di Adolfo Tamburello*
Napoli, 06 mar. - Nel secondo Ottocento, dopo le Guerre dell'Oppio, la morsa economica e militare in cui le potenze occidentali stringevano la Cina aggravava la crisi economica che si era abbattuta sull'impero Qing e più pesantemente sul meridione cinese con il centro dei traffici che si spostava da Canton a Shanghai. I bilanci imperiali rendevano proibitivo continuare a importare derrate alimentari dalla penisola indocinese e dall'Indonesia per far fronte alla penuria di risorse, ed era la fame di larghi strati popolari. Tra l'altro l'intenso regime manifatturiero urbano rendeva più acuta la crisi con l'attrazione del mondo rurale verso le città e l'abbandono delle campagne. Di più, il favore accordato alle produzioni di mercato (tè, seta, cotone, lacca ecc.) riduceva le colture alimentari.
La Cina era frattanto messa in ginocchio dalle calamità naturali, dal dilagare delle sollevazioni e delle rivolte, dall'acuirsi delle repressioni, dalla recrudescenza del brigantaggio e della pirateria. Le vittime si contavano, secondo le stime, fra i venti e i trenta milioni, un numero impressionante che purtroppo non alleviava neppure la pressione demografica, con la popolazione che saliva malgrado le disperate condizioni di vita dai 300 milioni del 1800 ai 430 del solo 1846, per attestarsi un secolo dopo sui circa 582,6 milioni, "compresi gli 8,4 milioni di cinesi che si stimava vivessero nelle aree di confine non raggiunte dalle operazioni di rilevamento".
Sono questi ultimi i dati desunti dal censimento del 1953 che leggiamo in Popolazione e città dell'Asia nel XXI secolo, un volume che Salvatore Diglio ha pubblicato nel 2009 per i tipi della Orientale Editrice come strumento didattico per gli allievi dell'Ateneo napoletano. Continua Diglio: "L'ultimo dei censimenti regolari, condotto nel 2000, attribuisce alla Cina una popolazione i 1.242 milioni di unità che una stima più recente (2007) eleva a 1.315 milioni di persone, escludendo i circa 7,5 milioni di residenti nelle due Regioni Amministrative Speciali di Hong Kong (6,9 milioni) e Macao (513 mila), da poco ritornate alla Cina".
Analitico è lo studio che il libro fa sulla consistenza ed evoluzione della popolazione, il fenomeno della diaspora, il difficile equilibrio fra l'incremento naturale e la crescita economica, l'urbanizzazione e le sue strutture professionali, con la seconda parte dedicata alle città e metropoli dell'Asia agli esordi del XXI secolo e il fenomeno del "gigantismo" urbano di cui per la Cina è particolareggiato il caso della cosiddetta World City di Shanghai.
Lo stesso autore ci aggiorna a voce che a fine 2010 la popolazione cinese era stimata in 1 miliardo 339.720 milioni con una composizione maschile di 686,85 milioni (per un 51,27 % del totale) e quella femminile di 652,87 milioni (per un totale del 48,73%); la divisione in classi di età: anni 0-14 222,46 milioni (16,60%), 15,59 939,62 milioni (70,14%), oltre 60 177, 65 milioni (13,26%).
Sempre a fine 2010 la popolazione urbana era stimata in 665,58 milioni (49,68%), quella rurale a 674,15 milioni (50,32%): un dato che appare interessante anche in merito all'articolo "La Cina e la legge di Lewis" che Geminello Alvi ha recentemente pubblicato su queste pagine.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
© Riproduzione riservata