più del dovuto i combattimenti nell'area asiatica, favorendo un intervento solo quando un reale pericolo può mettere a repentaglio la loro sicurezza. Questi spesso individueranno più nelle debolezze dei nazionalisti cinesi che nei reali episodi di violenza gratuita giapponese le cause di un declino così evidente. Nemmeno la carneficina di Nanchino o i bombardamenti incessanti su Chongqing porranno mai la Cina sullo stesso piano dei suoi alleati, più interessati ad aprire un dialogo con Stalin o addirittura con i comunisti di Mao ormai ben organizzato a Yan'an e pronto a prendere le redini del potere. Perfino la disfatta giapponese in seguito allo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki non sarà sufficiente alla Cina per capitalizzare a suo favore nelle consultazioni post-belliche l'enorme perdita di vite umane e di ricchezza occorse durante il conflitto.
La storia cinese ha saputo ricucire le differenze tra i tre personaggi che in fin dei conti agivano con lo stesso obiettivo, quello di riportare la Cina ad avere un ruolo primario. Le ferite indelebili inferte alla sua popolazione durante oltre un decennio di occupazione hanno originato un forte sentimento di rivalsa che solo la tragedia degli eccessi post-liberazione aveva tenuto sopito. La Cina non ha mai digerito il modo in cui le Isole Diaoyu/Senkaku sono state consacrate al Giappone da parte americana all'inizio degli anni settanta, senza tenere in alcun conto una serie di evidenze storiche che avrebbero dovuto almeno vincolare il diritto di proprietà a un negoziato. Il Giappone inoltre continua a negare le crudeltà perpetrate dal suo esercito durante il conflitto mondiale. Anche i governi più recenti del sol levante non si sono affrancati da questo atteggiamento al solo scopo di soddisfare l'impeto di una rinascita nazionalista: ancora oggi la menzione del massacro di Nanchino nei libri di testo scolastici nipponici è insignificante.
Le visite al Santuario di yasukuni, l'ultima lo scorso 26 dicembre da parte del Primo Ministro Abe per la prima volta in qualità di capo del governo, dove si rende omaggio non solo agli eroi, ma anche a 28 criminali di guerra, continuano a esacerbare un rapporto che non solo va sempre più deteriorandosi, ma rischia in più di una occasione di sfociare in situazioni assai meno controllabili.
E allora forse, il messaggio che traiamo dal volume di Mitter è che, se non ci pensa il Giappone a rivedere il corso della storia del XX secolo, che siano allora le potenze occidentali alleate di un tempo a rendere omaggio a un paese, la Cina, che è stato protagonista attivo e responsabile, nel bene e nel male, del II Conflitto Mondiale. Spesso i nostri libri di storia non se lo sono affatto dimenticato, semplicemente lo ignorano.
*Davide Cucino, sinologo, è il presidente della Camera di Commercio Europea in Cina. Vive a Pechino da molti anni. Ha scritto "Tra poco la Cina" (Bollati Boringhieri). E' appassionato di libri.
9 gennaio 2014
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