di Adolfo Tamburello*
Napoli, 05 giu-. - Possiamo dubitare che senza la scoperta del tè e la quasi contestuale diffusione dall’Africa del caffè e dalle Americhe della cioccolata sarebbe sorto in Europa il fenomeno della chinoiserie.
Il tè, per antonomasia “cinese”, fu conosciuto tardi da noi, giacché non ne parlò neppure Marco Polo nel Medioevo.
La Cina aveva scoperto il tè almeno dai primi secoli dell’era cristiana. Poche foglioline aromatizzavano l’acqua che i Cinesi bevevano abitualmente calda. In Giappone, la cosiddetta «cerimonia del tè» si chiama ancora prosaicamente l’«acqua calda del tè»: solo questo vuol dire il cha-no-yu dei Giapponesi che suona a noi molto mistico. Le foglie del tè le dava l’albero di una camelia denominata Camellia sinensis (o Thea sinensis). Alto fino a una quindicina di metri, aveva cime irragiungibili per raccogliere i teneri germogli che erano i più apprezzati per la loro fragranza, e i Cinesi, che già conoscevano l’arte di miniaturizzare le piante (pen-cai, da cui doveva provenirci l’ormai più che famoso bonsai ‘giapponese’), riuscivano ad arrestarne la crescita a comodi arbusti o cespugli per avere a portata di mano foglioline e germogli.
Il tè in Cina faceva presa in pochi secoli, al punto che già nell’VIII era composto da Lu Yu lo Chajing, il canone del tè, come lo conosciamo nella bella traduzione italiana di Marco Ceresa (Milano 1990).
Il tè, in Cina, è chiamato nel settentrione cha, il nome col quale è entrato nella lingua ufficiale del cosiddetto «mandarino» (guanyu) ed è noto così anche in Giappone. Nella Cina del Sud, specialmente nel Fujian, la pronuncia è te. In Italia, fu prima trascritto chia o cha, e ‘cià’ rimarrà il suo nome in varie lingue (russo, greco, portoghese, tibetano ecc.). Poi anche in Italia prevalse la dizione ‘tè’ (con le varianti the, tea), come in francese, inglese, spagnolo, tedesco e altre lingue.
Il tè, magnificato per le sue virtù, si diffuse soprattutto nel Nord Europa legatosi meno al caffè. Comunque, tè e caffè, in aggiunta la cioccolata, fecero smerciare alla Cina e agli altri paesi asiatici tante porcellane e lacche con teiere, tazze e tazzine, piatti e vassoi, oltre a recipienti idonei a conservarne fragranti i preparati. Le foglie del tè, sottoposte a trattamenti d’essiccagione, torrefazione, adulterazioni ecc. – danno il tè verde e il tè nero, consumato in Europa con l’innovazione di zuccherarlo.
Porcellane e lacche, su cui si concentrava la forte domanda attraevano anche indipendentemente dalle loro destinazioni per la vivacità e l’armonia delle combinazioni cromatiche e le miniaturistiche composizioni ornamentali con i loro repertori e stili di soggetto naturalistico (paesaggi, fiori e uccelli, animali veri e fantastici) o profano (scene di vita quotidiana), tanto lontani dalle arti europee ancora molto legate ai soggetti mitici o di genere sacro. Una volta apertosi anche il mercato giapponese, gran richiamo esercitavano i paraventi a più ante e soprattutto le armi e le armature.
Le ‘curiosità delle Indie’, come erano dette in Europa, con tutti i loro sparsi e disparati porti di imbarco, comprendevano articoli che erano spesso ‘cinesi’ solo di nome. Molti erano indiani, siamesi, vietnamiti, giapponesi ecc. Gli Europei mal distinguevano ancora il vero made in China dalle produzioni degli altri paesi asiatici e continuavano a parlare interscambiabilmente di cose ‘indiane’ o ‘cinesi’: di porcellane ‘indiane’ per indicare quelle cinesi o giapponesi; di tessuti ‘cinesi’ per intendere talvolta quelli indiani o del Sud-Est Asiatico, di prodotti dell’‘Indo-Cina’ (o ‘Indo-China’) per indicare persino quelli cinesi o giapponesi autentici. Su commissioni di mercanti e missionari i singoli paesi fornivano oggetti di imitazione cinese. Specialmente il Giappone era chiamato a svolgere tale ruolo quando, alla metà del Seicento, la Cina, sotto conquista dei Qing, subiva la distruzione di molte fornaci o queste venivano spente. La Compagnia olandese si rivolgeva allora al Giappone per forniture che smaltissero la richiesta in costante aumento di porcellane ‘cinesi’ da parte del mercato sia asiatico sia europeo. Erano ordinate copie di vasellame Ming, e i vasai giapponesi, ancora neofiti in fatto di porcellana - avevano appreso a fabbricarla dai Coreani solo con le spedizioni militari nella loro penisola fra il 1592 e il 1597 -, si cimentavano di buon grado nelle repliche, prima di persuadere gli stessi Olandesi che anche le loro rielaborazioni potevano trovare buon mercato. Per gran parte, la produzione giapponese passava per porcellana ‘cinese’, ma nei migliori esemplari a smalti policromi non mancava di distinguersi ed essere conosciuta coi nomi giapponesi di Kakiemon e Imari.
