di Lionello Lanciotti
Pechino, 22 lug. - Nel 1957, nel primo dei numerosi viaggi da me fatti in Estremo Oriente, incontrai a Suzhou, la città nota per i suoi magnifici giardini, Sergius Zhou, un anziano collezionista di bonsai, l’arte di far crescere le piante che i giapponesi avevano appreso dalla Cina.
Come per gran parte della loro civiltà, i giapponesi la fecero conoscere al mondo col nome nipponico di bonsai. In seguito i cinesi chiamarono tale arte penjing. Nel corso di molti secoli, tra il 603 e l’839 dopo Cristo, tante furono le visite in Cina di buddhisti giapponesi che riportarono nel loro paese anche quest’arte di coltivare le piante.
Il collezionista che incontrai nella sua casa aveva più di mille di tali piante, oltre a pietre e radici di alberi dalle forme più strane.
Sergius Zhou (1895-1968) era uno scrittore noto per le sue opere letterarie e per la traduzione dall’inglese in cinese di testi dannunziani, di Matilde Serao, Guelfo Civinini e Salvatore Farina. Il collezionismo era un’attività molto diffusa tra i letterati della Cina imperiale per occupare i loro otia. Sergius Zhou vinse per due volte il primo premio di una mostra internazionale di botanica.
Durante la rivoluzione culturale, dopo un processo delle guardie rosse, si suicidò gettandosi in un pozzo.
Ancor oggi è ricordato in Cina come autore e traduttore di molte opere inglesi, ad esempio i capolavori di Arthur Conan Doyle.
Lionello Lanciotti è professore emerito di Filologia cinese dell'Università di Napoli L'Orientale
© Riproduzione riservata