di Adolfo Tamburello*
Napoli, 16 mag. - Dopo Daniello Bartoli, ricordato per la sua silloge a tavolino sulla Cina, è d'obbligo menzionare i nomi di due gesuiti italiani missionari che brillavano sulla scena internazionale europea per la divulgazione della Cina e della civiltà cinese in Europa: quelli del tridentino Martino Martini e del siciliano Prospero Intorcetta.
Il primo, Martino Martini (1614-1661), dava le nozioni più ampie e sicure di storia e geografia della Cina attraverso tre importanti opere. La prima era il De Bello Tartarico Historia (Antverpiae 1654), una corrispondenza di guerra di raffinato sapore giornalistico sulla conquista mancese della Cina intrapresa dal 1644, cioè dall'insediamento a Pechino della giovane dinastia Qing fondata dai Manzhou nel 1636.
Al momento in cui scriveva, la conquista della Cina era ancora in atto e il gesuita, che ne era stato testimone oculare delle fasi iniziali prima di rientrare in Europa, ne dava un saggio pionieristico di 'storia contemporanea' dell'Estremo Oriente.
Il secondo lavoro, il Novus Atlas Sinensis, pubblicato ad Amsterdam nel 1655, impostava gli studi cartografici e geografici del nuovo impero Qing, trattando anche dei precedenti della dinastia e della storia della sua formazione e del suo governo. Descriveva poi la configurazione fisica dell'impero, il clima, il suolo, i monti e i fiumi, i prodotti agricoli, i giacimenti minerari, le principali città e località strategiche, la popolazione, la sua vita sociale, con le religione, usi e costumi ecc. Era insomma un quadro di 'geografia ecumenica', esteso alla «Tartaria» e alla Corea e, fuori dell'impero Qing, al Giappone.
L'opera esordiva facendo un tutt'uno della Cina con l''Asia Estrema' e leggiamo nel suo "incipit", nella bella traduzione di Giorgio Melis: Invero in tutta l'Asia – almeno dopo il famoso diluvio universale – nessuna parte fu più nobile, più antica o più civile di questa estrema, sia riguardo alla forma politica di governo sia riguardo all'uso e alla pratica letteraria. Infatti, la sua storia, scritta dagli stessi Cinesi fino dai tempi più antichi, abbraccia quasi tremila anni prima della nascita di Cristo, come appare dal nostro Compendio storico e dalla "Cronologia" dell'Asia estrema.
Si tramanda che i suoi abitanti, già allora, coltivassero principalmente le lettere, la filosofia morale e le scienze matematiche, e lo comprovano esaurientemente le antichissime osservazioni degli astri e lo dimostrano le stesse norme imperiali, tracciate su rotoli antichissimi e giunte fino a noi.
La terza opera, Sinicae Historiae Decas Prima, pubblicata ancora ad Amsterdam nel 1659, presentava la storia della Cina dall'epoca leggendaria all'era cristiana. Era anch'essa, in assoluto, la prima storia, questa volta 'antica' della Cina, basata su autorevoli testi cinesi.
L'opera di Martini è oggi oggetto di ricerche e approfondimenti da parte del Centro di Studi a lui intestato a Trento che ne ha, fra l'altro, sponsorizzato fin dal 1997 l'opera omnia, pubblicandone i relativi volumi.
La seconda figura, quella di Prospero Intorcetta (1625-1696), grandeggia sulla scena internazionale come il "primo traduttore europeo di Confucio", malgrado resti tuttora oscura almeno al gran pubblico. Nato nell'odierna Piazza Armerina, raggiunse la Cina nel 1656 e soggiornò tre anni a Macao prima di potersi addentrare nell'entroterra cinese. Dedicatosi allo studio della lingua classica e di testi filosofici, traduceva in collaborazione con altri gesuiti opere del canone confuciano, pubblicando in Cina nel 1662 e 1669 Sapientia sinica e Sinarum scientia politico-moralis. A Parigi il suo nome risuonava, con quello di altri gesuiti coautori del testo, per l'opera Confucius Sinarum Philosophus, che pubblicava per la prima volta nel 1687 i classici "Quattro Libri" cinesi (Sishu) con traduzioni della 'Grande Scienza' (Daxue), del 'Giusto Mezzo' (Zhongyong), del 'Libro dei riti' (Liji) e dei 'Dialoghi' (Lunyu), opere sulle quali si è già intrattenuto su questo giornale Francesco D'Arelli nello scorso mese d'ottobre sotto i titoli "Verso i misteri inaccessibili" e "Come un imperativo categorico".
"Confucio filosofo della Cina" dava anche una biografia del Maestro e un saggio della letteratura classica cinese e naturalmente del confucianesimo magnificato e magnetizzante per l'Europa al punto da influire sul nascente movimento illuministico.
In Italia si sarebbe dovuto aspettare la seconda metà di questo secolo per avere un'edizione di opere del Nostro. Ne prendeva l'iniziativa Giulio Vincenzo Bona, dell'omonima tipografia torinese, pubblicando la traduzione italiana, a cura di Paolo Beonio Brocchieri, di Sapientia sinica e Sinarum Scientia politico-moralis in una preziosa edizione con testi a fronte. Scriveva il Bona nella presentazione dell'opera parlando di Intorcetta nell'ormai lontano 1972: Molti suoi scritti giacciono inediti nelle biblioteche a Fulda, a Roma (Biblioteca Vittorio Emanuele), a Parigi (Biblioteca di Sainte Geneviève): il lungo elenco che ne fa R. Streit nell'"Asiatische Missionsliteratur" della monumentale "Bibliotheca Missionum" edita dall'Herder fa nascere il desiderio che di questo valoroso siciliano qualche studioso si interessi a fondo. Un auspicio cui ancora ci uniamo, tanto più dopo avere avuto notizia dell'avvenuta istituzione a Piazza Armerina di una specifica "Fondazione Prospero Intorcetta".
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
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