di Francesco Palmieri
Roma, 21 mag. - La sinologia non è mai stata l'ultima fra le sofisticate possibilità di follia occidentale. E' difficile smentire un Renato Simoni, osservatore intelligente della vita: "Per imparare a leggere il cinese occorrono dieci anni di studio indefesso. In questi dieci anni si possono apprendere cinque o seimila caratteri e il modo di combinarli. Si dice che, contemporaneamente a tutta questa dottrina, penetrino nel cervello degli studiosi una dolce pazzia, una morbida irragionevolezza". Simoni vide la Cina e ne scrisse ma soprattutto scrisse (con Giuseppe Adami) per Puccini il libretto della Turandot da gran maestro del teatro, consapevole di molti generi di follia fra cui neanche quella amorosa è mai stata l'ultima, come la fiaba di Carlo Gozzi aveva ribadito.
Però non tanto i classici cinesi né le leggende attrassero Simoni. In modo più (o meno) scontato lo tentavano le cronache contemporanee: "Ebbene, varrebbe la pena di pagare con un poco di demenza il piacere di leggere i giornali cinesi. Non c'è lettura più gustosa e più straordinaria. E non c'è nulla che riveli meglio la vita intima di quel paese".
E' acclarato che la follia sinologica - ora soccombente a un altro genere di sinica pazzia connessa ai commerci - fosse collegata soprattutto alla memoria. Ignorando l'ars reminiscendi del Ricci, uno sgomento meno remoto è attribuibile a Mircea Eliade. Si trova non per caso in un romanzo della produzione ultima: Tinerete fara tinerete (Giovinezza senza giovinezza), che nel suo gioco di sottili messaggi ha indisposto molta critica e il pubblico quando è stato riversato da Francis Ford Coppola in un film bellissimo e pertanto bocciatissimo. Il protagonista Dominic Matei, cui un fulmine regalerà col ringiovanimento fisico anche l'ipermnesia, rievoca l'incontro a Parigi con Edouard Chavannes, forse il massimo sinologo vivente ai primi del Novecento, il quale lo dissuase dallo studio della lingua dopo averlo brevemente esaminato. Per apprendere il cinese classico, gli disse, occorre "una memoria da mandarino, una memoria fotografica. Qualora non l'avesse, lei si vedrebbe costretto a fare uno sforzo tre, quattro volte più grande. Non credo che ne valga la pena…".
Non inventa Eliade di Chavannes, ma ne riferisce frasi che usava veramente dire, secondo il procedimento prediletto d'inserire personaggi reali confusi a caratteri fittizi nella propria narrativa, alla maniera del suo scrittore preferito: Balzac.
Al contrario del romeno Dominic Matei, il giovane marchigiano Antelmo Severini assorbì con facilità quasi sfrontata migliaia di caratteri cinesi in poco tempo. Nato in provincia di Ancona ma cresciuto a Macerata (dove la Cina si respira nel vento, se uno pensa a Matteo Ricci e Giuseppe Tucci), Severini fu qualificato da Piero Corradini "a buon diritto" un "fondatore", perché ricoprì la prima cattedra italiana di Lingue dell'Estremo Oriente nel Regio Istituto di Studi Superiori a Firenze. Grazie a una borsa finanziata dal governo, aveva studiato il cinese con Stanislas Julien e il giapponese con Léon de Rosnay, sempre a Parigi dove Eliade un giorno avrebbe spedito l'alter ego Matei a essere rifiutato da Chavannes. Parigi era allora, o era vista, come la capitale mondiale della sinologia: Chavannes avrebbe affermato con orgoglio che "la sinologie est, dans ses origines, une science inaugurée par des missionnaires français et constituée par les Abel Rémusat et les Stanislas Julien".
Quando il ministro della Pubblica Istruzione Michele Amari domandò notizie del borsista marchigiano, Julien rispose che nessuno dei suoi studenti, in trentadue anni d'insegnamento, aveva fatto mai "tanto profitto". Severini fu l'opposto del personaggio eliadiano nell'intreccio delle nostre storie, dove spesso quelle vere riservano un esito più inatteso di quelle immaginabili. Accadde così che coltivando la sua scienza agli apici negli anni successivi, e forse proprio per questo, Severini impazzì. Morì nel 1909, ormai già lontano dal mondo per lo sconvolgimento della mente.
A conferma delle considerazioni di Simoni, che suonavano lepide aprendo queste note e alla chiusura amare, resta di Severini un gran dizionario cinese inedito e incompiuto. Le copiose schede della Clavis Sinica giacciono in una biblioteca maceratese come testimonianza filologica, o per reperto di follia quand'è più nobile. Nell'attesa possibile che un accademico minuzioso e stravagante, un Borges che si rifaccia il verso o (per rivalsa) qualche Dominic Matei li richiamino dagli scaffali ad altra vita per proseguire il racconto. Vero o finto. Indifferentemente.
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