di Wang Jing
Traduzione a cura di Giovana Tescione
Roma, 8 ago. – Più ricchezza uguale più immigrazione. La Cina non fa eccezione, e con le sue megalopoli in continuo fermento continua ad attirare come un magnete stranieri e cinesi delle campagne, tra cui i cosiddetti mingong, originari di luoghi remoti e aree rurali che lasciano le proprie famiglie e si trasferiscono in città in cerca fortuna.
I numeri di questi flussi sono impressionanti. Alla fine del 2012 nella sola capitale Pechino, su una popolazione di 20,7 milioni di abitanti, 200 mila erano stranieri, mentre 7.7 milioni erano migranti. "Immigrato" versus "migrante" (waiguoren contro waidiren), in italiano così come in cinese la differenza è minima, ma nella realtà di tutti i giorni, quelle due lettere bastano a stabilire il diverso trattamento che in Cina viene riservato alle due categorie.
Agli occhi dei cinesi gli stranieri sono i colletti bianchi sinonimo di lavoro rispettabile e stipendio alto. Diversi invece sono i migranti che rappresentano la concorrenza, colletti blu che si ammazzano di lavoro o persone che fanno spesso lavori degradanti come il venditore ambulante. È evidente quindi che questa disparità si traduca in una differenza abissale anche nelle attività quotidiane dove gli stranieri hanno vita facile, non si può dire lo stesso per i migranti.
L'acquisto di una casa in una grande città come Pechino è solo il primo scalino per un migrante che, per poter concludere l'affare, deve dimostrare di aver versato in modo continuato i contributi per la previdenza sociale per almeno cinque anni, oltre a dover presentare un certificato che attesti il pagamento di altrettanti cinque anni di tasse. Per uno straniero invece è tutto più semplice, basta dimostrare di avere un lavoro per un anno e il gioco è fatto. E poi c'è l'istruzione dei figli. Allo straniero, basta presentare la green card, il permesso di soggiorno permanente, e potrà iscrivere suo figlio a scuola come qualsiasi altro residente della capitale. Per il figlio di un migrante l'ostacolo è invece insormontabile e studiare a Pechino sostenendo lì il gaokao – l'esame di maturità che consente di accedere alle migliori università della Cina – si rivela difficile come vincere al superenalotto.
D'altra parte la Cina non ha mai discriminato gli stranieri, anzi, ovunque nella Terra di mezzo viene offerto loro un 'super trattamento'. Nei siti turistici, stazioni e aeroporti, ovunque si notano "corridoi riservati agli stranieri" o "aree di ristoro per stranieri". I motivi risalgono al periodo di riforma e apertura della Cina, quando per attirare gli investimenti esteri erano stati concessi vantaggi fiscali – e non solo – alle aziende straniere. Un trattamento di favore che continua tutt'oggi.
Ma negli ultimi anni questa immensa fiducia e stima negli stranieri inizia a sgretolarsi. Lo scorso anno la vicenda dell'inglese che aveva tentato di violentare una ragazza (cavandosela con 15 giorni di carcere e una multa da 500 yuan – circa 61 euro) e quella del violoncellista russo della Beijing Symphony Orchestra che in treno era stato ripreso mentre metteva i piedi in testa ad una donna seduta di fronte a lui avevano riacceso i riflettori sulla questione, suscitando la rabbia della popolazione che a gran voce chiedeva di "rendere più difficile agli stranieri l'ottenimento del visto e di effettuare controlli sulle proprietà, la posizione lavorativa e il conto in banca degli stranieri". Ai due episodi aveva fatto seguito una "campagna dei cento giorni" lanciata dalla municipalità di Pechino per indagare sulle immigrazioni clandestine, sui permessi di soggiorno e sui lavoratori illegali. Ma se all'epoca i due episodi avevano richiamato l'attenzione sul problema degli stranieri, ben più ampia è stata la risonanza dello scandalo di maggio sui passaporti per partecipare al gaokao. Al centro della polemica era finito un ragazzo di 17 anni, di nome Zhang Tu, originario della provincia dell'Anhui, il quale per poter sostenere l'esame di ammissione all'università a Pechino, cosa non permessa a chi invece ha lo hukou - ovvero il registro anagrafico cinese - in un'altra provincia, aveva aggirato l'ostacolo ottenendo il passaporto americano. Un escamotage che non solo gli avrebbe consentito di partecipare all'esame in qualità di straniero, ma che gli avrebbe fatto ottenere 10 punti in più. Nonostante il governo lo abbia più volte negato, ai cittadini la vicenda non era piaciuta. Ancora una volta lo straniero aveva avuto la meglio sul migrante.
Un problema di legislazione secondo He Jingjun, docente presso l'università di legge di Xinan che sul fenomeno del 'super trattamento' ha detto: "La causa è da ricercarsi nell'arretratezza della legislazione sull'immigrazione e delle normative che regolamentano le procedure di controllo degli immigrati". Appare strano in effetti come la Cina fin'ora non abbia ancora né stabilito una legge sul l'immigrazione né abbia un ufficio che si occupi di immigrazione. Nel 2012 la Cina contava 54 milioni 350mila di unità in entrata e in uscita, ma la legge che tutt'oggi viene utilizzata risale al 1986. All'epoca non erano immaginabili numeri di questo tipo.
Ma gli anni d'oro per gli stranieri potrebbero presto volgere al termine. Secondo lo Caixin News, la nuova "legge della Repubblica Popolare cinese sull'immigrazione" dovrebbe entrare in vigore a settembre e dovrebbe contenere una serie di nuove normative per dare una soluzione al problema dell'immigrazione, dei permessi di soggiorno e dei lavoratori illegali. Nonostante la normativa attuale fornisca una base legale fortemente voluta dalla società, Liu Guofu, docente presso l'istituto di tecnologia di Pechino ed esperto di immigrazione, ritiene che la nuova normativa sia ancora molto distante dalla pratica internazionale perché "si concentra solo sulla lotta all'occupazione e al permesso di soggiorno illegale, senza adottare un regolamento corrispondente per punire chi assume illegalmente o chi fornisce illegalmente un'abitazione".
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