di Adolfo Tamburello*
Napoli, 24 mag.- Mentre molti missionari gesuiti italiani del Sei e Settecento (Giulio Aleni, Giacomo Rho, Sabatino De Ursis, Francesco Sambiaso, Giuseppe Castiglioni …) continuavano a raccogliere onori e gloria trasmettendo ai Cinesi le arti, scienze e tecniche del nostro Rinascimento, una parte del missionariato francese prendeva il posto degli italiani a propagandare in maniera crescente la conoscenza della Cina in Europa.
Nel 1622 la Santa Sede fondava a Roma la Congregazione di Propaganda Fide, ciò malgrado la spinta missionaria italiana subiva una flessione nei decenni successivi anche per le ricorrenti epidemie di peste che infierivano sulla penisola e decimavano il numero dei novizi nei monasteri e nelle scuole gesuitiche. Comunque, nel 1660, dei 44 gesuiti presenti nella sola Cina, 11 erano ancora italiani, dieci di nazionalità portoghese, 9 i francesi, 14 di tutti gli altri paesi europei.
Saliva da allora il numero dei missionari francesi in Cina con la progressiva ascesa politica della Francia, che si inseriva nella competizione in Asia e indeboliva sempre più il patronato portoghese facendo segno di servire la Chiesa di Roma. Già Richelieu (1585-1642) aveva patrocinato la causa delle missioni con l'appoggio dato ai gesuiti, divenendone un protettore della Compagnia almeno dal 1627, quando accompagnava Luigi XIII a posare la prima pietra della Chiesa della Casa Professa di Parigi; nel 1641 vi celebrava una messa solenne al¬la presenza del re e della corte.
In merito alle missioni in Asia, la Francia vantava una priorità di secoli rispetto al Portogallo, risalendo a Luigi IX il patrocinio delle legazioni pontificie e dell'opera d'apostolato dei secoli XIII-XIV inaugurate da Innocenzo IV. Dopo avere a lungo deplorato le concessioni papali al patronato portoghese e spagnolo, col Seicento e la sua acquisita grandeur, la Francia poteva tranquillamente ignorare il Portogallo e i suoi ancora rivendicati diritti di patronato.
Missionari francesi di vari ordini operavano da tempo in Asia. Nel 1649 il gesuita avignonese Alexandre de Rhodes rientrava a Roma col prestigio di una missione nella penisola indocinese per sollecitare Propaganda Fide a scegliere e inviare nell'Asia sud-orientale un certo numero di sacerdoti in qualità di vicari apostolici per la formazione e la consacrazione di un clero indigeno. Uno dei sacerdoti designati, François Pallu, fondava prima di partire, nel 1663, il Seminario delle Missioni Estere di Parigi, col quale molti sacerdoti secolari si affiancavano agli ordini religiosi anche per l'apostolato in Cina. Il Seminario era l'istituzione che per prima realizzava il programma di Propaganda di disporre di sacerdoti secolari in qualità di missionari dipendenti dalla Santa Sede. Si sarebbe rivelata in realtà un'istituzione sì più che benemerita, ma incline a porre il missionariato sotto un nuovo "patronato", quello francese,
La presenza francese in Cina si consolidava dal 1685 anche con l'invio, voluto da Luigi XIV, di un contingente di missionari gesuiti, "matematici del re di Francia", ospitalmente ricevuti alla corte di Kangxi (r. 1661-1722) e successori. Con loro diventava la Francia la nazione più impegnata ad acquisire e divulgare la conoscenza della Cina e della sua civiltà in Europa nel corso dei due secoli successivi.
I gesuiti francesi entravano in scena da veri protagonisti per la propaganda missionaria della Cina almeno dal 1696, l'anno in cui apparivano sia i Nouveaux Mémoires sur l'état présent de la Chine di L. Le Comte sia l'Histoire de l'Edit de l'Empeeur de la Chine di Charles Le Gobien.
Dal 1700 Parigi vedeva quindi i propri gesuiti rimasti in patria impegnati nella titanica impresa, che durava più di settant'anni, di presentare la Cina al mondo attraverso una selezione di Lettres édifiantes et curieuses dei loro confratelli missionari. Molti testi apparivano edulcorati.
Fra gli autori delle lettere sovrastava il nome di Jean-Joseph-Marie Amiot (1718-1793), uno dei maggiori coautori delle Mémoires concernant … les Chinois e di un'altra serie di opere pubblicate e lasciate manoscritte che coprivano campi di studi dalla Cina alla Manciuria al Tonchino e spaziavano dalla meteorologia alle arti liberali e militari. Con lui si aveva fra l'altro una prima vera conoscenza anche della musica cinese e ciò in un momento in cui della strumentazione musicale cinese diventava famosa l'ancia, con tutto il seguito che essa avrebbe avuto nella strumentazione musicale europea.
