SULLE PRIME CONOSCENZE
di Adolfo Tamburello*
Napoli, 14 dic.- Fu forse Marco Polo a fornirci le prime notizie sulla medicina cinese. Secondo Loris Premuda, Il Milione dava "informazioni anche assai interessanti sulla fiorente situazione ospedaliera cinese, su di una malattia come il gozzo e sull'uso della 'tuzia' (ossido di zinco) nella cura di malattie oculari, ma - precisava il nostro storico della medicina - non spunti incentivanti o stimoli eloquenti per decisivi mutamenti di rotta pervennero al mondo occidentale dall'ardimentosa esplorazione di Marco Polo".
Non sappiamo se la nostra fitoterapia o alchimia medioevale si avvalesse di qualche contributo dalla Cina con le eventuali piante o merci portate dai Polo o dagli altri viaggiatori in Asia dei secoli XIII-XIV.
Agli inizi del secolo XVII il missionario gesuita Matteo Ricci descriveva la medicina cinese essenzialmente basata, in sede diagnostica, sull'auscultazione del polso e, in sede terapeutica, sull' "erbolaria": "L'arte della medicina [cinese] è assai diversa dalla nostra, ma si regono, pare per il polso. Fanno molte volte assai belle cure, ma tutto per simplici di erbe, radici ed altri ingredienti, e risponde piu tosto alla nostra herbolaria. Non vi è di questa arte nessuna schuola publica, ma tutti imparano dal maestro che vogliono […] non si applicano se non persone che non possono studiar bene le loro lettere per il puoco ingegno e habilità; e così stanno queste scientie in bassa stima e fioriscono assai puoco". Un giudizio poco lusinghiero sulla medicina cinese e nessun accenno all'agopuntura, che rimarrà a lungo ignorata da noi.
Nel 1672 appariva a stampa in Italia la Relazione della China di Lorenzo Magalotti (1637-1712), basata sull'intervista che l'autore aveva fatto nel 1666 al gesuita austriaco, Johann Grueber, reduce da Pechino ove aveva vissuto un paio d'anni. Il gesuita, parlando della medicina cinese, si era in-trattenuto sull'auscultazione del polso e l'"erbolaria", riferendo una propria esperienza personale, quando una volta, caduto malato, era stato visitato da un medico cinese: "Questi entrato che fu in camera, mi fece porre a sedere, e lasciatomi alquanto riposare, mi fece posar le braccia fino alle gomita sopra una tavola. Allora cominciò a tastarmi l'uno e l'altro polso […]: tutte le prove durarono un tempo considerabile, che in tutto dovette esser lo spazio di tre quarti d'ora.
"Finita questa faccenda, io mi pensava d'avere a cominciare a ragguagliarlo del mio male. 'Zitto', disse il padre Giovanni Adamo, 'il signor eccellentissimo a quest'ora lo sa meglio di voi, statelo a sentire'. Cominciò allora l'eccellentissimo, ritornato a sedere con una maestà che sarebbe stata troppa a un oracolo, a dire del tempo della mia infermità, di tutti gli accidenti patiti in essa, riducendogli tutti ai loro tempi, e d'ogni altra più minuta particolarità, il che fece così aggiustatamente al vero che io ne rimasi fuori di me. M'ordinò alcune bevande, le quali se fossero state così bene appropriate al male come furono le osservazioni a conoscerlo, sarei stato guarito in quel punto; ma perché ciò non seguì così per allora, bisogna credere ch'ei non accertasse così bene il medicamento come accertò il giudizio".
Intanto era apparsa in Francia un'opera dedicata alla medicina cinese che rappresentava, a detta del citato Premuda, "il primo reale incontro tra medicina cinese e occidentale. Il primo lavoro, che tratta di medicina orientale, sono i Secrets de la medicine des Chinois di un anonimo gesuita francese, stampati a Grenoble nel 1671, tradotti in italiano nel 1676 e in inglese nel 1707".
Opere sulla diagnostica sfigmologica cinese apparivano a Genova nel 1769 con l'Arte Sfigmica di Carlo Gandini e a Napoli nel 1783 con il Tractatus de pulsibus, dell'insigne medico partenopeo Domenico Cirillo (1739-1799). Di quest'opera era data un'edizione in italiano a Napoli a cura di Giuseppe De Nobili nel 1823. Nel 1868, quando il Collegio dei Cinesi diventava il R. Collegio Asiatico, alla cerimonia d'inaugurazione il nuovo direttore, padre Giuseppe Galiano, ricordava che nel 1777 Cirillo si era appunto incontrato con un cinese, alunno del Collegio napoletano, Gaetano Siu (Xu), che era stato avviato in Cina a studi medici. All'incontro, "il rinomatissimo medico Domenico Cirillo ebbe a stupire grandemente quando il detto Siú avendo per qualche venti minuti osservato il polso di esso, intese dirsi qual malsania soffrisse, e quel che più conta, da quale cagione derivasse. Se Gaetano Hsü non fosse di lì a poco rimpatriato, diceva Galiano: "avrebbe fatto conoscere a' nostri questo importantissimo ramo dell'arte salutare, nel quale i Cinesi tolgono il vanto su gli Europei, ed esso avrebbe dall'altra parte potuto far tesoro delle conoscenze chimiche e terapeutiche in cui valgono ben poco i Cinesi". Già nel secondo Ottocento, doveva essere diventata una communis opinio che i Cinesi non valessero molto come chimici ed "erbolari", ad onta che già nel XVI secolo la famosa 'farmacologia' del Bencao Gangmu ("Compendio di materia medica" di Li Shizhen (1518-1593) registrasse ben 1892 voci fra droghe e sostanze sia medicamentose sia tossiche fino ai veleni, di cui 1094 assunte dal mondo vegetale, 444 da quello animale, 275 da quello minerale. Nei medicamenti d'origine minerale, la Cina brillava per le sue conoscenze sia pure empiriche di metalli, sali, ossidi, acidi. Un'appendice all'opera di Li Shizhen forniva circa ottomila ricette, molte delle quali positivamente testate ai giorni nostri.
*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
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