Roma, 09 ago. - Nella Repubblica popolare lo sport è molto importante. Lo dimostra la corsa alle medaglie d’oro che si verifica ogni volta che si avvicina un’Olimpiade o un’altra competizione sportiva particolarmente prestigiosa. In più di un’occasione gli allenatori cinesi sono stati criticati (dall’estero) per aver costretto le loro pupille ad allenarsi sfidando costantemente i propri limiti, a sopportare sacrifici che in qualsiasi altra nazione sarebbero intollerabili, e a condurre una vita segregata all’interno dei “campus per gli sportivi”, vale a dire le scuole “specializzate” in cui vengono seguiti in questa frenetica corsa all’oro.
Per la Cina ogni medaglia d’oro è fonte di prestigio e profonda soddisfazione, indipendentemente dalla disciplina in cui viene conquistata. Questo perché un cinese che sale su un podio è un pezzo di Cina che trionfa meritando l’ammirazione di tutto il mondo. Un altro modo per permettere alla Repubblica popolare di farsi riconoscere come grande potenza. Ed è proprio per aiutare il paese a raggiungere traguardi tanto ambiziosi che i genitori hanno sempre accettato, e addirittura spronato i figli a entrare nelle scuole sportive disseminate un po’ in tutto il paese per specializzarsi nella disciplina in cui sono più portati.
C’è chi pensa che l’avventura sportiva per i futuri campioni cinesi inizi a quattro anni, quando possono “finalmente” essere ammessi nelle palestre dove, entro i trentasei mesi successivi, dovranno dimostrare di avere la stoffa per diventare dei numeri uno di livello internazionale. Pochi sanno, però, che questo modello di reclutamento è molto moderno. In passato i “talent scout” giravano in lungo e in largo nelle campagne della Cina per scovare piccoli campioni e portarli in città ad allenarsi. Con la massima soddisfazione dei genitori che ottenevano due importanti risultati in un colpo solo: si liberavano della spesa legata al mantenimento del figlio, garantendogli contemporaneamente un avvenire migliore. Pieno di gloria e successo negli anni delle competizioni, di stima e rispetto per quelli successivi. Fino a qualche anno fa, infatti, il 90% degli atleti che smetteva di gareggiare veniva assunto come allenatore, dirigente, o funzionario sportivo.
Oggi tutto questo non esiste più. Per alcuni la colpa è dell’economia di mercato, per altri del materialismo che ha plasmato in maniera così profonda la società e la mentalità cinese. E in realtà questi due aspetti si sono rafforzati l’uno con l’altro. Da quando la Cina ha cominciato a vincere, la popolazione si è convinta che gli atleti vadano rispettati solo se in grado di portare a casa una medaglia d’oro che dia lustro al paese. Del resto, il loro “lavoro” è quello. Allo stesso tempo, da quando il “futuro migliore” viene garantito molto meglio dall’istruzione e da un impiego in fabbrica, molti genitori hanno iniziato a dubitare dell’opportunità di iscrivere i figli nelle scuole sportive. Non solo perché già da qualche anno quando un campione “smette di giocare” fatica a trovare lavoro. Ma anche perché il peso emotivo di una sconfitta è diventato impossibile da sopportare: gli atleti che per una scivolata, un’imprecisione, o qualsiasi altro motivo vengono inondati di messaggi offensivi, spesso volgari, difficilmente riescono a ritrovare la forza per scendere in pista. E visto che nessuno può rimanere un campione per sempre, sono tanti gli atleti che pensano che l’energia investita negli allenamenti può dare più vantaggi se investita altrove.
Quindi insomma, fare gli sportivi non conviene più. Se ne sono accorti un po’ tutti, e così nessuno (o quasi) si iscrive alle scuole sportive, i campioni sono sempre di meno, e il governo non si rende conto che se non interverrà per frenare questa emorragia di future medaglie d’oro potrebbe ritrovarsi, tra qualche anno, a non sapere come giustificare il declassamento della Repubblica popolare nel medagliere olimpico. Forse, però, il Partito ha già in mente altro. Fino a qualche tempo fa tutti conoscevano la storia di Xu Haifeng, che vince per la Cina il primo oro olimpico (pistola libera) a Los Angeles, nel 1984. Del resto, la propaganda ufficiale ha sempre sostenuto che “con il suo ultimo colpo di pistola, Xu Haifeng non solo ha vinto la prima medaglia d'oro olimpica per la Cina, ma ha anche annunciato al mondo intero che un forte concorrente è stato aggiunto l'arena dei Giochi Olimpici”.
Ebbene, all’improvviso anche il grande Xu Haifeng è scomparso dai libri delle elementari. Possibile che per la Repubblica popolare lo sport non conti più nulla? Lo capiremo fra tre anni, quando si concluderanno i Giochi di Brasile 2016 e arriveranno le prime reazioni a un eventuale débâcle orientale.