Uno dei redattori delle Lettres, Jean Baptiste du Halde, pubblicava, sempre a Parigi, nel 1735 la monumentale Description géographique, historique, chronologique et physique de l'Empire de la Chine et de la Tartarie chinoise.
Sull'onda delle opere citate esplodeva in Francia la più incontrollata sinofilia, mentre la corte francese emulava e irradiava la passione di una marchesa di Pompadour e di una regina Maria Antonietta per le porcellane, le lacche, le sete, i tappeti, gli arazzi, perfino i pesciolini rossi, provenienti anch'essi dalla Cina.
La Cina diventava per molti un «modello per l'Europa», e lo diventavano la sua cosiddetta economia «naturale» e il suo popolo dedito alle cure della terra e ai pazienti lavori di prodotti mirabili come le sete e le lacche cui pareva i Cinesi si dilettassero nei loro ozi rurali. Un despota illuminato garantiva al paese pace e ordine e spargeva a larghe mani giustizia e benevolenza con l'aiuto dei suoi saggi filosofi.
Le immagini idealizzate dei mandarini degli alti quadri della burocrazia, gli esami di concorso che soli sembravano dare accesso alle carriere pubbliche per meriti di cultura - e non, come in Europa, per nobiltà di natali, cespiti o tanto meno beneplacito ecclesiastico -, conquistavano molti intellettuali europei e facevano loro apprezzare il valore "pratico" delle dottrine morali cinesi che sostituivano una teologia naturale a quella trascendentale europea. Leibniz scriveva già nel 1697: Lo stato attuale delle cose da noi mi sembra tale che a causa dello smodato processo di corruzione dei costumi, riterrei quasi necessario l'invio di missionari cinesi in Europa per insegnarci il fine della teologia naturale e la sua applicazione, così come noi inviamo in Cina i nostri missionari per insegnare la teologia rivelata.
Leibniz (1646-1716) faceva testo con la sua lunga dimestichezza con la Cina e il pensiero cinese e specialmente con le opere sinologiche di illustri europei come la China illustrata di A. Kircher, il De re literaria Sinensium di G. Spizel (Theophile Spitzelius), pubblicato a Leida nel 1660, nonché del Confucius Sinarum Philosophus, edito dal gesuita Philippe Couplet. Erano queste alcune opere di base che lo preparavano ai suoi famosi Novissima Sinica.
Voltaire (1694-1778), il "sinofilo" per eccellenza, decantava sulla scia di Leibniz il Celeste Impero come il paradiso della filosofia e del razionalismo e, se sfidava a raccogliere le prove che i Cinesi non fossero atei e idolatri allo stesso tempo, argomentava che dalla Cina scaturissero le fonti più pure della ragione naturale: ho letto attentamente i libri di Confucio e ne ho curato dei compendi: ho constatato che parlano solo il linguaggio della morale più sublime [...]. Egli invoca la virtù, non predica miracoli, non v'è traccia di allegoria religiosa. Ancora: Non occorre avere l'idea fissa che i Cinesi abbiano tutti i meriti per riconoscere almeno che l'organizzazione del loro impero è veramente la migliore che il mondo abbia mai visto e per di più l'unica fondata sull'autorità dei genitori.
La Francia allevava il "Confucio d'Europa" in François Quesnay (1694-1774), consigliere di Luigi XV. Animato da vivo amore per la terra e altrettanto viva solidarietà per i contadini che l'accudivano, Quesnay aspirava a mettere a disposizione di qualche monarca europeo i mezzi per riorganizzare un regno sul modello della Cina. Propugnatore della fisiocrazia, sosteneva che la società dovesse essere retta da leggi naturali e la terra costituire l'unica fonte di ricchezza e l'unico bene di sano cespite fiscale. La Cina ne era d'esempio come unico stato fondato sulla scienza e la legge naturale.
È stato però detto che forse una delle poche soddisfazioni che arridevano all'autore del Despotisme de la Chine era in occasione della cerimonia della coltivazione primaverile del 1756, quando riusciva a convincere Luigi XV a guidare l'aratro sull'esempio dei sovrani cinesi. Ma si malignò che il gesto del monarca fosse suggerito, più che dall'austero Quesnay, dal sorriso di Madame de Pompadour che ben si vedeva nelle vesti di una concubina cinese.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
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