Si calcola che solo fra il 1659 ed il 1682 gli Olandesi importassero in Europa direttamente dal Giappone non meno di 190 mila pezzi di porcellana prodotta nell’ar¬cipelago. Nel contempo la porcellana di produzione giapponese aveva un’ampia distribuzione sul mercato asiatico e parte di questa finiva col raggiungere l’Eu¬ro¬¬pa intermediata sia da Asiatici sia da residenti e viaggiatori europei in Asia. I cosiddetti «nababbi», cioè i funzionari della Compagnia inglese in India, rimpatriando a fine servizio, tra sfoggio d’esotismo e genuine nostalgie dell’Oriente, imballavano quantità inverosimili di porcellane e lacche per i nuovi arredi delle loro dimore britanniche degli anni della pensione. Più ancora facevano i viceré e le alte cariche dell’Estado da India. Era un incremento del collezionismo e della diffusione del gusto per l’Oriente in Europa che si affiancava a quello in crescita degli amatori, titolati e alto-borghesi, i quali, impossibilitati a raggiungere di persona l’Asia, la vagheggiavano col mobilio, il vestiario, le suppellettili.
In quanto alla lacca, il Giappone si faceva addirittura un nome a sé, tanto che i termini japan, japanning, diventavano in inglese sinonimi di ‘lacca’ e ‘laccatura’.
Quasi paradossalmente, tanto per le lacche quanto per le porcellane policrome, gli artigiani cinesi erano poi costretti, alla ripresa delle loro manifatture, a imitare i prodotti giapponesi per tenere il passo con una concorrenza fattasi temibile. Fra l’altro, anche i disegni e le gamme cromatiche giapponesi incontravano molto il gusto europeo.
Le imitazioni non si limitavano, in Giappone, agli articoli cinesi o, in Cina, a quelli giapponesi. Molti pezzi fabbricati in entrambi i paesi appositamente per l’esportazione e noti nello specifico come Chine de commande, riproducevano in realtà forme e decorazioni di suppellettili indonesiane, malesi, indiane, medio- e vicino-orientali, quando, e non di rado, addirittura europee. Europei in Asia ne commissionavano e se ne rifornivano per doni a sultani, principi, personaggi di riguardo, per proprio uso o per inviarli in Europa fra le tante merci destinate a soddisfare il gusto della novità o della moda. Altri oggetti, commissionati direttamente dall’Europa o per l’Europa, su modelli, disegni o indicazioni scritte o orali, inauguravano una pagina che si potrebbe corrispondentemente definire di europerie estremorientale. Era ordinato di tutto: vasi da farmacia, vasi gemelli da sopracamini, servizi da tavola, boccali da birra, tazze con manici, nonché tabacchiere, leziose scarpette, perfino bacili sanitari e da toletta, vasi da notte. La porcellana rivelava una gamma inesauribile di impieghi. Alle vecchie forme europee se ne aggiungevano di nuove adattate a quelle asiatiche. Citiamo i kendī, recipienti per acqua le cui forme erano ispirate alle fiasche dei rituali hindu e buddhisti ed erano adoperati persino come narghilè, non soltanto da Orientali, ma da Europei, uomini e donne, negli ambienti più audaci della società anglo-indiana. Seguivano i vasi da fiori, i bruciaincenso, le bottigliette da sake, i portaprofumi, i servizi da scrittoio. Molte ordinazioni contemplavano stemmi e blasoni, armi e motti di famiglia, spesso combinati con motivi di draghi e altri elementi decorativi cinesi o più genericamente asiatici. C’era però chi preferiva che non trasparisse alcuna caratteristica ‘cinese’ e optava per ornati e disegni di stile schiettamente europeo: vedute di città, velieri, scene di battaglia. Solo la qualità della materia doveva restare cinese o il più possibile tale. I ceramisti asiatici si rivelavano scrupolosi esecutori, e lo erano in generale tutti gli artigiani, dato che le ordinazioni passavano dalla porcellana alle lacche, agli avori, ai vetri, alle giade, ai metalli. Le commesse partivano fin dalle Americhe.
Una parte della chinoiserie rappresentava dunque il frutto di un lavoro che utilizzava risorse e tecniche indisponibili ancora in Europa e a costi infimi di produzione. Da un lato, familiarizzavano l’Asia anche a generi e stili degli artigianati europei; dall’altro, equipaggiavano l’Europa di prodotti che raffinavano in modo sostanziale le abitudini di vita e il comfort delle classi abbienti.
Gli eccessi culminavano in una «sinomania» che a un certo momento dilagava in Europa e vedeva sovrani, principi, nobili di corte, facoltosi borghesi dilapidare disinvoltamente enormi fortune per lo sfoggio di addobbi, vesti, ninnoli e cose varie ‘cinesi’.
Il paese che lasciava forse indietro tutti nel gusto della chinoiserie era la Germania, dove la Cina si faceva la nomea di «sanguisuga» della Sassonia, con Augusto il Forte che moltiplicava le porcellane delle proprie collezioni in misura, si racconta, più preoccupante della schiera dei suoi ‘ba¬stardi’. Cedeva perfino un reggimento di Dragoni al re di Prussia per 48 vasi di porcellana.
Seguiva la volta della scoperta della pittura cinese con l’importazione di primi dipinti. Esemplari erano mostrati al re Mañuel fin dal 1520. In quanto alle stampe, le produzioni più di serie erano le carte da parato. Riproducevano composizioni a colori di fiori e uccelli, paesaggi, scene di vita e di attività quotidiane cittadine e rurali. Un numero della London Gazette del marzo 1693 annunciava la vendita di carte da parato «con figure indiane e giapponesi», e nel 1699 ne arrivavano in quantità in Francia a bordo dell’Amphitrite. Insieme coi decori delle porcellane e delle lacche davano ragguagli delle composizioni figurative e degli stili pittorici cinesi.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
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