di Adolfo Tamburello *
Napoli, 4 ott.- È stato spesso ripetuto che il culto della tradizione, di scuola squisitamente 'confuciana', unitamente alla concezione della storia come "specchio di condotta", in ultima analisi come magistra vitae, siano stati i due fattori responsabili di aver volto i cinesi verso l'antichità, di averli spinti a idealizzarla e celebrarla, di aver fatto loro proiettare le origini della propria civiltà sullo schermo di un'epoca remota in cui avevano regnato l'ordine e la perfezione: ideali perenni, questi, che avrebbero dovuto rivivere nelle aspirazioni e nelle azioni degli uomini di tutte le età e contrade - "cinesi" e "barbari". Tale analisi sarebbe mutila delle premesse se non fosse posto in rilievo che culto della tradizione e 'magistero' della storia furono efficaci strumenti di precoci poteri politici.
Élite dominanti li elaboravano in funzione di un conservatorismo gentilizio, dopo aver evidentemente appurato il valore che potevano assumere, da un lato, la suggestione religiosa - comprensiva del culto degli avi dettato dalla "pietà filiale" -, dall'altro, la cultura e la tradizione culturale come elementi di protezione dell'ordine costituito e perni di aggregazione sociale. L'operazione che faceva leva sul passato era compiuta e rinnovata periodicamente nel corso della storia e, cosa importante, era evitato che perdesse di presa o svilisse con l'idea che l'antichità fosse identificata unicamente in una favolosa "età aurea", non più credibilmente proponibile con il trascorrere dei tempi. Certamente tale età aurea era postulata, com'era ipotizzato che avesse avuto corso dopo le fasi delle 'origini' - sulle quali si erano intessuti i relativi miti -, quando gli uomini erano usciti dal primitivo stato selvaggio e ancora ignoravano il fuoco, vestivano di pelli e si rifugiavano in grotte. Un numero di esseri fra il divino e l'umano - autentici "eroi culturali", i cui meriti le varie tradizioni locali si disputavano - soccorrevano gli uomini con innovazioni e scoperte.
Nel precoce riconoscimento dei valori della tecnologia per lo sviluppo umano, le arti e i mestieri erano celebrati come opera demiurgica. I sanhuang, i "tre augusti", che secondo le antiche cronologie avevano regnato sulla Cina dal III millennio avanti la nostra era volgare, erano annoverati come i saggi sovrani che più beneficavano gli uomini. Foxi insegnava la caccia, la pesca e l'allevamento del bestiame, insieme con i trigrammi e gli esagrammi magici; Shennong, il "divino agricoltore", forniva gli attrezzi di legno e l'aratro, insegnava le tecniche agricole, ceramiche e tessili e faceva riconoscere le erbe medicinali; Hoangdi, l'"imperatore giallo", era fabbro e dio della folgore: introduceva la metallurgia, le armi, i carri, i battelli per la navigazione, i palazzi e i templi, le monete, il gioco, le note musicali e la sericoltura. Secondo altre fonti, era in realtà la consorte Leizu a insegnare la coltura del baco e la tessitura della seta, così come inventore delle armi e scopritore della fusione dei metalli era Zhouyu che, nutrendosi di minerali, aveva lo scheletro metallico, la testa di rame e la fronte di ferro. Era poi la volta di Yu il Grande, l'eroe sovrano che regolava le acque separandole dalle terre e costruendo colossali canalizzazioni. Egli "infondeva" la propria virtù nelle caldaie magiche: da quel momento gli oggetti metallici assumevano il potere di accogliere il "soffio" vitale; non solo le caldaie, ma i tamburi, le armi, gli specchi erano considerati sacri e adoperati come strumenti magici, liturgici, cerimoniali. Valore di emblemi regali esaltavano le "spade-drago" e i tripodi dinastici supposti sotto la custodia dei draghi. Anche per questo nel 513 a.C. il codice dello stato di Qin era inciso su un tripode di ferro.
Altre tradizioni accennavano a un'origine del metallo esterna alla Cina e parlavano delle "opere meravigliose" di "regioni lontane" e dei "doni", i "nove tripodi magici", inviati dalle "terre dei nove pastori": allusione suggestiva a un debito culturale del bronzo contratto con i popoli allevatori dell'Asia centrale e settentrionale, con i quali la Cina aveva intrecciato stretti rapporti sin dall'antichità, come è stato poi confermato dall'archeologia moderna.
Con la conoscenza del metallo finiva però l'ipotizzata età aurea che chiudeva i tempi in cui la vita era svolta tra comunità pacifiche di uomini che coltivavano la terra, le donne tessevano, i figli "conoscevano" solo le madri, non i padri, giacché non era stato ancora istituito il matrimonio. Le armi e le monete portavano la violenza e la sopraffazione; le leggi e le pene diventavano inevitabili. Il progressivo 'deteriorarsi' delle condizioni di vita sollecitava le prime analisi che oggi diremmo dociologiche. Una tesi in qualche modo precorritrice, di ordine demografico, era formulata da Han Feizi nel III sec. a.C.:
"Nell'antichità [...] nessuno doveva lottare per vivere. Gli uomini erano pochi, le risorse molte e non insorgevano dissidi. Perciò non si distribuivano grosse ricompense, non si infliggevano dure pene e il popolo era spontaneamente ordinato. Oggi nessuno considera troppi cinque figli ciascuno, sicché prima della morte dell'avo vi sono venticinque figli. Così la popolazione aumenta di numero, le risorse diventano insufficienti e allora la gente comincia a litigare; anche moltiplicando le ricompense e accumulando le pene, il disordine è inevitabile..."
L'idea del "regresso", dell'ineluttabile "decadenza" dall'età aurea non arenava il pensiero su una concezione involuzionistica della storia. In chiave di mistica politica e religiosa era elaborata la teoria che il "Cielo" (Tian), come superiore entità vigile, partecipe tutt'uno coi destini umani, soccorresse periodicamente gli uomini destinando loro sovrani capaci o punendo inesorabilmente capi la cui disobbedienza o empietà ne facessero indegni detentori del "mandato" a regnare. La "rimozione del mandato" (keming) assumeva in epoca moderna il significato di "rivoluzione". Così, attraverso vari "figli del cielo" (tianzi) - quali erano considerati prima i "re" (wang), poi gli "imperatori" (huangdi) - la storia si rinnovava di tempo in tempo e tante età auree potevano susseguirsi con l'opera di capostipiti di dinastie e grandi regnanti illuminati, sia pure in un alter-narsi ciclico di luci e ombre con sovrani inetti o sudditi sleali. Le fasi oscure o di crisi non riuscivano però a corrompere od offuscare il pensiero che la civiltà cinese fosse omogenea e integra.
Questo era l'aspetto della continuità storica della Cina. L'indistruttibilità e l'inalterabilità del patrimonio di cultura diventavano segno che la storia fosse impegno, sforzo costante di conservazione e trasmissione, piuttosto che conquista graduale, di valori spirituali e morali, che i tempi non sembravano aver modificato rispetto all'antico. La dimensione di attualità che l'antichità assumeva sul piano filosofico, non inficiava il senso della storia nella sua successione e dinamicità temporali: la sola cultura materiale dava percezione del cammino dei tempi e del continuativo progresso umano.
Nella foto un particolare del dipinto di Zhang Xuan (713-755) "Donne di corte che preparano la seta"
*Adolfo Tamburello gia' professore ordinario di Storia e Civilta' dell'Estremo Oriente all'Universita' degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
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